Dina Galli interprete di Feydeau

La presente lettera, indirizzata all’attrice Dina Galli, è stata scritta da Lucio Ridenti e pubblicata sulla rivista Il Dramma, 24° anno, n. 67 – 68 – 69, il 15 settembre 1948, pp. 77 – 79.

Dina Galli

Immagine tratta da European Film Star Postcards

Mia cara Dina,
Al Teatro Olimpia di Milano, nel mese di agosto, hanno rappresentata La Dame de Chez Maxim. Tu sai che cos’e quella commedia, poiché se per lo stato civile sei Clotilde, e nella vita semplicemente Dina, per la tua arte sei soprattutto la Crevette, appunto la protagonista di quella pochade. Sono passati esattamente quarantanove anni da allora, ma tu hai una splendida memoria e te lo ricordi. Avevi ventidue anni; io quattro. Ma vent’anni dopo la tua prima Crevette, ti giunsi al fianco sulla scena, quale stupido amante, che tale è Corignon, il tenente Corignon, per il quale si accende di inimmaginabili avventure quella girandola inventata dalla fantasia teatrale di Georges Feydeau. Ed essendo poi morto pazzo, bisogna credere che nei suoi cento giuochi d’artificio, che chiamava modestamente commedie, alcune delle quali sono ritenute oggi capolavori ed accostate alle opere di Labiche e Molière, come Feu la mère de madame classico alla Comédie Française, una scintilla di quella follia ci doveva essere. E c’era, infatti.

Dunque, Dina, era il 1899: avevi ventidue anni ed eri entrata a far parte – molto timidamente – della Compagnia Talli-Gramatica-Calabresi, col ruolo di prima attrice giovane e prima attrice comica. Davanti a te, c’erano Irma Gramatica, Oreste Calabresi, Alberto Giovannini e Ruggero Ruggeri, molto giovane anche lui, con dei baffi splendidi, un colletto alto sette centimetri, ed una matita sempre in mano: disegnava bene e le sue caricature apparivano assai gustose. Bisognerebbe ritrovarle tutte; sarebbe interessante, ora. Aspettasti un anno dal tuo primo ingresso in Compagnia ed avevi sempre voglia di filar via; avevi cioè sempre paura di non essere all’altezza di ciò che ti davano da fare. Fu Ruggeri che calmò un poco i tuoi timori, ed aveva naturalmente ragione. Ma tu eri “figlia d’arte” ed avevi molta coscienza; esattamente ciò che manca alla maggior parte degli attori di oggi. Giunse da Parigi il copione della Dame ed Irma Gramatica trovò che la Crevette non si comportava sempre del tutto correttamente sulla scena. Era vero. Avendo dunque ragione, rifiutò la parte. Una mattina di prova ti chiamarono davanti la buca del suggeritore – tu che di solito te ne stavi in fondo al palcoscenico accanto a tua madre Ermellina, oppure addossata alle cantinelle nell’angolo più buio – e ti portasti perciò alla poltrona direttoriale di Talli e Calabresi. Eri assai graziosa e timida, e ti misero tra le mani una parte che pesava certo più di te: la Crevette. Non aggiunsero nemmeno il tradizionale “lei sa che cosa vuol dire”, ritenendolo pleonastico; sapevate tutti benissimo che cosa volesse dire. Man mano che, provando, entravi nel personaggio, ogni scorrettezza divenne per merito tuo una graziosa moina, ogni trovata una tua personale estrosità, e forse l’unica cosa che ti dette pensiero fu di dover comparire in camicia sulla scena. Non avevi un gran corredo, si capisce, e tua madre disse lamentandosi: “Ci voleva anche la spesa di una camicia nuova piena di fronzoli”, ed il suo mite pensiero di piccola attrice milanese appese a quei fronzoli i terribili peccati di lussuria della cocottina di Maxim. Avanti la recita, ti colse la paura del confronto, poiché già prima di te, Teresina Mariani e Virginia Raiter (scusa: mi tolgo un momentino il cappello) avevano interpretato la Crevette. Una bella storia, dunque, in fatto di responsabilità.
La prima tua Crevette la recitasti a Bologna, poi Roma, Firenze, Milano e Torino. Cinque “piazze”: ma tutta l’Italia parlava di te e della tua Crevette. Avevi avuto, allora, uno di quei successi che fanno diventare di colpo “attrice” una ragazzina di ventidue anni. A quell’epoca, l’aggettivo “grande” si pronunciava non più di dieci volte per indicare un attore o un’attrice: da Novelli a Zacconi, mettiamo, a Eleonora Duse. Una faccenda da poco, come vedi, a pensarci oggi. Ma per te avvenne un fatto inimmaginabile nel mondo teatrale di allora: la Mariani e la Raiter, due maestre, rendendosi conto della tua mirabile interpretazione, e considerandola insuperabile (se ne intendevano) misero in pratica una moralità che era nello spirito di quella gente di teatro: tolsero dai rispettivi cartelloni La Dame de Chez Maxim. La tua creazione divenne così monopolio.

