Scoprendo Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le monde artiste: théâtre, musique, beaux-arts, littérature il 15 maggio 1904. L’autore è Martial Teneo. La traduzione è mia.

Bois de BoulogneIl mio direttore mi aveva pregato di andare a chiedere all’autore di Passa la mano! alcuni ritratti e note biografiche da pubblicare sul nostro giornale. Mi affrettavo ad ottemperare al suo desiderio con segreta gioia, poiché nulla al mondo mi pareva più interessante di studiare gli artisti dentro la loro casa.

Fu così che, in una bella mattinata primaverile, mi diressi verso i viali del Bois de Boulogne. Alcuni gentiluomini vi si stavano ugualmente recando, mentre delle giovani mamme sorvegliavano la loro prole intenta a svolgere i giochi più disparati; il sole accarezzava l’erba infiltrando i suoi raggi tra le foglie dalle rinnovate tonalità; nella quieta atmosfera si respirava un senso di felicità.

Dopo una breve sosta all’altezza di un edificio simil Trianon (vedere Nota 1), la cui struttura stonava rispetto alle alte case moderne del circondario, raggiunsi la residenza dello scrittore. Un ascensore faceva l’occhiolino alla mia pigrizia ma, per istintivo timore, rifiutai di salirci; così, iniziai ad inerpicarmi su per il monumentale scalone, dall’aspetto principesco, fino a raggiungere il quinto piano. La lettera di presentazione che mi ero portato dietro mi aprì immediatamente le porte della dimora. Rimasto solo in salotto, pensai subito a come esprimere in fretta tutta la mia ammirazione. Sulle pareti, uno schizzo a penna di François Boucher condivideva lo spazio con dei ritratti di Nicolas-Antoine Taunay, realizzati dall’incisore Charles-Melchior Descourtis, e con alcuni disegni in seppia di J.G. Wille; un po’ più in là, invece, erano esposti alcuni ritratti di sorridenti antenati, vestiti come una volta.

Mentre ispezionavo i mille oggetti deliziosi esposti in una vetrinetta: avori finemente lavorati, raffinate porcellane di Sassonia, statuine in biscuit in finitura opaca, nella stanza entrò un ragazzino. Mi accomodai sulla poltrona collocata di fronte alla porta d’ingresso. Dopo un attimo di silenzio, iniziammo a conversare, mentre il bambino mi osservava con crescente curiosità. Chiesi al piccolo come stesse di salute ed egli mi rispose: “non tanto bene, sono a dieta”. La risposta fu seguita dall’elenco dettagliato dei cibi presenti nel suo menu abituale: purè di patate, di castagne, di cavoli… “Oh, il purè di cavoli è buonissimo”, mi confessò serio serio. Gli si era rotta la frusta giocattolo, e voleva sapere se esisteva un modo per aggiustarla. Gli dissi che forse sarebbe servita una cordicella, ma mi rispose che magari era sufficiente un po’ di colla. Mi spiegò che a lui quei bottoni gialli posizionati sul manico della frusta, che servivano a fissare un ritaglio di pelle bianca, non piacevano proprio per niente. Preferiva i bottoni delle poltrone, come quella su cui ero seduto io. “E voi?”, mi chiese. Gli dissi che condividevo la sua opinione, e che i bottoni dorati erano certamente meglio, soprattutto se con essi c’era anche la poltrona. Sorrise con scherno e, trovandomi di suo gradimento, continuò ad espormi le proprie riflessioni con un delizioso chiacchiericcio.

Georges Feydeau a vent'anniIn quell’istante, sopraggiunse Georges Feydeau che, molto gentilmente, mi condusse in un salone più grande. Con il profilo ben delineato, e lo sguardo franco e acceso, mi invitò a porgli delle domande. Io esitai a lungo: cosa potevo chiedere di non banale? Mi sentivo a mio agio, al cospetto dell’ospitale maestro, eppure non riuscivo a trovare nulla che si dimostrasse all’altezza. Decisamente, non riuscirò mai a vincere la mia forte timidezza. Feydeau si accorse del mio stato d’animo, e molto cortesemente evitò che gli ponessi delle domande prive di tatto.

Mi raccontò brevemente la sua infanzia; gli studi presso il Liceo Saint-Louis; l’anno di volontariato trascorso a Rouen e il suo debutto nell’ambiente teatrale.

Mi parlava lentamente, in tono confidenziale, con tutta la spontaneità che si addice ai conquistatori privi di orgoglio. Scoprii così che, in gioventù, aveva rappresentato diverse opere brevi in salotti e circoli privati, prima di affrontare le luci della ribalta, con Amore e piano, all’ex Teatro dell’Athénée.

La sua prima grande pièce fu Sarto per signora. Feydeau aveva iniziato a scriverla ai tempi del collegio e, con le sue oltre cento repliche al Teatro della Renaissance, si può dire che fu l’opera che determinò la grandezza del talento dell’autore.

A essa seguirono A scatola chiusa (al Teatro Déjazet), La liceale (al Teatro delle Nouveautés), I fidanzati di Loches (al Teatro Cluny), L’affare Edouard (al Teatro delle Variétés) e Il matrimonio di Barillon. Le ultime tre pièces qui elencate furono scritte in collaborazione con Maurice Desvallières.

Nel 1892, Georges Feydeau entrò definitivamente nella schiera degli autori più celebrati grazie a Il signore va a caccia rappresentato al Palais-Royal. Da quel momento in poi, i suoi successi aumentarono a livello esponenziale. Dopo Champignol suo malgrado, di gioiosa memoria, fu la volta di Il sistema Ribadier; Il nastro; La palla al piede; Il tacchino; L’hotel del Libero Scambio; La signora di Chez Maxim, che superò agilmente le cento repliche senza passare mai per antiquata e venendo rappresentata in tutti i paesi; La duchessa delle Folies-Bergère, attualmente acclamata in Germania, e Passa la mano!, il cui trionfo al Teatro delle Nouveautés sarà ben presto seguito da nuove vittorie.

