La dame de Chez Maxim’s a New York, e il gamberetto diventa un’aragosta

Il presente articolo è stato pubblicato sul New York Journal il 30 agosto 1899. L’autore è Alan Dale. La traduzione è mia.

The Girl from Maxim's (locandina)La pièce di Georges Feydeau è arrivata al Criterion Theatre, la cui carriera è iniziata sotto l’ala cortese e protettiva del direttore Charles Frohman, in un tripudio di tinte oro e carminio. I colori del teatro erano proprio caldi, e lo stesso vale per il tempo. Ma i colori e il tempo erano come il ghiaccio delle montagne innevate della Groenlandia in confronto all’incandescente The Girl from Maxim’s.

Le mani gentili e delicate dell’adattatore americano hanno infuso allo spettacolo una parvenza di decenza. Non si trattava della stessa pièce rappresentata al Teatro delle Nouveautés. La protagonista non sembra più uscita da Maxim’s a Parigi ma da Shanley’s a Manhattan, e più che un “gamberetto” parigino (da cui il soprannome Môme Crevette) assomiglia a un'”aragosta” newyorkese. Eppure il personaggio è molto sensuale – Dio solo sa perché! – nella sua ingenuità e nel suo stile gergale, e ho visto il fard letteralmente colare giù dalle guance di una mezza dozzina di giovani riluttanti mentre si sforzavano di non capire quegli atteggiamenti espliciti che l’adattatore ha cercato di dissimulare con delicatezza.

La prima visione che lo spettatore ha della ragazza di Chez Maxim’s è dall’interno di un letto rossastro e imbottito. L’adattatore si è messo subito all’opera. La protagonista è stata portata nel succitato letto a casa dei coniugi Petypon da Petypon in persona. Senza secondi fini, questo è ovvio. L’uomo si è talmente ubriacato da Maxim’s che, dopo aver notato la graziosa ragazza – sola soletta e senza la mamma –, ha ben pensato di portarsela a casa. Ed eccola qua! Anche un adattatore, tuttavia, ha i suoi limiti, ragion per cui il primo atto della pièce è identico all’originale e non si nasconde nulla. La giovane se ne sta distesa sul letto con addosso una semplice e graziosa chemise – come la definirebbero nei romanzi classici – e una sottogonna di seta. Il letto è collocato in un’alcova ed è accuratamente protetto dalle tende. La moglie di Petypon arriva al momento opportuno, trova il vestito della “girl”, lo scambia per un regalo per lei e se lo porta via. In seguito sopraggiunge lo zio che, vedendo una ragazza nel letto del nipote, arriva subito alla conclusione morale e fiduciosa che si tratti di sua moglie. Seguono complicazioni.

Alla fine del primo atto, sorgono i primi dubbi. Devo ridere? Devo scandalizzarmi? Devo fare finta di niente? Devo assumere la giusta aria indignata? Tutte queste domande fanno la gioia dell’adattatore! Ha riempito la pièce di allusioni, e quindi puoi trarne la conclusione che non c’è niente di male nel rimanere; così il giorno seguente puoi raccontare agli amici di “non aver visto proprio nulla di insolito”. Male ne incolga a chi male pensa. Eppure, in questo primo atto, mi sembra che i “doppi sensi” siano meno criticabili di tutto il sacrilego discorso su angeli, arcangeli, serafini e creature celesti. La Signora Petypon è una spiritualista, e la “girl” cerca di guadagnare tempo impersonando uno spirito. Anche uno stomaco delicato avrebbe un moto di ribellione nel vedere la Signora Petypon in ginocchio intenta a pregare lo spirito mentre quest’ultimo, con le fattezze della “girl”, se ne sta in piedi sul letto del marito della signora illuminato da una luce elettrica collocata sotto la lingerie. Il rischio non ha mai bisogno del contributo del sacrilegio. Si preferisce che alcune illusioni restino tali. La moralità, che in fondo è qualcosa di geografico, è in grado di combattere da sola le sue battaglie, ma le opinioni religiose, tirate in ballo in una farsa suggestiva, c’entrano ben poco. Scoppi a ridere e ti senti in colpa per averlo fatto. Le creature celesti e le donne altamente meritevoli sono due cose da non mescolare a un livello così chiassoso. […]

The Girl from Maxim's (Josephine Hall)

A Parigi, come ho specificato un paio di settimane fa, la “girl” conclude le sue provocazioni con un’interiezione così ripugnante da far tremare perfino gli spiriti più audaci (Eh! Allez donc, c’est pas mon père!). Al Criterion Theatre, l’altra sera, l’espressione non poteva essere utilizzata. Tuttavia, l’adattatore – Dio gliene renda merito per lo sforzo! – poteva trovare qualcosa di meglio della semplicistica e banale Oh, maledizione!. L’effetto risulta deludente e si perde un’importante sottigliezza. Le duchesse dovrebbero balzare indietro scandalizzate, ma come si fa di fronte a una che esclama: “Oh, maledizione!”?

La farsa di Feydeau è ingegnosa dall’inizio alla fine. Date a un francese un dito di lussuria e lui vi restituirà una mano di ingenuità. È solo questo a spingere l’autore nel suo lavoro. The Girl from Maxim’s è un vero trionfo di ingenuità – lasciando da parte ogni questione morale – perché ogni gancio ha il suo occhiello e l’intera opera è composta con intelligenza. Certo, la pièce è un po’ lenta in alcuni passaggi – qualche tipo francese risulta davvero indecifrabile, mentre alcuni membri del cast, l’altra sera, sembravano più usciti dalla Capanna dello zio Tom che da The Girl from Maxim’s – ma ci può stare. […]

Suppongo che, prima o poi, la Girl from Maxim’s si farà donna. E di sicuro, in seguito, diventerà una graziosa vecchietta. Sta di fatto che non mi piacerebbe proprio averla come nonna. Immaginatevela mentre lavora all’uncinetto trapunte di lana!

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