Una lezione di vaudeville (intervista a Georges Feydeau)

feydeauLa presente intervista è stata realizzata da Adolphe Brisson nel 1901 e inserita nel suo libro Portraits intimes, dedicato ai più grandi artisti dell’epoca. La traduzione è mia.

Era mezzogiorno passato quando arrivai a casa di Georges Feydeau. Indossava ancora la vestaglia, peraltro elegante, e se ne stava languidamente seduto in un’ampia poltrona, all’angolo del focolare, con nel volto un’espressione di tedio e malinconia. La sua fisionomia contrastava in modo così evidente con la gioia stravagante ed epilettica che, l’autore de La signora di Chez Maxim,era solito riversare nelle sue opere, che per un attimo ritenni opportuno informarmi sulle sue condizioni di salute. Georges Feydeau sollevò su di me uno sguardo trasognato, e un pallido sorriso fece capolino sulle sue labbra.

“Sto benissimo”, dichiarò. “Non stupitevi se sono triste. Questa è la mia naturale disposizione d’animo. Io non somiglio affatto alle mie pièces, che tutti quanti concordano nel considerare gioiose. Sono un pessimo giudice in questo ambito. Non rido mai a teatro, e rido raramente nella vita privata. Sono un tipo taciturno, un po’ selvatico. Rifuggo la possibilità di parlare di argomenti oziosi con persone indifferenti. Loro scambiano questa mia avversione per sdegno, e si vendicano dandomi dello “snob”. Le lunghe chiacchierate sono per me motivo di invincibile apprensione.”

Non volendo confrontarmi con un senso di riluttanza di cui ignoravo completamente l’esistenza, feci per congedarmi, ma lui mi costrinse a sedermi.

“Mi avete frainteso”, aggiunse, con estrema cortesia. “Mi fa molto piacere poter discutere con voi di alcuni piccoli problemi di arte drammatica. L’argomento è di sicuro interesse…”

Le sue parole furono seguite da un breve silenzio. Georges Feydeau si smarriva nei suoi pensieri e, nel farlo, la sua testa bionda si inclinava, come oppressa da un fardello troppo pesante; i suoi occhi azzurri erano attraversati come da un’ombra; mentre le dita giocherellavano distrattamente con un tagliacarte. Io, di par mio, ammiravo questa indolenza che, associata alla delicatezza femminile dei suoi tratti, donava a Feydeau una grazia particolare, e lo rendeva uno dei più bei cavalieri delle lettere di Francia.

La pulce nell'orecchio

“Se volete conoscere la mia vera natura, vi confesserò che sono una persona pigra!…”

Queste parole necessitavano di una spiegazione. Stava appunto per darmela quando, di colpo, la porta si aprì. Il suo valletto si avvicinò, con in mano una lettera. Feydeau la scorse e mi invitò a leggerla. Il testo diceva quanto segue:

“Egregio,

Sono di passaggio a Parigi e sarebbe per me un grande onore applaudire il vostro nuovo successo. Se gentilmente potreste riservarmi quattro biglietti, ve ne sarei eternamente grata.

La signorina X…, pittrice.”

Feydeau girò e rigirò il foglio di carta velina da cui esalavano inebrianti profumi.

“Questo nome non mi dice nulla…”

Interrogò il domestico.

“Chi ve lo ha consegnato?”

“Una signora molto graziosa che ha tanto insistito per essere introdotta in casa vostra.”

Il mio ospite non riuscì a trattenere una risata.

“Suvvia!”, gli dissi, “Vi ho fatto perdere una buona occasione. Consolatevi raccontandomi la vostra storia!…”

Sarto per signoraMi rispose che per quanto gli era concesso ricordare, in vita sua non si era mai occupato di null’altro che non fosse un’opera teatrale. A sette anni scrisse la sua prima pièce, a cui ne seguirono molte altre. Sui banchi del collegio, si dedicava quasi esclusivamente a questo lavoro ingrato, senza che le sue opere risentissero minimamente dell’influenza del greco e del latino, visto che Feydeau non ha mai scritto una tragedia in vita sua. Fin dall’inizio, le sue produzioni furono prevalentemente moderne e parigine. Una di queste aveva per protagonista un paladino che, di ritorno dalle crociate, sorprendeva la moglie, una nobile feudataria, in tête-à-tête con il suo paggio e le gridava:

“E adesso saremo felici tutti e tre!”

