La pulce nell’orecchio fischiata a Milano

Il presente articolo è tratto dal Corriere della sera del 19 settembre 1907. L’autore è Giovanni Pozza, all’epoca il principale critico teatrale del quotidiano. La critica si inserisce in un contesto un po’ particolare in quanto, in quell’anno, era iniziata una pesante campagna contro la massiccia importazione di testi teatrali dalla Francia. In particolare, Adolfo Re Riccardi deteneva la totalità, o quasi, dei diritti di rappresentazione dei più importanti autori francesi (Bernstein, Rostand, Feydeau, Hennequin, Capus ecc…) e questo spinse i critici italiani a stroncare pesantemente ogni opera da lui gestita allo scopo di combattere contro quella che veniva definita “l’invasione francese”. Per maggiori dettagli, vedere il saggio Le théâtre français à Milan à la Belle Époque, di Denis Saillard, in Le théâtre français à l’étranger au XIXème siècle, sous la direction de Jean-Claude Yon, Nouveau Monde Éditions, Paris 2008, pp. 110-142.

La pulce nell'orecchio (illustrazioni di Yves Marevéry)

La pulce nell’orecchio (illustrazioni di Yves Marevéry)

Gli equivoci, a cui può dar luogo la perfetta rassomiglianza di due persone, parvero sempre, da Menandro in poi, un inesauribile soggetto di commedia agli autori comici di tutti i paesi, anche allo Shakespeare, che scrisse la Comedy of errors, anche al Molière, che rifece l’Anfitrione di Plauto. Ma, a quanto pare, non sono più adatti ai nostri gusti.

Il Feydeau ha voluto rimetterli sulla scena nella sua nuova commedia Una pulce nell’orecchio, ma ha sprecato tempo e fatica. Il pubblico, anziché ridere della miracolosa rassomiglianza, per cui il direttore di una Compagnia d’assicurazioni, Vittorio Emanuele Chandebise, e il facchino di un albergo, Poche, sono in una bizzarra serie di avventure scambiati l’uno per l’altro, si diede a fischiare e a far del chiasso cosicché, verso la fine del secondo atto, la rappresentazione fu ieri sera interrotta.

Fu un baccano indiavolato. Gli attori sulla scena si fermarono ammutoliti ed interdetti a guardare il pubblico che, tutto in piedi, voleva che calasse il sipario e non voleva. Agli urli di una parte degli spettatori un’altra parte rispondeva cogli applausi. Alla fine il sipario fu calato; e il Talli si presentò al proscenio chiedendo se si doveva andare innanzi o finirla lì. La risposta non fu molto chiara; e l’attore interpretò a modo suo. Cessati i rumori, fu recitato anche il terzo atto, ma alla fine i fischiatori vollero prendersi la loro rivincita. Le ultime battute delle commedia si perdettero in un nuovo uragano di urli e di proteste.

Una pulce nell’orecchio non è davvero una farsa piacevole. Il Feydeau non seppe renderla né spiritosa, né buffa. Vi mancano la trovata originale, il tipo comico, il motto, la leggerezza e la brevità. Il movimento scenico è quello stesso di altre pochade; la parete gigante della camera d’albergo è ancora quella press’a poco di Coralie & Cie. di Hennequin e Valabrègue; il personaggio americano è tratto da Zampa legata (La palla al piede, N.d.T.); quello privo di palato è nuovo forse ma è anche seccante. L’intreccio si svolge lentamente nonostante il rincorrersi continuo dei personaggi; le situazioni fastidiosamente ripetute, il dialogo stanco e prolisso.

La commedia ebbe la sorte che si meritava. I suoi fischiatori trascesero forse in qualche eccesso. Ma è pur anche tempo che finisca questo succedersi sulle nostre scene di produzioni senza valore e senza decoro d’arte, che corrompono il gusto e vorrebbero fare del teatro il più stupido e volgare dei passatempi.

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