La disputa del Tacchino, ovvero: Georges Feydeau alla Comédie-Française

Locandina francese di Il tacchinoNel 1951, a trent’anni dalla morte di Feydeau, il regista Jean Meyer decise di mettere in scena nella seconda sala della Comédie-Française la pièce in tre atti Il tacchino. Il successo fu strepitoso, ma questo fu all’origine di una accesa discussione tra i critici dell’epoca che ritenevano inopportuno rappresentare nel “Tempio di Molière” un testo appartenente a un genere teatrale “minore”. Nel marzo di quello stesso anno, il giornalista e saggista Thierry Maulnier, destinato a diventare membro dell’Académie Française, scrisse un articolo sul mensile Combat, intitolato La disputa del Tacchino, con lo scopo di dimostrare che i critici si sbagliavano e che Feydeau era degno di essere rappresentato su quel palcoscenico. L’articolo viene qui di seguito riportato nella mia traduzione.

La disputa del Tacchino

E se Feydeau avesse assunto la maschera del vaudevillista per conquistare il diritto di porre, davanti agli occhi del futile pubblico della Belle Époque, i più grandi e più inquietanti problemi della condizione umana? In fondo anche Shakespeare, per molti dei suoi contemporanei, era un semplice comico volgare. E se in Feydeau fosse insita un’angoscia kierkegaardiana? Se lo si potesse definire un Kafka francese, un seguace ante litteram del teatro della crudeltà, un precursore di Arthur Adamov?

Più volte si è sottolineato come Feydeau, nel suo essere drammaturgo, ci abbia aperto una prospettiva, sul mondo dell’assurdo, diametralmente opposta rispetto a quella a cui ci hanno abituato i suoi successori. L’assurdo di Feydeau non deriva dall’incoerenza di un mondo perennemente disumano, perennemente ostile a ogni tentativo di umanizzazione; al contrario, si tratta di un’assurdità logica, che deriva dalla più rigorosa e razionale organizzazione di cause ed effetti. L’incoerenza nasce dall’eccesso di coerenza: esiste qualcosa di più folle della “storia raccontata da un idiota” di cui parla Shakespeare, è la storia raccontata da un matematico, piena di urla e furore, che non significa nulla. Come è possibile che nessuno abbia avvertito, fino a un livello di angoscia insostenibile, il richiamo che sale dalle creature di Feydeau, il grido di accusa contro un universo dove è l’uomo stesso, nella sua volontà di ragione e felicità, ad apportare la più irrimediabile assurdità?

Il tacchino foto di scena

Sarebbe un errore considerare gli “spogliarelli” di Feydeau – gli uomini in mutande con le bretelle a penzoloni e le donne in camicia da notte – delle semplici concessioni alle esigenze tradizionali di un genere. Feydeau riprende per i suoi scopi le convenzioni del vaudeville, ma le carica di un significato che gli è proprio. Risulta chiaro, ad esempio, che la presenza di un uomo in mutande in circostanze che richiederebbero una certa solennità introduce un potente sarcasmo negatore, un’invincibile forza distruttiva e derisoria nel sacrificio dell’uomo nei confronti della dignità sociale. Sono la sfida rivoluzionaria in tutta la sua violenza, il sacrilegio sociale e l’attentato profanatorio a svelarci il mondo sottostante, il “mondo sommerso”, l’Unterwelt (letteralmente “il mondo che sta sotto”), attraverso gli occhi inorriditi dei fantocci della mascherata mondana.

Locandina di Il tacchinoLa comparsa, nell’atto secondo de Il tacchino, della coppia burlesca e terribile formata dall’ufficiale medico di cavalleria Pinchard e dalla sua vecchia moglie sorda non ha tanto lo scopo di arricchire l’intrigo con complicazioni gratuite e strampalate, quanto quello di permettere l’improvvisa irruzione della vecchiaia oscena, inferma e sordida in un universo che sembra strettamente limitato alle apparenze e alle preoccupazioni legate all’amore carnale. Il suo secondo scopo, invece, è mettere di colpo, sotto gli occhi dello spettatore, il nulla da cui tale universo è pervaso.

I giovani protagonisti de Il tacchino, imbattendosi in questa coppia incongrua nella stanza dell’Hotel Ultimus, si trovano confrontati con la loro stessa vecchiaia, e con il principio distruttivo presente in loro, che già li sta divorando. Alla donna innamorata, al fascinoso amante, si sostituiscono, nel letto dell’adulterio, dei mezzi cadaveri che rappresentano quell’amante e quella donna mentre l’inesauribile campanello nascosto sotto il materasso risuona nelle loro orecchie terrorizzate come un “avvertimento”.

Allo stesso modo, bisogna saper attribuire la giusta importanza al breve episodio della stricnina, offerta da Maggy Soldignac a Vatelin e da questi rigettata con orrore. Anche in questo caso, e in modo imprevisto, la morte si propone agli amanti nel suo aspetto più inaccettabile e inevitabile: quello di “morte in loro”.

Infine, vale la pena sottolineare come il personaggio più importante della pièce – più importante perché in apparenza non svolge alcun ruolo – sia quello della prostituta Armandine che, attraverso la sua docilità, ha il compito di mettere sotto accusa la costrizione sociale, in balia della quale ancora vivono le altre eroine della pièce perfino nei loro tentativi di liberazione. È Armandine, infatti, con la sua orgogliosa stoltezza, ad aprire ai personaggi del mondo disperato di Feydeau l’unica via di fuga possibile, la via dell’oscurità. Di fronte a un mondo in cui l’assurdo è rappresentato dall’uomo stesso, l’uomo percepisce fin dentro le proprie viscere “l’orrore di essere cosciente”.

Il tacchino foto di scena (1)

Per approfondire l’argomento vedere anche:

Il tacchino di Georges Feydeau (I), un’analisi linguistica.

Il tacchino di Georges Feydeau (II), un’analisi linguistica.

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3 risposte a “La disputa del Tacchino, ovvero: Georges Feydeau alla Comédie-Française

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