L’ingenua immoralità della battuta, e l’audacia dell’intreccio, erano di ottimo auspicio. Il giovane Feydeau anticipava, prima di raggiungere l’età della ragione, la sua futura sfacciataggine. Infatti, andò a consegnare il manoscritto a Henri Meilhac che, con la massima serietà possibile, si mise ad esaminarlo. Baciò su entrambe le gote il ragazzino di dieci anni dalla pelle rosea e vellutata di una bimbetta e gli disse:

“Ragazzo mio, la tua pièce è stupida, ma è anche scenica. Diventerai un uomo di teatro”.

Il neofita incise queste parole nel più profondo della sua anima, e a partire dal giorno seguente si dedicò a pieno ritmo a un vaudeville in cinque atti e a una féerie (vedere Nota 1) in diciotto quadri. Aveva poco più di vent’anni quando fu rappresentato per la prima volta Sarto per signora; nessuno sospettava che l’opera di debutto fosse preceduta da un repertorio inedito, voluminoso quasi quanto quello di Eugène Scribe. Ma Georges Feydeau non si accontentò del suo essere un drammaturgo precoce: recitava le commedie in modo superbo. Modulava le dichiarazioni d’amore con una passione che gli valse trionfi di ogni sorta. La notizia arrivò all’orecchio di Raymond Deslandes, che cercava un artista per il ruolo principale in Mensonges. Per tentarlo, gli offrì uno stipendio notevole. Paul Bourget e Decourcelle andarono alla riscossa. Portarono Feydeau a cena, e lo esortarono a lasciarsi convincere. Gli mostrarono, descrivendola quasi fosse tutta rose e fiori, la vita che conduceva un attore: adulato dal pubblico, adorato dalle donne, vittorioso e irresistibile, trascinante dietro a sé tutti i cuori (vedere Nota 2).

Il calore dei loro discorsi, e i generosi vapori dello champagne, turbarono il giovane neofita e lo spinsero a una decisione drastica.

“Voglio firmare il contratto stasera stessa”, disse loro.

Chiamarono una vettura di piazza e corsero al Teatro del Vaudeville. Raymond Deslandes aveva appena lasciato il suo ufficio, se solo vi fosse rimasto cinque minuti di più, la vita di Feydeau sarebbe cambiata per sempre. Sarebbe diventato un attore alla moda. Avrebbe fatto delle tournée in America, o sarebbe entrato alla Comédie-Française. E ora gli snob imiterebbero il taglio delle sue giacche, e il colore delle sue cravatte. Non avrebbe scritto né Champignol suo malgrado, né L’hotel del Libero Scambio, né tantomeno Il tacchino. Chissà cos’è a determinare il destino di una persona!

Sarto per signora 1

Georges Feydeau era in vena di confidenze. Ma furono interrotte da un secondo ingresso del domestico, che consegnò al suo padrone un plico di telegrammi. L’autore li scorse e li gettò sul tavolo con fare distratto.

“Non è nulla… Sono da parte dei direttori dei teatri stranieri e di provincia che mi chiedono La signora di Chez Maxim…

…In pratica si tratta solo di qualche mazzetto di biglietti di banca che cade nelle scarselle dello scrittore!

Comunque, era giunto il momento di strappargli le informazioni che giustificavano e motivavano la mia visita. Georges Feydeau, nel teatro contemporaneo, occupa un posto che si potrebbe definire originale. Infatti, se non l’ha arricchito inventando un nuovo genere (cosa impossibile da fare dalla mattina alla sera, poiché i generi nascono dopo una lenta evoluzione), se non altro ha portato il vecchio vaudeville a equivoci al massimo grado di perfezione. Le pièces di questo tipo, in mano sua, si sono trasformate in organismi eruditi e complessi, che la critica ha giustamente paragonato a dei capolavori di orologeria. L’apparente trascuratezza dello stile, il dialogo sboccato, e la fantasia degli episodi innestati nella narrazione, ricoprono una trama eccezionalmente fitta, costituita da un gioco preciso di coincidenze, ciascuna delle quali presuppone, da parte dell’autore, un notevole sforzo mentale. In che modo, Feydeau, predispone gli innumerevoli fili della storia? Come riesce a intrecciarli e a districarli, senza mai smarrirsi nella matassa così creata? Immagino ricorra a dei metodi specifici, forse meccanici o mnemotecnici; magari crea innanzitutto un canovaccio, o cura nei minimi dettagli l’andirivieni delle sue marionette e, quando arriva il momento dell’esecuzione definitiva, si appoggia a questa sorta di “mostro”, di perno, che sostiene tutta l’impalcatura…

