Hortense ha detto: “Me ne frego!” e i rapporti coniugali in Georges Feydeau

Il presente testo è tratto dal saggio Farce (Classics in Communication and Mass Culture ), pubblicato per la prima volta in inglese nel 1978 dalla Methuen & Co. Ltd., e attualmente ripubblicato dalla Transaction Publishers, ISBN 9780765808875, pp. 153-155). L’autrice è Jessica Milner Davis. La traduzione è mia.

Hortense a dit: "Je m'en fous!"Nell’arco di tempo che va dal 1908 al 1916, anno in cui compose la sua ultima pièce, Hortense ha detto: “Me ne frego!”, Feydeau scrisse una serie di cinque farse in un atto che, secondo le sue presunte intenzioni, erano destinate a essere raccolte in un unico volume dal titolo Dal matrimonio al divorzio. In questo contesto, come ne I Boulingrin di Georges Courteline, i coniugi sono intrappolati in una lotta, che definirei mortale oltre che comica, e da cui non esiste possibilità di fuga. Il principio fondamentale è quello dell’eterno equilibrio, il cosiddetto effetto bilanciere: un movimento compiuto in una direzione immediatamente genera un altro movimento compensativo necessario a ristabilire l’equilibrio delle tensioni.

I mariti di Feydeau soffrono di ansia da educazione, esattamente come il signor Boulingrin di Courteline. Svolgono professioni impegnate e sono preoccupati di mantenere le apparenze davanti ai clienti, agli ospiti e ai domestici, ma sono inguaribilmente incapaci di imporre la propria autorità alle mogli. In Hortense ha detto: “Me ne frego!”, Adrien, il domestico del dentista Follbraguet, invita il suo capo a far valere i propri diritti legali e pretende che sua moglie si scusi con la domestica Hortense. Molto coraggiosamente (e sotto la ridicola minaccia di doversi battere in duello col suo domestico in nome dell’onore di Hortense se non lo farà) Follbraguet ci prova:

Follbraguet […] Et puis, en voilà assez. Je suis le maître et j’exige.
Paraît Adrien qui s’arrête sur le pas de la porte.
Marcelle Ah ! “tu exiges” ! tiens !
Elle lui envoie un soufflet.
Follbraguet Oh !
Marcelle Monsieur exige !
Elle sort de gauche.
Follbraguet (à Adrien) Eh bien ! voilà, mon ami, quand je montre de l’autorité. Voilà !

Follbraguet […] E poi ne ho abbastanza. Il padrone sono io, e quindi lo esigo.
Entra Adrien che si ferma sulla soglia della porta.
Marcelle Ah! “Lo esigi”! E allora prendi!
Gli molla uno schiaffo.
Follbraguet Oh!
Marcelle Il signore lo esige!
Esce da sinistra.
Follbraguet (ad Adrien) Ebbene! Ecco, mio caro, cosa succede quando dimostro la mia autorità. Succede proprio questo!

Foto di scena

La discussione va di male in peggio e, mentre Follbraguet si dedica distrattamente all’ultimo paziente della giornata, il signor Vildamour, sente sua moglie, in voce fuori campo, revocare di bell’apposta gli ordini che egli aveva impartito poco prima ai domestici. Follbraguet finisce così per alternarsi, con scarsa concentrazione, tra il paziente che ha davanti e ciò che avviene dietro la porta, finché la moglie irrompe nella stanza e l’ultima scena si svolge sotto lo sguardo sconcertato del paziente legato e imbavagliato sulla poltrona del dentista. La signora dice di volersene andare e Follbraguet pure, così quest’ultimo la invita a farsi carico della sua professione e dei suoi pazienti:

