Il nastro – articolo di critica teatrale del 1894

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 5 marzo 1894. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Locandina de Il nastro (1)Il nastro è, per così dire, un vaudeville con una trama da commedia. Il Dottor Paginet è un bravo medico, dalla carriera non eclatante, che è riuscito a costruirsi una sorta di reputazione scrivendo un paio di tomi, molto “arguti”, contro le scoperte microbiologiche di Pasteur. La sua massima ambizione è ottenere la croce della Legion d’onore: se la sogna, ne fa una malattia, la vuole da morire; siccome, tutto sommato, è una brava persona, parenti e amici si ingegnano affinché il Ministro gli “sganci” questo benedetto nastro rosso da lui tanto bramato. La moglie, pur di creargli una certa fama, è diventata presidente di non so quanti enti caritatevoli e ha accolto in casa, con la massima cortesia, il giovane Plumarel, nipote del suddetto Ministro. Come se non bastasse, la donna, in cambio dell’intervento del ragazzo per l’assegnazione dell’onorificenza, gli ha promesso la mano di sua nipote Simone, che non ha rifiutato la proposta ma si è fatta un’idea tutta sua, poiché ama tale Dardillon con cui si è segretamente fidanzata all’inglese.

Paginet si appresta dunque a ricevere la sua nomina, sennonché commette l’imprudenza di accompagnare un amico a un banchetto socialista. Plumarel gli annuncia immediatamente che lo zio, per timore di uno scandalo, ha deciso di rinviare l’assegnazione della croce alla prossima volta. Quello che però Plumarel non gli dice è che il Ministro, per compensazione, non solo ha depennato il nome di Paginet dalla lista delle nomine ma ha ben pensato di inserirvi quello della moglie. Immaginate l’emozione di Paginet quando, aprendo il quotidiano L’Officiel, vede citato il suo nome preceduto da un semplice Sign., che significa Signore.

Decorato! È stato decorato! Biglietti da visita, fiori e componimenti poetici arrivano a pioggia a casa sua. Conoscete già la fertile inventiva e la straordinaria fantasia di Georges Feydeau, superato, in questo caso, solo dal coautore Maurice Desvallières.

Il nastro contiene alcune scene di una comicità forse un po’ grossolana – almeno, questo mi è parso di notare la sera della prima – ma che mi hanno fatto ridere di gusto, e che ora, divertono tutti gli spettatori accorsi a vederlo.

Il fraintendimento, di cui è vittima Paginet, non tarda a venire a galla, ma poiché tutti temono, confessandoglielo apertamente, di causargli un duro colpo, nessuno dice niente. Anzi, il parentado progetta di portarlo in campagna, per poi lasciarlo vivere nell’illusione della nomina in attesa che il Ministro venga a più miti consigli. Il piano, però, fallisce; e il segreto è destinato a essere ben presto scoperto. Un redattore si è già presentato a casa dei coniugi per intervistare il nuovo Cavaliere della Legion d’onore: la signora Paginet. Poiché il giornalista ha parlato di decorazione, Paginet gli si para davanti con il nastro all’occhiello, e lo sguardo carico di orgoglio. Il redattore è tremendamente miope, sicché pensa di avere al suo cospetto la signora Paginet con addosso abiti maschili. Ne traccia una descrizione, e pone a Paginet delle domande che lo lasciano esterrefatto, impedendogli di capirci alcunché. È una scena da puro vaudeville, lo ammetto senza problemi. Ma è di una comicità impagabile, senza contare che Duard, attraverso lo studio del personaggio e l’originalità, la interpreta in modo incantevole, facendo da spalla a Dailly che, per l’intera durata della pièce, si distingue per sagacia e schiettezza, per bonomia e giocosità.

Locandina de Il nastro (2)Un evento imprevisto fa sì che Paginet scopra che il tanto agognato nastro spetta a sua moglie e non a lui. Inizialmente, il protagonista sembra prenderla molto bene: è contento che la moglie possa godere di una simile gioia poiché è un uomo straordinario e la ama. Ma a poco a poco, vedere che a casa sua arrivano, per un’altra persona, le stesse felicitazioni, gli stessi complimenti e i medesimi componimenti poetici da cui in precedenza era stato a sua volta subissato, gli provoca una notevole irritazione. Paginet diventa scontroso: minaccia di abbandonare il tetto coniugale. La cosa sembrerebbe destinata a finire male se gli autori, che hanno convertito in vaudeville il loro accenno di commedia, non avessero trovato un epilogo che il Palais Royal non disapproverà di certo.

Plumarel, il nipote del Ministro, a cui la mano di Simone è stata ripetutamente offerta e rifiutata, a seconda che si avesse o meno bisogno di lui, ha finito per ottenere l’approvazione di tutti. Dardillon, disperato, corre a gettarsi sotto le ruote della prima carrozza di passaggio. Ma fortuna vuole che la carrozza sia proprio quella del Ministro. I cavalli si erano imbizzarriti e il gesto di Dardillon li ha indotti a fermarsi.

“Riportatemi a casa Paginet”, ha detto Dardillon con voce flebile. Paginet! Il Ministro crede così che il suo salvatore sia proprio lui, e ovviamente gli invia subito il nastro rosso. Come conseguenza, Dardillon è autorizzato a sposare Simone.

Il difetto di questa pièce è che, a parte i ruoli di Paginet e della gradevole Simone, nessun personaggio sembra possedere dei tratti caratteristici. Attribuire una fisionomia specifica alla Signora Paginet, secondo me, sarebbe stato molto utile. Si ha quasi l’impressione che la cortese signora sia insignificante. Ma va detto che il dialogo è così vivace da far sì che ci si dimentichi ben presto di queste inezie. Non ci si preoccupa più della facilità con cui gli autori alternano vaudeville a commedia, e commedia a vaudeville: “Mi è venuto da ridere, ed eccomi disarmato!”, come afferma il personaggio dello zio in Métromanie (vedere Nota 1).

La graziosa e piccante Simone è interpretata da Rose Syma. Il ruolo prevede una deliziosa scena da commedia magnificamente recitata dall’attrice: Paginet crede di essere stato decorato e, come ringraziamento, promette a Plumarel la mano della nipote – come ben sapete la furbetta ama in realtà Dardillon – avendo però assistito a una rappresentazione di Monsieur Perrichon (vedere Nota 2), Simone insinua in Paginet il sospetto che il giovane si dia delle arie e che non ritenga l’uomo degno di ricevere la decorazione, poiché è solo suo il merito di aver convinto il Ministro. “È vero”, esclama Paginet, profondamente offeso, “Ho troppa considerazione di lui, quando in realtà è un uomo da poco!”.

Sugli altri artisti, mi permetto di non aggiungere nulla. Non è colpa loro se non hanno un ruolo rilevante. Fortunatamente, Dailly è sempre in scena. E con il suo buon umore riesce ad animare l’intero spettacolo.

Note:

[1] Commedia in versi in cinque atti di Alexis Piron, rappresentata per la prima volta nel 1779.

[2] Le voyage di Monsieur Perrichon è una commedia in quattro atti di Eugène Labiche ed Édouard Martin, rappresentata per la prima volta il 10 settembre 1860 al Teatro del Gymnase di Parigi.

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