Dina Galli

Immagine tratta dall’Archivio Multimediale degli Attori Italiani © Firenze University Press

Finiva il 1899 e tu eri già la Galli; ma i primi mesi del Novecento diventasti la Dina perché la Crevette ti aveva gettata davanti ai piedi la passerella del capocomicato. Dirigeva la tua nuova Compagnia Andrea Beltramo, e da milanese che eri diventasti “parigina” accostando alla Crevette altre Crevette dai vari vezzeggiativi. […] Io intanto crescevo, naturalmente, senza saper nulla di tutto ciò; ma ammalatomi molto gravemente di teatro, ancor giovinetto, come ho già fatto cenno, nel 1916, quale Crevette mi buttasti le braccia al collo come tenente Corignon, e mi ridesti in faccia perché sembravo uno spaventapasseri nella colorata divisa da ufficiale, non fatta precisamente sulla mia misura. Eravamo a Torino, all’Alfieri, e tu recitavi la Crevette da diciassette anni. Io, Corignon, la prima volta. Nella Compagnia non c’era più Sichel, da tempo, e Ciarli vi aveva lasciati improvvisamente due “stagioni” prima al Fiorentini di Napoli, proprio al secondo atto di quella commedia, mentre si correva, più che ballava, la Farandol e tu insegnavi alla pia signora Petypon – non più scandalizzata – ad alzare un tantino la gonna, mostrare la punta dello stivaletto appuntito e dire: Et allez donc, ce n’est pas mon père, molto approssimativamente tradotto chissà da chi: E tira via, non c’è papà. […]

Durante il mese scorso, sono andato all’Olimpia di Milano a riascoltare la Dame:  una “Compagnia estiva”, tutta di giovani, molto a posto, bravi, diligenti. Proprio una bella formazione. Ed il pubblico si divertiva enormemente, lasciandosi trascinare nelle avventure della Crevette rediviva. Ma io capivo che veniva da un mondo morto, dissolto; come io stesso mi sono ad un tratto sentito ombra e mi sono sentito redivivo nei panni del tenente Corignon. Nel buio di quella platea, tra scrosci continui di risa, pure qualche cosa non legava. Per uno strano paradosso che tu capisci benissimo, l’unico che effettivamente era nel suo personaggio – Ernesto Sabbatini, come generale – sembrava invece fuori fase. Gli altri attori credevano, in buonissima fede, che il loro modo di recitare fosse nel tono giusto e formasse, fra tutti, il clima necessario; erano invece gli artefici inconsapevoli di una folle parodia. Erano usciti dal tempo, ecco. Dopo la rappresentazione ho capito che la girandola non si era accesa, pur avendo dato l’illusione del fuoco d’artificio. Il congegno pirotecnico di Feydeau aveva preso umido. La Crevette, Dina, sei ancora soltanto tu. Alla fine dello spettacolo sono andato incontro ad Ernesto Sabbatini; non abbiamo detto una parola della Dame, ma ci siamo guardati come due che sanno ciò che vogliono dirsi e che è perciò inutile ripetere.

Mi hanno invece riferito che il tuo impresario avrebbe in mente, per la prossima Stagione Teatrale, di farti “rimetter su” La Dame de Chez Maxim: un’idea che gli deve essere venuta in mente computando in lire il successo della commedia all’Olimpia. Ma tu non farai mai più – ne sono certo – la Crevette; non dirai mai più sulla scena: Et allez donc, ce n’est pas mon père. Non si può dar vita ai ricordi. Soprattutto a quelli meravigliosi.

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