Feydeau: un pozzo da cui attingere

Il presente articolo è tratto dal quotidiano umoristico Le Rire del 20 maggio 1911. L’autore è sconosciuto. La traduzione è mia.

Feydeau visto da Gus Bofa

Feydeau visto da Gus Bofa

Mentre la compagnia del Théâtre Antoine è in tournée, un’altra compagnia è venuta in tournée nella loro sede di Boulevard de Strasbourg: è la legge immutabile della reciprocità. La prima pièce oggetto di riallestimento è stata La palla al piede di Georges Feydeau.

Alla prova generale avevo come vicino di posto, sul lato destro, un omone costipato che ci teneva a esprimere la propria opinione, e forte indignazione, quasi a voce alta. “Credete a me, caro mio” – il “caro mio” ero io – “ci vuole una bella faccia tosta per avere il coraggio di propinarci una pièce così poco originale come questa. Non contiene una sola scena, o situazione, che io non abbia visto e stravisto almeno cento volte nell’arco degli ultimi quindici anni su tutti i palcoscenici dei music-hall e dei café-chantant. Quel generale spagnolo, quell’attricetta da strapazzo, e poi il notaio, il praticante, l’amante combina guai e tutto il resto! Cento volte li ho visti, cento volte! Ditemi voi se uno si deve disturbare per assistere a spettacoli del genere! È un vero e proprio scandalo, e questo Feydeau è uno che ruba a più non posso dai testi teatrali degli altri!”. “Calmatevi”, gli ho risposto, “Vi state sbagliando di grosso, ma non per colpa vostra, e nemmeno per colpa di Feydeau. Ora vi spiegherò come stanno le cose”.

“In effetti, La palla al piede di Feydeau ha debuttato esattamente quindici anni fa al Teatro del Palais-Royal e da quel momento in poi molti drammaturghi, che hanno dato lustro ai palcoscenici parigini, vi si sono ispirati per i loro testi. È così che si perpetua una tradizione umoristica che risale a prima di Aristofane, e non vi è modo d’indignarsene. Due o tre volte ogni cento anni, il fiume di questa tradizione si arricchisce di un affluente; il resto del tempo è proprio quest’ultimo a essere utilizzato per irrigare un numero considerevole di orti fertili dove ingegnosi coltivatori ne ripartiscono l’acqua in base ai propri interessi e al raccolto finale.
È quanto accaduto con il fecondo Champignol suo malgrado, che voi, quasi sicuramente, non avrete avuto modo di vedere essendo troppo giovane, dal quale sono nate numerose pièces militari, tutte divertentissime. La stessa sorte è toccata poi alla Signora di Chez Maxim.
Feydeau è forse il drammaturgo più plagiato della nostra epoca. Gli altri autori devono possedere una forza d’animo straordinaria per resistere alla tentazione di attingere effetti di sicura efficacia dal suo repertorio. E perfino Feydeau, a volte, si è ritrovato a plagiare se stesso!”.

A questo punto, ho gettato una seconda occhiata sull’omone che mi sedeva accanto. Era girato verso di me, nei limiti consentitigli dal suo collo apoplettico, e mi fissava con un’aria a metà tra il serio e il faceto.

Siccome il mio stomaco mal sopporta le mezze misure, mi sono girato dall’altra parte, verso il mio vicino di sinistra. Fortunata combinazione ha voluto che si trattasse di una vicina. Era bella, bionda e rotondetta, proprio come va di moda quest’anno.

Da quel momento in poi, non mi sono più preoccupato di difendere le pièces di Feydeau – sulle quali, del resto, non incasso alcun diritto d’autore – e mi sono dedicato completamente alla mia vicina. Benché, neanche in quel caso, io avessi diritto a incassare qualcosa.

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Quando Molière “plagia” Feydeau

La presente citazione è tratta dal testo Le théâtre et la vie sous la Troisième République, première époque. Éditions Littéraires de France, 1945, pp. 140-142. L’autore è René Peter. La traduzione è mia.

cartolina d'epocaNon è forse vero che i drammaturghi sono degli instancabili bambini, facili allo slancio e all’arrabbiatura, e che, per un nonnulla, o per una virgola che credono gli sia stata copiata, sono pronti a mettersi a strillare a scapito di ogni tribunale del mondo? Feydeau stesso, nella sua sdegnosa filosofia, non sfuggiva a questa regola comune.

