Tradurre le opere di Georges Feydeau in angloamericano

Il presente testo è tratto dal volume Four Farces by Georges Feydeau, traduzione e cura di Norman R. Shapiro, pubblicato per la prima volta in inglese dalla University of Chicago Press e attualmente riedito dalla Applause Theatre & Cinema Books, ISBN 9781557833051. Si ringraziano Norman R. Shapiro e la Applause Theatre & Cinema Books per l’autorizzazione alla traduzione, a cura mia.

FranciaIl lavoro del traduttore mi ricorda sempre una partita a flipper: quando ogni biglia d’acciaio esce precipitosamente dalla sua scanalatura compie un percorso a zigzag tra i bumper, i segnali acustici, le palette e via dicendo praticamente illimitato nelle sue possibilità. Per quanto una biglia sembri ripercorrere esattamente il tragitto di un’altra, due biglie non faranno mai lo stesso medesimo percorso. E comunque, nonostante il suo potenziale praticamente infinito, e le innumerevoli traiettorie che può seguire, ogni biglia è fortemente limitata nei movimenti dal telaio della macchina stessa: non può mai andare a rimbalzare altrove. In altre parole, la massima libertà all’interno della massima limitazione.

Il traduttore si trova in una posizione analoga. Ogni testo che deve essere reso in un’altra lingua presenta un numero quasi infinito di possibili risultati. Indubbiamente, due traduttori non forniranno mai due versioni identiche, parola per parola, ma, per quanto ampia possa essere la libertà di scelta, e per quanto grande sia il ventaglio delle possibilità, il traduttore sarà comunque soggetto alle limitazioni imposte dal testo stesso. A differenza dello scrittore, che parte da zero e gode di assoluta libertà nel suo confrontarsi con la pagina bianca, il traduttore parte da una restrizione molto tangibile: deve lavorare seguendo i pensieri e lo stile di qualcun altro, non i suoi. Forse è per questo che la traduzione, come il flipper per i suoi appassionati, è un’occupazione molto gratificante per coloro che se la possono permettere. Essa rappresenta un compromesso, una sorta di equilibrio tra i forti, e reciprocamente ostili, desideri umani di libertà e restrizione. In un certo senso, è la versione in miniatura della lotta che l’uomo combatte dentro se stesso tra indipendenza totale e sottomissione totale, tra la libertà e la volontaria rinuncia a essa. Il traduttore assapora la parte migliore di entrambe le situazioni: come le biglie nel flipper è molto libero e al tempo stesso molto limitato.

FeydeauTuttavia, per quanto appagante possa essere il lavoro del traduttore, esso è anche soggetto a un’infinita frustrazione. I problemi pratici, piccoli o grandi che siano, sbucano dietro ogni curva. Come rendere i giochi di parole? Come gestire un riferimento che ha un suo significato logico nel contesto culturale della lingua A ma non ne ha alcuno in quello della lingua B? Anche un elemento, all’apparenza semplice, come un nome proprio può sollevare notevoli difficoltà quando attraversa la linea di demarcazione linguistica. Il traduttore si vede, così, costretto a prendersi alcune libertà, pur mantenendo come prioritaria nella sua testa l’idea che in qualche modo deve rimanere fedele a quel qualcosa di nebuloso che viene denominato “lo spirito dell’originale”.

Nelle traduzioni da me realizzate mi sono confrontato con questo tipo di problematiche e, di conseguenza, mi sono preso la mia dose di libertà. Senza elencarle nei minimi dettagli, permettetemi di pronunciare un caveat lector o due per coloro che sono indotti a credere che tutto, in queste pagine, sia “puro Feydeau”. Quando possibile, i giochi di parole, e le altre canzonature linguistiche di cui i testi originali abbondano, sono stati resi individuando degli appropriati (o propriamente inappropriati) sostituti. Così, Les îles Hébrides in On purge Bébé sono diventate, per trasposizione culturale, The Aleutian Islands riuscendo in questo modo a preservare il gioco fonetico che altrimenti sarebbe andato perduto. Nella stessa commedia, un lungo gioco di parole basato sul sostantivo francese di uso comune cocu è stato riformulato ricorrendo all’utilizzo di parole quali laughing stock e two-time per evitare di doversi avvalere dell’equivalente inglese meno spontaneo cuckold. Libertà di questo tipo sono frequenti. Non saltiamo alle conclusioni, come uno studioso troppo zelante, sulla struttura dei giochi di parole di Feydeau senza aver consultato gli originali.

I nomi propri hanno rappresentato un problema minore, e solo per alcuni personaggi si è resa necessaria la loro modifica. Ad esempio, in On purge Bébé, Adhéaume Chouilloux, il cui nome di battesimo è completamente estraneo alle orecchie (e agli occhi) degli angloamericani, è diventato Abélard; Follavoine, in compenso, ha perso il nome Bastien in favore del più comune Maximilien. Ne Le mariage de Barillon la domestica Ursule, il cui nome, per noi angloamericani, suona molto tedesco, è stata ribattezzata Joséphine, nome decisamente più francese. Ho accuratamente evitato di tradurre i nomi che potevano avere un corrispondente inglese: se Follavoine (avena sterile, N.d.T.) fosse diventato Mr. Wildoats il personaggio avrebbe perso la sua origine francese.

FeydeauL’unica grande libertà che mi sono preso è stata anch’essa dettata da ragioni culturali. Miss Betting, la governante di Un fil à la patte, è una signora inglese che, nel testo originale, non capisce una sola parola di francese e parla unicamente nella sua madrelingua. Nessun personaggio la capisce a parte la sua allieva Viviane, che traduce i suoi commenti per gli altri. In una traduzione inglese questo costituisce ovviamente un problema. Il personaggio deve parlare una lingua straniera, non deve comprendere quanto asserito dagli altri e, per logici motivi, non può essere di madrelingua inglese. Sarebbe stato abbastanza semplice cambiare la nazionalità di Miss Betting, ma è proprio in questa occasione che si è posto il problema culturale. Nel 1890, quale pretenziosa madre francese, in cerca di una governante per la figlia, si sarebbe accontentata di una Fräulein tedesca, di una signorina italiana o di qualsiasi altra persona che non fosse un’elegante Miss inglese, anche se incapace di parlare francese? Risultato: l’impasse del traduttore. Ammetto che la libertà che mi sono preso è alquanto estrema (Norman R. Shapiro ha scelto di far parlare al personaggio la lingua dei segni, N.d.T.), ma ritengo di esserne uscito bene. Qualora fossero necessarie ulteriori giustificazioni, a mia tutela posso presumere che la soluzione da me trovata avrebbe soddisfatto il vivace senso dell’assurdo di Feydeau.

Credo che l’autore sorriderebbe anche di alcune delle libertà che mi sono preso per quanto riguarda i titoli. Le mie scelte, com’è ovvio, non sono molto letterali, ma sono comunque nello spirito di Feydeau, e penso che questa sia una scusa più che sufficiente.

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