L’età dell’oro di Georges Feydeau: una féerie a partire da un romanzo di Dumas

Il presente articolo è apparso sul quotidiano Le Temps datato 08 maggio 1905. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

L'età dell'oro - locandinaSono rientrato da Londra in tutta fretta per assistere, a Parigi, alle più recenti novità teatrali.

Il teatro delle Variété ha allestito una féerie (vedere Nota) di Georges Feydeau e Maurice Desvallières. Un genere teatrale, quello della féerie, che comporta innumerevoli difficoltà, soprattutto quando si parte dall’idea di svecchiarlo e allontanarsi dai sentieri battuti. L’idea de L’età dell’oro è spiritosa. Non è difficile incontrare, in giro per il mondo, delle persone completamente insoddisfatte del loro destino; la loro unica consolazione è maledire il secolo in cui gli è capitato di vivere. “Che brutti tempi, i nostri!”, esclamano, “Se almeno fossi nato prima!”.

Provate un po’ ad avverare questo desiderio addormentando, con un colpo di bacchetta magica, l’imprudente che si è permesso di esprimerlo. Speditelo nel passato e poi resuscitatelo nel futuro. Capirà l’insensatezza delle sue lamentele e scoprirà che la felicità non si trova in nessuna epoca specifica.

Questa è l’avventura vissuta da Follentin, esecrabile impiegatuccio, misantropo, indocile, perennemente lamentoso, scontento degli altri e di se stesso, esperto nell’arte di essere egli stesso causa della propria sventura, tiranno con la moglie Caroline e la figlia Marthe, che hanno il difetto di amarlo. Follentin, dall’alba al tramonto, non sbollisce mai la rabbia: impreca contro i suoi superiori, contro i colleghi a cui sono stati assegnati gli avanzamenti di carriera a cui lui aspirava, contro i passanti che incrocia per strada, contro la pioggia e il sole, contro il suo locatore e il suo portiere, contro l’impiegato di banca che gli presenta una cambiale, contro il parente che gli lascia in eredità una fortuna; insomma, si impegna al massimo per ricavare, da ogni avvenimento, la maggiore amarezza possibile. Dopo un’ultima scenata coniugale, e un’ultima esplosione di nervi, finalmente il personaggio va a coricarsi. La dolce Marthe inizia a leggergli un capitolo de La Regina Margot di Dumas, e così Follentin si addormenta mormorando: “Ecco il regno dove avrei dovuto trascorrere la mia vita. Eccola l’età dell’oro…”.

L'età dell'oro - bozzetto di scena

Cala il sipario. Quando si rialza, siamo all’albergo della Belle-Etoile, a due passi dal Louvre, e sentiamo suonare le campane di San Bartolomeo. I diversi quadri dell’opera saranno composti dai sogni di Follentin. Lo vediamo andarsene in giro – proprio lui, uomo moderno – con indosso un bizzarro sacco che gli fa da cappotto, con un tubo della stufa come cappello e accompagnato dalla moglie e dalla figlia in mezzo alle calzamaglia e ai cappelli con la piuma della corte di Carlo IX oppure, duecento anni dopo, lungo i viali del parco di Versailles. Ormai avete capito come funziona la pièce. Direi che il procedimento è un po’ puerile e non è esente da alcuni momenti di noia: Follentin che rifila una stoccata al re di Navarra, o Follentin che offre a Luigi XV un sigaro e una scatola di fiammiferi con il marchio dei monopoli di Stato, o ancora Follentin trasportato nel 3000 per diventare, a sua volta, l’uomo retrogrado dei secoli passati – la situazione è sempre la stessa, gli effetti scaturiscono dal medesimo tipo di contrasto e così, attraverso la ripetitività, si attenuano. Com’è possibile che due autori dotati di tanta arguzia, e un direttore dalla vivace intelligenza teatrale, non si siano resi conto di questo grave inconveniente? Per risollevare le sorti della pièce ci voleva più fantasia, un’immaginazione più pungente e forse anche più “poetica” di quella dimostrata da Georges Feydeau e Maurice Desvallières, che si trovano a loro agio soprattutto nella commedia leggera. La parte migliore della loro opera è l’atto primo, perché è un atto vaudevillesco. Gli altri atti sono eccessivamente sfarzosi sia per quanto riguarda le scenografie, che i costumi, che le apoteosi; sul palcoscenico si alternano belle ragazze, lussuosamente vestite o elegantemente svestite, ed è questa la vera gioia della serata. Forse che il paradiso di Maometto è l’autentica “età dell’oro”.

L'età dell'oro - una scena

Comunque, va detto che la troupe del teatro delle Variété si impegna con brio alla riuscita dell’opera: Brasseur, che riesce a reggere con leggerezza il peso di un ruolo molto pesante e, malgrado la sua importanza, abbastanza ingrato; Eve Lavallière, Anna Tariol-Baugé e Jeanne Saulier – nel ruolo di una vivace Contessa Du Barry – Paul Fugère – un Luigi XV panciuto e davvero inaspettato – e la sempre gradevole Marie Magnier. In conclusione, se la pièce ci ha un po’ deluso, i nostri occhi sono rimasti estasiati dallo spettacolo… e non è poco.

Note:

[1] Féerie: pièce che si fonda su effetti di magia, di meraviglioso e di spettacolare, facendo intervenire personaggi immaginari dotati di poteri soprannaturali (fate, demoni, elementi naturali, creature mitologiche ecc…). Dizionario del teatro Patrice Pavis, a cura di Paolo Bosisio, Zanichelli editore, Bologna 1998, p. 173.

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