Il tacchino

Georges Feydeau mi lasciò esporre la mia teoria e, ritenendola conclusa, disse, senza perdere la sua flemma:

“La vostra ipotesi è giudiziosa, ma, per quanto mi riguarda, falsa. Le mie pièces sono interamente improvvisate: l’insieme e il dettaglio, il piano generale e la forma, ogni elemento trova la sua collocazione a mano a mano che scrivo… e non predispongo mai un canovaccio”.

Posai su Feydeau uno sguardo sgomento. Ma come? Le prodigiose disavventure del Dottor Petypon, e la non meno sorprendente odissea di Champignol, quegli atti in cui, per almeno un’ora, le peripezie si ingarbugliano, prendono un nuovo sviluppo, si annodano e si snodano, sospese a grappoli sopra la testa di uno spettatore esterrefatto: quelle furiose pantalonate nascevano così, d’un sol colpo e senza esitazione, nel cervello dell’autore! Ma di quale straordinaria genialità era dunque dotato quest’uomo? Feydeau si affrettò a chiarire il mistero:

“Quando mi trovo davanti al foglio di carta, nella foga del lavoro, non analizzo i miei eroi, ma li guardo agire, li sento parlare. In un certo senso essi si concretizzano, e sono, per me, degli esseri reali. La loro immagine mi si imprime nella memoria, non solo fisicamente, ma anche per quanto concerne il ricordo dell’istante in cui entrano in scena, e della porta attraverso la quale vi accedono. Io possiedo la mia pièce, come un giocatore di scacchi possiede la scacchiera; ho ben impresse nella mente le varie posizioni che le pedine (i miei personaggi) sono andate a occupare. In altre parole, sono consapevole della loro evoluzione simultanea e successiva. E questa evoluzione si limita a un certo numero di movimenti. Non dimenticate che il movimento è la condizione essenziale del teatro, e di conseguenza (e lo dico in tutta onestà, visto che tanti maestri l’hanno sostenuto) la principale dote del drammaturgo…”

Fun with Feydeau

Ricordai la confessione ricevuta da Feydeau all’inizio della nostra conversazione: ha un umore cupo, privo di giovialità, non molto socievole, e si crogiola nel raccoglimento di una solitudine quasi totale. Possibile che un simile temperamento non avesse mai influenzato le sue opere, e non lo inducesse a intraprenderne qualcuna in cui mettere in risalto le sue vere inclinazioni? Fino a oggi, Georges Feydeau ha prodotto delle farse mirabili e non un solo dramma patetico, o romanzo sentimentale! Per spiegarmi questa anomalia, l’autore ricorse a un’argomentazione più speciosa che solida, ma indubbiamente arguta…

“Lo confesso tranquillamente: il lavoro mi annoia. Quando ero uno scolaro, provavo un enorme diletto nello scrivere commedie, perché, attraverso esse, fuggivo ai doveri che mi venivano imposti, per i quali nutrivo un basso grado di sopportazione. Io amo i frutti proibiti e i sentieri tortuosi. Ora, però, la situazione si è capovolta. Il teatro è diventato per me un’abitudine, un dovere. È il mio mestiere. È la strada che devo percorrere senza poter deviare il tragitto. E questo basta a farmi desiderare di allontanarmene. Quando inizio a scrivere una pièce, ho la sensazione di rinchiudermi in una cella e di poter evadere solo a lavoro finito. Oh! no, io non sono di quelli che partoriscono nella gioia. Organizzando le follie che scateneranno l’ilarità del pubblico non ne sono rallegrato, resto serio, mantengo il sangue freddo del chimico che dosa un medicinale. Inserisco nella mia pastiglia un grammo d’intrigo, un grammo di libertinaggio, un grammo di spirito di osservazione. Mescolo gli ingredienti come mi riesce meglio. E prevedo quasi a colpo sicuro l’effetto che produrranno. L’esperienza mi ha insegnato a distinguere l’erba buona da quella cattiva. E raramente mi sbaglio, per quanto concerne il risultato”.