“Giusto ieri”, mi disse un giorno, “sono andato al teatro Fémina di Bordeaux a vedere la breve pièce di Madame Gillou Il fante di cuori, firmata sotto lo pseudonimo di Louis Gilbert”.

“Beh, come l’avete trovata?”, gli chiesi, presentendo che voleva essere interrogato in merito e che aveva preparato qualcosa.

“È l’ennesimo riallestimento camuffato della mia Champignol suo malgrado”, rispose con nonchalance.

“In che senso?”, chiesi io; ed era facile intuire dove voleva andare a parare.

“Oh! Io non gliene voglio mica alla gentile signora; la sua pièce non è affatto brutta, e d’altronde sono abituato a questo tipo di situazioni. Nominatemi un solo autore che non mi abbia freddamente scippato la scena madre di Champignol suo malgrado!”.

“Di quale scena parlate?”.

“Diamine, della scena del secondo atto in cui Saint-Florimond, che tutti hanno scambiato per il pittore Champignol e che non sa nemmeno tenere in mano una matita, è costretto a ritrarre il colonnello. Provate un po’ voi a trarvi d’impaccio da una simile situazione. Non avete idea delle cose che il personaggio è costretto a inventarsi… Ora, senza voler rimproverare nessuno, ieri sera, nella pièce di Madame Gillou, ho rivisto la stessa identica scena trasferita in un altro contesto. Anziché un pittore, il protagonista era un cameriere che ignorava completamente i fondamenti del suo mestiere. Anche in Lo Chauffeur, del nostro amico Max Maurey, il personaggio principale non ha la minima idea di come si svolga il mestiere di chauffeur e, allo stesso modo, nella pièce del connazionale Tristan Bernard, L’inglese come lo parlano, il protagonista non spiccica una parola d’inglese. E l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito! Buongiorno, mio buon vecchio Champignol, e ancora buongiorno e ancora buongiorno visto che ti moltiplichi come i conigli… Comunque, va detto che i miei cari colleghi non ci vanno tanto per il sottile!”.

Teatro Fémina

“Allora”, gli dissi, “Pensate di essere stato voi il primo ad avere avuto l’idea di una scena di questo tipo?”.

“Certo che sì. Perché me lo chiedete?”.

“Siete sicuro che nessuno ci abbia mai pensato prima di voi?”

Feydeau mi guardò con fare stupito, come se la risposta fosse evidente. Così, dopo un po’, gli chiesi: “Vi dice niente Il medico per forza di Molière?…”.

Il mio caro Feydeau restò un attimo interdetto, poi, con lo stesso tono canzonatorio e bonario che aveva dimostrato poco prima, esclamò: “Eccone un altro!… Certo che è incredibile! Com’è possibile che un uomo come Molière, morto più di duecento anni fa, abbia osato farmi questo!… Plagiare la mia pièce! Che vergogna!… Mio Dio, in che epoca viviamo!”.

Champignol malgré lui (Champignol suo malgrado) – articolo di critica teatrale del 1892

Locandina di Champignol malgré luiL’articolo qui di seguito riportato è stato pubblicato sulla rivista annuale Impressions de théâtre (settima serie), curata da Jules Lemaitre nel 1892. La traduzione è mia.

Champignol suo malgrado: vaudeville in tre atti di Georges Feydeau e Maurice Desvallières.

In quanto meccanismo a orologeria drammaturgico, il vaudeville di Georges Feydeau e Maurice Desvallières non è probabilmente di un così incredibile livello di perfezione come Le sorprese del divorzio o La famiglia Pont-Biquet di Bisson: il primo atto di Champignol suo malgrado non manca certo di verbosità, e neanche il terzo è privo di debolezze. Il secondo atto, tuttavia, è una delle follie più irresistibilmente gioiose che si siano mai viste a teatro. Il quiproquo che ne costituisce la base possiede inoltre quella caratteristica peculiare per cui i successivi sviluppi sono determinati da artifici contro i quali il più solido buon senso non ha quasi nulla da obiettare; poiché si tratta semplicemente della disciplina militare meccanicamente applicata allo sfruttamento di una situazione vaudevillesca.

Fate fatica a comprendere il mio discorso? Cercherò allora di essere più chiaro. Ma per farlo sono costretto a rivelarvi almeno il punto di partenza di Champignol suo malgrado.

