Champignol malgré lui (Champignol suo malgrado) – articolo di critica teatrale del 1892

Locandina di Champignol malgré luiL’articolo qui di seguito riportato è stato pubblicato sulla rivista annuale Impressions de théâtre (settima serie), curata da Jules Lemaitre nel 1892. La traduzione è mia.

Champignol suo malgrado: vaudeville in tre atti di Georges Feydeau e Maurice Desvallières.

In quanto meccanismo a orologeria drammaturgico, il vaudeville di Georges Feydeau e Maurice Desvallières non è probabilmente di un così incredibile livello di perfezione come Le sorprese del divorzio o La famiglia Pont-Biquet di Bisson: il primo atto di Champignol suo malgrado non manca certo di verbosità, e neanche il terzo è privo di debolezze. Il secondo atto, tuttavia, è una delle follie più irresistibilmente gioiose che si siano mai viste a teatro. Il quiproquo che ne costituisce la base possiede inoltre quella caratteristica peculiare per cui i successivi sviluppi sono determinati da artifici contro i quali il più solido buon senso non ha quasi nulla da obiettare; poiché si tratta semplicemente della disciplina militare meccanicamente applicata allo sfruttamento di una situazione vaudevillesca.

Fate fatica a comprendere il mio discorso? Cercherò allora di essere più chiaro. Ma per farlo sono costretto a rivelarvi almeno il punto di partenza di Champignol suo malgrado.

La signora Champignol, moglie di un celebre pittore, commette l’errore di ospitare, durante l’assenza del marito, il giovane damerino Saint-Florimond; come se non bastasse, la signora accetta anche di fare con lui una breve passeggiata a Fontainebleau. Lì, si imbatte inaspettatamente in alcuni suoi cugini provinciali che scambiano Saint-Florimond per Champignol, e la signora non trova il coraggio di contraddirli… Non mi soffermerò a descrivere gli altri avvenimenti accidentali che hanno come conseguenza di “champignolizzare” sempre di più Saint-Florimond, e arrivo al dunque: il vero Champignol deve svolgere i trenta giorni di leva presso l’esercito di terra e, poiché non ha risposto alla chiamata, il falso Champignol viene agguantato al posto suo dai bravi gendarmi; il falso Champignol tace per non compromettere la signora Champignol e viene così mandato a Clermont (dipartimento dell’Oise) dove il vero Champignol, che non si sa per quale ragione è arrivato in ritardo, sbarca alcuni giorni dopo.

In questo modo, all’interno della caserma di Clermont, all’insaputa delle autorità militari, ci sono due Champignol che rispondono allo stesso cognome.

Cartolina d'epoca ispirata a Champignol malgré luiEd è a questo punto che si manifesta appieno la bellezza immaginifica di Georges Feydeau e Maurice Desvallières. In qualsiasi altro luogo al di fuori del reggimento la confusione svanirebbe in breve tempo o si prolungherebbe solo attraverso degli artifici stantii ai quali il teatro ci ha già abituati. Questo non significa che non avremmo modo di divertirci, ma saremmo costretti a dimostrarci un po’ indulgenti, e a diventare benevolmente complici degli autori. Per fare durare il malinteso, infatti, dovremmo accettare (ed è una cosa che del resto facciamo sempre di buon grado, e senza pena, nell’istante in cui gli autori teatrali ci elemosinano un po’ di allegria) che ogni personaggio eviti accuratamente di pronunciare quelle frasi che inevitabilmente pronuncerebbe nella vita reale. Ora, queste frasi spontanee e pericolose che, nell’istante stesso in cui venissero emesse, svelerebbero tutto determinando la brusca interruzione della pièce, non vengono pronunciate né dal primo Champignol né dal secondo non tanto perché i personaggi non ne avrebbero voglia ma semplicemente perché non possono assolutamente farlo. Appena tentano un accenno sono subito costretti a rimangiarsi quanto detto a causa degli otto giorni di sala di disciplina o dei tre giorni di prigione che vengono loro inflitti. In questo caso la volontà dell’autore e la complicità del pubblico non c’entrano nulla. È la disciplina militare stessa, e la regola dell’obbedienza passiva, ad impedire che il fraintendimento sia chiarito. Quella che potrebbe essere dunque vista come audace convenzione diventa qui supremo realismo. È altrettanto ovvio che in nessun altro luogo, se non in quello in cui gli interessati sono privi di parola, un simile quiproquo avrebbe tante possibilità di durare in eterno. Il secondo atto di Champignol suo malgrado ci fa quindi assistere al totale esaurimento delle conseguenze di un equivoco iniziale grazie a quel: “Niente ozzervazioni” tipico del colonnello Ramollot (Vedere Nota).

Lo spettacolo è bello, e aggiungerei che Champignol suo malgrado non vi piacerà solamente per la tipica allegria di un quiproquo magistralmente sviluppato con una sorta di metodica follia, ma anche per quelle descrizioni appena abbozzate, innocenti e divertenti, della vita e delle usanze dell’ambiente militare… Alcuni simpatici tipi dell’esercito di terra sono interpretati in modo equilibrato e vivace: il mediatore, il garzone del macellaio, il principe… E devo confessare che poco fa ho sbagliato a citare Ramollot. Le figure degli ufficiali, in questo contesto, non hanno nulla di ingiurioso: sono brave persone, solo un po’ ansiose, brontolone e perentorie, e forse mancano di sagacità solo perché non hanno tempo da perdere. La loro semplicità e il loro spontaneo borbottio, associati alla rigida disciplina, sono d’altronde degli eccellenti fattori confusionali; e così possiamo solo constatare che ogni cosa cospira per trasformare la caserma nel miglior terreno di coltura del quiproquo vaudevillesco.

Nota:

Le storie del colonello Ramollot è un quasi-fumetto incentrato sulle avventure del personaggio caricaturale del colonnello Ramollot, che quando parla storpia la lingua. Le storie furono scritte durante la seconda metà del 1800 dallo scrittore Charles Leroy, i disegni invece erano di Achille Lemot detto Uzès.

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