Follbraguet […] Va ! Va ! travaille à ma place !…
Marcelle Moi !
Vildamour (terrifié par la perspective) Oh ! non !
Marcelle Plus souvent ! C’est bon pour toi ! Aller fourrer mes doigts dans n’importe quelle bouche dégoûtante, ça me répugnerait trop !
Follbraguet (tout en enlevant rageusement son veston de travail qu’il remplace par son veston de ville, qu’il décroche d’un placard, ainsi que son chapeau) Oui, n’empêche que c’est grâce à ces bouches dégoûtantes (instinctivement il indique Vildamour) dans lesquelles je fourre mes doigts, que je peux te payer des toilettes et des “tulle, tulle, tulle”. Désormais, tu t’arrangeras pour gagner ça toi-même, moi, je tire ma révérence !
Marcelle A ton aise ! Seulement, je t’avertis, ce soir tu ne me retrouveras pas à la maison !
Follbraguet Et moi non plus ! Adieu !
Il sort par le fond.
Marcelle Adieu !
Elle sort de gauche.
Vildamour (qui a suivi avec angoisse toute cette fin de dialogue, se levant, et tout affolé de se voir abandonné à lui-même avec tout cet attirail dans la bouche) Eh ben !… eh ben !… Eh ben !…

Follbraguet […] Su, forza! Lavora al posto mio!…
Marcelle Io!
Vildamour (terrorizzato alla sola idea) Oh! No!
Marcelle Neanche per sogno! Va bene per te! Io sarei troppo ripugnata all’idea di infilare le mie mani in una disgustosa bocca!
Follbraguet (togliendosi con rabbia la veste da lavoro e infilandosi la giacca da città, dopo averla presa da un armadio assieme al cappello) Eh già, ma ciò non toglie che sia grazie a quelle disgustose bocche (indicando d’istinto Vildamour) nelle quali ficco le mie dita, che posso pagarti i vestiti e i “tulle, i tulle, e ancora i tulle”. Ormai, procacciarti il denaro per permetterteli sarà un problema tuo, perché io me ne vado!
Marcelle Fai come ti pare! Però ti avverto, stasera al tuo rientro non ci sarò!
Follbraguet E io neppure! Addio!
Esce dal fondo.
Marcelle Addio!
Esce da sinistra.
Vildamour (che ha seguito con angoscia le ultime battute del dialogo, alzandosi, terrorizzato al vedersi abbandonato a se stesso con tutto quell’armamentario in bocca) Ma!… Ma!… Ma!…

Hortense a dit: "Je m'en fous!"Alla pari dei De Rillettes ne I Boulingrin, Vildamour è diventato il bersaglio della violenza deviata da un coniuge all’altro, ma, diversamente da essi, egli è ben poco padrone del proprio destino. Recandosi dal dentista, acquisisce il diritto a un’assistenza professionale, non a una tempesta coniugale. Questa situazione farsesca non si allontana molto dal concetto esistenziale secondo cui l’inferno sono le altre persone. Per dirla con le parole di Eugène Ionesco: “L’uomo gregario è l’inferno; le altre persone sono l’inferno; se solo si potesse fare a meno di loro!” (Cahiers des Saisons, Vol. XV, 1959, pp. 262-267). Per i due coniugi in confitto questo è certamente vero: i loro tormenti non si placheranno finché resteranno legati l’uno all’altro. La pace si può ottenere solo attraverso la sottomissione, o grazie a quel tipo di crescita caratteriale che la struttura di un testo farsesco normalmente esclude. Nel riflusso di compassione per il povero Vildamour, e nella brillante analisi compiuta da Feydeau nei confronti dell’egoismo, lo spettatore ha la possibilità di approfondire la sua comprensione dell’umana follia. Se è questo il caso, allora la farsa, nella sua versione più cupa, genera un implicito effetto positivo: segnala quelle possibilità di rinnovamento e riconciliazione che vanno al di là dei propri confini.

Per Feydeau stesso, la conseguenza fu il suo precipitare nella pazzia, immediatamente seguita dalla morte; ma il dono che egli ha lasciato al suo pubblico è immenso. J. L. Styan sostiene che: “l’amore e il matrimonio, le strutture sociali e altre questioni familiari sono presentate in una nuova veste nel genere farsesco. Il suo meccanismo a orologeria ci disarma per la sua stessa consistenza. Non possiamo non ammettere che il suo spirito violento e di sommossa ci sveli gli antri più nascosti della mente umana” (Drama, Stage and Audience, Cambridge U.P. 1975, p. 83). Malgrado l’allegria, malgrado la crudeltà, la farsa è un genere teatrale serio.

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