La signora Champignol, moglie di un celebre pittore, commette l’errore di ospitare, durante l’assenza del marito, il giovane damerino Saint-Florimond; come se non bastasse, la signora accetta anche di fare con lui una breve passeggiata a Fontainebleau. Lì, si imbatte inaspettatamente in alcuni suoi cugini provinciali che scambiano Saint-Florimond per Champignol, e la signora non trova il coraggio di contraddirli… Non mi soffermerò a descrivere gli altri avvenimenti accidentali che hanno come conseguenza di “champignolizzare” sempre di più Saint-Florimond, e arrivo al dunque: il vero Champignol deve svolgere i trenta giorni di leva presso l’esercito di terra e, poiché non ha risposto alla chiamata, il falso Champignol viene agguantato al posto suo dai bravi gendarmi; il falso Champignol tace per non compromettere la signora Champignol e viene così mandato a Clermont (dipartimento dell’Oise) dove il vero Champignol, che non si sa per quale ragione è arrivato in ritardo, sbarca alcuni giorni dopo.

In questo modo, all’interno della caserma di Clermont, all’insaputa delle autorità militari, ci sono due Champignol che rispondono allo stesso cognome.

Cartolina d'epoca ispirata a Champignol malgré luiEd è a questo punto che si manifesta appieno la bellezza immaginifica di Georges Feydeau e Maurice Desvallières. In qualsiasi altro luogo al di fuori del reggimento la confusione svanirebbe in breve tempo o si prolungherebbe solo attraverso degli artifici stantii ai quali il teatro ci ha già abituati. Questo non significa che non avremmo modo di divertirci, ma saremmo costretti a dimostrarci un po’ indulgenti, e a diventare benevolmente complici degli autori. Per fare durare il malinteso, infatti, dovremmo accettare (ed è una cosa che del resto facciamo sempre di buon grado, e senza pena, nell’istante in cui gli autori teatrali ci elemosinano un po’ di allegria) che ogni personaggio eviti accuratamente di pronunciare quelle frasi che inevitabilmente pronuncerebbe nella vita reale. Ora, queste frasi spontanee e pericolose che, nell’istante stesso in cui venissero emesse, svelerebbero tutto determinando la brusca interruzione della pièce, non vengono pronunciate né dal primo Champignol né dal secondo non tanto perché i personaggi non ne avrebbero voglia ma semplicemente perché non possono assolutamente farlo. Appena tentano un accenno sono subito costretti a rimangiarsi quanto detto a causa degli otto giorni di sala di disciplina o dei tre giorni di prigione che vengono loro inflitti. In questo caso la volontà dell’autore e la complicità del pubblico non c’entrano nulla. È la disciplina militare stessa, e la regola dell’obbedienza passiva, ad impedire che il fraintendimento sia chiarito. Quella che potrebbe essere dunque vista come audace convenzione diventa qui supremo realismo. È altrettanto ovvio che in nessun altro luogo, se non in quello in cui gli interessati sono privi di parola, un simile quiproquo avrebbe tante possibilità di durare in eterno. Il secondo atto di Champignol suo malgrado ci fa quindi assistere al totale esaurimento delle conseguenze di un equivoco iniziale grazie a quel: “Niente ozzervazioni” tipico del colonnello Ramollot (Vedere Nota).

Lo spettacolo è bello, e aggiungerei che Champignol suo malgrado non vi piacerà solamente per la tipica allegria di un quiproquo magistralmente sviluppato con una sorta di metodica follia, ma anche per quelle descrizioni appena abbozzate, innocenti e divertenti, della vita e delle usanze dell’ambiente militare… Alcuni simpatici tipi dell’esercito di terra sono interpretati in modo equilibrato e vivace: il mediatore, il garzone del macellaio, il principe… E devo confessare che poco fa ho sbagliato a citare Ramollot. Le figure degli ufficiali, in questo contesto, non hanno nulla di ingiurioso: sono brave persone, solo un po’ ansiose, brontolone e perentorie, e forse mancano di sagacità solo perché non hanno tempo da perdere. La loro semplicità e il loro spontaneo borbottio, associati alla rigida disciplina, sono d’altronde degli eccellenti fattori confusionali; e così possiamo solo constatare che ogni cosa cospira per trasformare la caserma nel miglior terreno di coltura del quiproquo vaudevillesco.