Georges Feydeau a dieci anniIl distinto cavaliere della Legion d’onore, nonché spiritoso autore, non si prese la briga di dirmi tutto questo. Con la consueta gentilezza, mi confessò che le interviste lo imbarazzavano. “Suvvia! In un modo o nell’altro, ve la caverete!”, mi disse, e mi lasciò di nuovo solo in mezzo al lusso, di indubbio gusto, della grande stanza dove si contavano innumerevoli quadri di Guillaumin, di Forain, di Frank Boggs; un magnifico pastello di Bassompierre Sewrin; un arcobaleno di René Billote; un Boudin di prim’ordine; un Franz Courtens; un Sisley insolito; un Daubigny che evocava in modo straordinario la natura incontaminata; un superbo Henry Monnier – in tutta la gloriosa boria di quando veste i panni di Monsieur Prudhomme – e, sparse sulle varie pareti, le magnifiche tele di Carolus Duran, suocero di Feydeau.

Stavo ammirando il ritratto, realizzato dal maestro, della piccola Germaine Feydeau all’età di tre anni – avvolta in un grande cappotto azzurro che la fa apparire assai minuta, con le manine intente a reggere un messale – e mi apprestavo ad esaminare un’enorme tela dove la graziosa mamma, Marianne Carolus Duran, era circondata dai suoi bambini, quando il piccolo Michel, con cui avevo conversato in precedenza, rifece la sua comparsa. “Ma come, non era Michel il bambino che, nel quadro, cercava di arrampicarsi sulle ginocchia della madre?”. Nemmeno per idea, quello era il fratello Jacques: di giorno non lo si vedeva mai perché, alle otto del mattino, si addormentava.

La conversazione prese un’altra piega. “La sapete una cosa”, mi disse Michel, “in questa casa non berremo più il depurativo Schmoll!”. “Ah, il medico ve l’ha proibito?”, chiesi io. “No, è stata mamma. Ha detto: «Da domani non berremo più il depurativo, e tanto peggio per noi!»… Oh, avete un foruncolo rosso sulla fronte, chi ve l’ha fatto?”. “Non so”.

Attimo di silenzio. Iniziai a prendere qualche appunto. “Ah!”, mi disse Michel con orgoglio, “Quella è una B. Sono bravissimo a fare le B… Dite un po’, lo sapete che il cocchiere non vuole più attaccare un cavallo bianco alla nostra carrozza? No, ha deciso di metterne uno rossiccio e uno nero. L’altro, quello color caffelatte, non lo utilizza più perché ha paura delle automobili. Figuratevi che una volta ha fatto salire la carrozza sul marciapiede, proprio davanti ai nostri occhi!…”. E il volto intelligente del bambino assunse un’espressione solenne.

Georges Feydeau trentunenneGeorges Feydeau rientrò nella stanza, con in mano alcune fotografie. Il bambino si dileguò, per recarsi alla sua passeggiata mattutina. I ritratti erano sistemati in una vetrinetta contenente anche alcune raffinate bomboniere del XVIII secolo. Li presi uno a uno, e il maestro mi raccomandò di averne la massima cura; sua moglie se ne separava con dispiacere. Gli promisi tutto ciò che voleva, poiché quanto avevo appreso era di gran lunga più prezioso dell’articolo che avrei pubblicato, e mi ritirai in tutta serenità, non senza aver gettato un ultimo sguardo nel salone carico di opere d’arte.

Ora, a distanza di tempo, rivedo nei miei pensieri l’autore di tante pièces acclamate, e faccio un paragone tra l’elegante fisionomia dello scrittore, la sua aria tranquilla, i suoi gesti misurati, e l’allegria semplice e scoppiettante dei suoi testi, l’esilarante buffoneria sulla quale è riuscito ad apporre il suo personale sigillo, e penso alle anomalie che distinguono nettamente l’aspetto esteriore dell’uomo e la sua anima segreta.

Georges Feydeau – e vale proprio la pena di dirlo – ha assunto un ruolo a parte nell’ambito del teatro contemporaneo. Dal vecchio vaudeville a equivoci ha saputo trarre un tipo di pièces che si rifanno alla commedia di carattere, grazie al rigoroso spirito di osservazione, e al repertorio buffo, grazie alla follia delle situazioni.

Inventore di un genere, il suo nome resterà certamente legato alle più divertenti produzioni di un’epoca in cui tanti autori cercarono di alterare lo spirito francese per imitare servilmente le scialbe fantasticherie della gente del Nord, o le ridicolaggini clownesche di una detestabile anglomania.

Inizialmente, avevo programmato di riportare, in queste pagine, un’intervista nel più perfetto stile letterario; se non ci sono riuscito, cosa che dubito, vi confesserò che la colpa è tutta del piccolo Michel Feydeau, il cui felice ricordo mi ha completamente deconcentrato.

Note:

[1] Il Trianon è un palazzo di Versailles edificato per volontà di Luigi XIV. Nel 1668, il re ordinò l’abbattimento del villaggio di Trianon per costruire, al suo posto, un padiglione in ceramiche blu e bianche di Delft. Circa vent’anni dopo, le decorazioni furono invase dalle lucertole; il padiglione fu perciò incorporato nel Trianon di Marmo, il cui nome deriva dai marmi rosa e verdi che rivestono le facciate.

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