La riscoperta di Georges Feydeau in Italia

Occupati di Amelia - Einaudi 1972Ancora Feydeau. La verità è che questo autore sta ritornando in Francia e penetrando in Italia più sottilmente. Là dove si avverte il bisogno di un teatro svincolato dai concettualismi, libero in una inventiva, lestissimo nello svolgimento. E l’autore delle commedie “col solletico”, come lo chiamarono, appaga in ogni maniera queste esigenze del pubblico.
Le sorprese che cagionano questi ritorni sono infinite. Commedie che al loro tempo passarono fra il clamore delle platee, ma furono accolte con diffidenza dai critici allora intenti a scrutare il teatro naturalista, ci vengono ripresentate ora a consolazione della crisi esistenzialistica del mondo contemporaneo. È fondamentalmente mutata davanti a queste opere la posizione dello spettatore. Quello che era contemporaneo a Feydeau trovava in esse deriso un mondo nel quale fondamentalmente credeva, e vedeva menomate dal divertimento le sue credenze; lo spettatore d’oggi scorge invece nell’irriverenza dell’autore una critica azzeccata, una liberazione, sotto la specie della verità, delle convenzioni e degli artifici di un’epoca. Il divertimento che procura Feydeau è sempre un divertimento gravido di involontarie conclusioni. Ed è soprattutto un limpido divertimento, una fuga buffonesca fra i casi della vita, una scherzosa ricognizione di personaggi noti.
(Radiocorriere TV, anno 26, numero 52, 25-31 dicembre 1949, pag. 49, autore ignoto)

“Georges Feydeau, il maggiore autore comico francese dopo Molière, nacque a Parigi l’8 dicembre 1862”. Con queste parole Marcel Achard, circa sei anni or sono, diede inizio a un breve saggio apologetico nel quale non mancano le affermazioni rischiose. Da Molière a Feydeau il salto è lungo. Fra i predecessori di Feydeau valeva la pena di ricordare, se non altri, Eugène Labiche; e tra i suoi contemporanei, Georges Courteline. Ma lo scritto di Achard accompagnava il primo volume del Théâtre Complet di Feydeau le cui opere, prima del 1948, non erano state raccolte in una edizione organica; e coincideva con una rivalutazione dell’autore della Dame de chez Maxim di cui ben presto si videro segni imponenti. Negli anni immediatamente successivi, su Feydeau conversero, infatti, quasi contemporaneamente, da una parte il regista cinematografico Autant Lara, dall’altra Jean-Louis Barrault e Madeleine Renaud, e infine la stessa Comédie Française. Feydeau, scrittore “boulevardier” per eccellenza, da vivo non avrebbe mai pensato di essere accolto in quella grande Accademia del teatro, né che la sua opera avrebbe acceso l’interesse di attori così raffinati. Se lo avesse saputo, forse ne avrebbe sorriso.
Non che a Feydeau, oltre il favore del pubblico, fossero mancati i consensi anche della critica ufficiale. Tra l’altro egli era figlio di uno scrittore che durante il secondo impero aveva goduto di buona rinomanza. Amico di Flaubert e dei De Goncourt, il padre di Georges, vedi caso, doveva essere ricordato per una sua Histoire des usages funèbres et des sépultures chez les peuples anciens (Storia delle usanze funebri e delle sepolture dei popoli antichi, N.d.T.). Ma se l’eccezionalità della vena comica di Feydeau non poteva sfuggire né a un Sarcey né a un Lemaître, nessuno, escluso forse Robert de Flers, aveva mai pensato che a un commediografo del genere sarebbe stato dato libero accesso nel tempio della grande letteratura. Vi fu anzi un periodo durante il quale il teatro di Feydeau conobbe una lunga dimenticanza. La prima guerra era sembrata dare il colpo di grazia ad una comicità che si riferiva a consuetudini e costumi rapidamente scomparsi. E Feydeau, il quale come spesso accade agli umoristi era un uomo malinconico, essendo morto nel 1921 ebbe modo di assistere alla decadenza delle proprie commedie. Aveva esordito quasi quarant’anni prima con Amore e piano (nota anche in italiano con il titolo Il professore di pianoforte, N.d.T.), dubitoso se scegliere la carriera del commediografo o quella dell’attore (più tardi disse che si era deciso a scrivere “per pigrizia”); e da allora aveva camminato rapidamente verso successi cui ben presto dovevano seguire veri e propri trionfi: Un fil à la patte, L’hôtel du Libre-Échange, Le Dindon, Occupe-toi d’Amélie.

Caricatura raffigurante Feydeau e altri autori

Sapeva quale immane disastro maturava in Europa? La domanda è oziosa. Oggi importa piuttosto osservare che, dopo la seconda guerra, il teatro di Feydeau fu insistentemente riproposto per almeno due motivi. Il primo di essi riguarda un meccanismo comico che non era sfuggito a nessuno. Il congegno, il movimento di “orologeria” che muove le commedie or ora elencate, fu oggetto di esame attentissimo fin dal suo primo apparire. Ma il secondo coinvolge una buffoneria che ai contemporanei poté sembrare un passatempo godibilissimo in quanto assurdo, e sotto la quale le generazioni d’oggi scoprono una società cui la caricatura non toglie affatto carattere. “Attraverso il fumo del suo sigaro – scrisse Robert de Flers – Feydeau osservava gli uomini con distrazione attenta”.
(Radiocorriere TV, anno 32, numero 8, 20-26 febbraio 1955, pag, 5, autore Raul Radice)

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