Nota:

Le storie del colonello Ramollot è un quasi-fumetto incentrato sulle avventure del personaggio caricaturale del colonnello Ramollot, che quando parla storpia la lingua. Le storie furono scritte durante la seconda metà del 1800 dallo scrittore Charles Leroy, i disegni invece erano di Achille Lemot detto Uzès.

Feydeau e il cinema (III) – Champignol suo malgrado

Cartolina d'epocaL’articolo qui presentato è stato pubblicato il 27 ottobre 1933 sul quotidiano L’Echo de Paris. L’autore è Didier Daix, la traduzione è mia.

La verve di Georges Feydeau sa resistere anche agli attacchi del cinema. La comicità dell’autore è garantita al punto da riuscire a resuscitare sul grande schermo – appesantita, certo, e insaporita in salsa cinematografica – sempre intensa, viva e fiera. È ancora in grado di provocare delle risate e di allontanare il malumore generato dallo spettacolo di un capolavoro impoverito.

Se Champignol suo malgrado non è un buon film, non si può attribuire la responsabilità al regista Ellis. Georges Feydeau era troppo uomo di teatro perché le sue opere potessero essere impunemente consegnate nelle mani dei cineasti. L’autore le aveva presentate, allestite e sviluppate come andava fatto e ogni tentativo di presentarle, allestirle e svilupparle diversamente è destinato al fallimento. Di questo ne prendiamo pienamente coscienza in Champignol suo malgrado dove, nonostante qualche variante, seguiamo lo scorrere della vicenda nei diversi atti, scena per scena. Sarebbe necessario un virtuosismo fuori dal comune, e un talento immaginativo comparabile almeno a quello dell’autore drammatico, per riuscire a fare del vero cinema con delle pièces così strutturate senza danneggiarne la leggerezza originaria.

È comunque importante valutare lo sforzo del regista della pellicola, Ellis, con indulgenza ragionata. Il film non è mai noioso. E non disdegna né la destrezza né la goffaggine, ma ce li presenta entrambi. Il complesso, però, è grazioso. Si ride spesso e, quando ci si diverte, tutto il resto passa in secondo piano.

Alla pari del film, l’interpretazione è un po’ pesante. Ma anche in questo caso, la colpa non è degli attori. Sotto la superficie delle loro azioni si nota ciò che non è stato fatto.

L’aspetto sportivo e disinvolto di Aimé Simon-Girard avrebbe funzionato meglio con un montaggio più veloce. Tutti gli effetti della pellicola, d’altronde, ci avrebbero guadagnato se fossero stati meno sottolineati. Ciò non toglie che Simon-Girard sia un gradevole spasimante moderno, che Dranem sia sempre straordinario nella sua comicità, che Urban interpreti un Champignol incredibilmente tonto e che Robert Hasti ben si immedesimi nel ruolo di un capitano pienamente conforme alla tradizione.

Janine Guise è una ben piacevole conquista per un attor giovane, e Robert Lepers un novello sposo divertente. Suzette O’Nil, infine – poiché non mi soffermerò su tutti gli interpreti del film – nel ruolo fin troppo breve di una vivandiera, è deliziosa e sorridente al punto giusto.

Ma perché mai i registi cinematografici, o per meglio dire le case di produzione, si accaniscono sulle pièces teatrali in generale e sui vaudeville in particolare? Eppure è stato più volte dimostrato che il successo privilegia maggiormente la sceneggiatura originale. Il beneficio commerciale che si crede di poter trarre da un successo teatrale si è rivelato troppo spesso nullo per addurlo come giustificazione. Ed è molto più facile fare del buon cinema con un’opera concepita apposta per il grande schermo, che dispensa il regista da vari problemi, che ormai non ci dovrebbero essere più dubbi. Checché se ne dica, sono ancora i buoni film a generare i maggiori incassi. Ma, ahimè, il naufrago continua a chiedere soccorso alla tavola di legno marcio. Più si adattano vaudeville per il grande schermo, a scapito di coloro che si servono della loro gloria passata, più ci si aggrappa a essi. Sembra la storia del piccolo risparmiatore che, rimasto scottato da una Marthe Hanau qualsiasi corre a offrire quanto gli è rimasto alle speculazioni di un nuovo Albert Oustric.

Note:

Marthe Hanau (1890-1935) era una donna d’affari francese che negli anni ’20 e ’30 fu coinvolta in un grave scandalo finanziario.
Albert Oustric (1887-1935) era un importante banchiere francese che aveva fatto della speculazione in Borsa la sua principale fonte di reddito.