Georges Feydeau, senza alzare la voce, concluse lentamente il suo discorso:

“Quando l’opera è terminata, provo un sollievo incredibile! Riconquisto la mia libertà. Pensate che ho finito il secondo atto de La signora di Chez Maxim e imbastito il terzo, mentre il primo era già in ripetizione. In quattro mesi ho impostato l’intera opera. E quei quattro mesi mi sono valsi due anni di indipendenza. Ho avuto la possibilità di dedicarmi nuovamente alla pittura. La pittura è per me un piacere. Realizzo quadri molto brutti, ma li adoro…”

Mi sembrò di cogliere una sottile ironia nel pensiero di Feydeau. Era davvero sincero, con me e con se stesso, nell’espormi questo suo singolarissimo dilettantismo?

Sarto per signora 2

“Immagino siate sopraffatto dalle richieste di collaborazione?”, gli dissi.

In effetti, le respingeva senza pietà. Impediva addirittura ai manoscritti di varcare la soglia della porta. Una disavventura l’aveva guarito dalla bella accoglienza che, un tempo, riservava a questo tipo di invii. Aveva ricevuto una missiva dalla provincia, accompagnata da un plico voluminoso. La missiva diceva: “Caro maestro, spero sarete così gentile da dispensarmi i vostri consigli. Vi sarei anche grato se vi degnaste di firmare la mia opera: il vostro nome unito al mio sul manifesto della rappresentazione significherebbe per me una gloria insperata”. Feydeau rifiutò gentilmente una proposta così impegnativa, ma la sua cortesia fu ripagata da una seconda missiva, redatta in un tono completamente diverso e contenente queste sole parole, che la mia penna si rifiuta di riportare nella loro integrità: “E poi, io vi mando affan…!”. Al che, Feydeau si limitò a rispondere: “Non siete più un mio fan, adesso, caro signore, perché ho finito di leggere la vostra commedia!”.

Rallegrato da tale ricordo, Feydeau si animò. Mettendo da parte la nonchalance, si fece eloquente, pittoresco e quasi aggressivo.

“Alcune persone credono che una pièce, solo perché ha uno stile leggero ed è priva di pretese, sia facile da costruire. Non sospettano minimamente quanti elementi contribuiscano alla sua riuscita: la preparazione minuziosa, la sorpresa dei coup de théâtre, l’incidente inaspettato la cui predisposizione richiede una certa complessità al fine di scuotere i nervi degli scettici e impedir loro di gridare nei corridoi, il giorno della prova generale: “È sempre la stessa solfa. Si sa già che fa morire dal ridere!”. Insomma, l’intreccio è sempre così difficile, così periglioso perché determina l’impressione finale delle serate, e quindi deve risultare chiaro senza essere piatto, e gradevole senza eccessi di stupidità…”

Georges Feydeau difende la sua arte con un certo slancio. Eppure afferma di amarla solo in parte. Giudicate un po’ voi, se la ama o no! Dal mio punto di vista, la ama più di quanto non voglia dare a vedere. Non si può odiare lo strumento dal quale si ricavano un’onorevole reputazione e trecentomila franchi di rendita…

 Note:

[1] Féerie: pièce che si fonda su effetti di magia, di meraviglioso e di spettacolare, facendo intervenire personaggi immaginari dotati di poteri soprannaturali (fate, demoni, elementi naturali, creature mitologiche ecc…). Dizionario del teatro Patrice Pavis, a cura di Paolo Bosisio, Zanichelli editore, Bologna 1998, p. 173.

[2] Versi della scena quinta, dell’atto secondo, della Fedra (1677) di Racine, in cui Fedra risponde a un’osservazione di Ippolito, che crede ingenuamente che il suo amore sia rivolto verso il padre Teseo: “Sì Principe, languisco e brucio per Teseo,/ io l’amo quale non l’hanno negli inferi veduto,/ di oggetti i più diversi adoratore fatuo,/ l’alveo a disonorare, del Dio dei Morti,/ ma fedele, fiero, e un po’ scontroso,/ affascinante, giovane, trascinante dietro a sé tutti i cuori,/ simile ai nostri dei, come li dipingono, o come vedo voi./ Il portamento vostro aveva, i vostri occhi, il vostro linguaggio,/ questo nobile pudore copriva il suo viso,/ quando di Creta nostra attraversò i flutti,/ degno argomento dei voti delle figlie di Minosse.

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2 risposte a “Una lezione di vaudeville (intervista a Georges Feydeau)

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