Feydeau e il mondo perfetto in disintegrazione

Il presente articolo è tratto dal programma di sala di Le Dindon di Feydeau, per la regia di Lukas Hemleb, rappresentato a Parigi il 25 novembre 2002. L’autore è Lukas Hemleb. La traduzione è mia.

Nel teatro di Feydeau, spingendo una porta, si entra a colpo sicuro in un salotto, in una sala da pranzo o in una camera da letto, ma anche in una specie di laboratorio di microfisica sottoforma di camera a plasma, camera a deriva o camera a scintillazione.

Feydeau ci conduce in questi luoghi per sperimentare la resistenza e la velocità dell’uomo sottoposto a pressione e sottomesso a prove estreme.

Le Dindon di Feydeau

In questo contesto, Feydeau si muove secondo una logica precisissima. Ed è proprio attraverso questa logica implacabile e feroce che l’autore ci proietta nel delirio. È una logica che infrange i limiti della ragione. Feydeau rivela la follia che si nasconde nella perfezione.

Come spesso accade nel vaudeville, si tratta di un mondo circoscritto. Nessun elemento del mondo esterno entra, per effrazione, in questa campana di vetro chiusa e protetta. Ed è proprio nelle perfette condizioni tipiche di un laboratorio che assistiamo al gioco dei desideri e delle energie. Non vi è contaminazione che ci induca a distogliere lo sguardo da quel mondo perfetto intento a disintegrarsi. Ed è a questo punto che l’autore riscalda le particelle fino a fargli raggiungere la velocità necessaria a generare una reazione. La risata, in Feydeau, è il risultato di una reazione autofertilizzante…

Parallelamente, scopriamo anche il Feydeau musicista, in grado di attribuire ai suoi testi le caratteristiche di uno spartito: egli organizza il flusso delle battute all’interno di un’orchestrazione dove il ritmo è, allo stesso tempo, trattenuto e scatenato. La velocità diventa un dato relativo. Lo scatto mentale può esprimersi attraverso una lentezza che, a sua volta, ha un che di delizioso e di torturante…

Le Dindon di Feydeau

Il tempo, in Feydeau, è un dato microscopico, esaminato alla scala più piccola per poi essere ingrandito e proiettato nello spazio. L’autore riesce a isolare con ferocia quella particella elementare rappresentata dal presente. Nel suo teatro, esso è definito dall’istante in tutta la sua imbarazzante nudità a cui è stato rubato il passato e il futuro. Il passato è lontano dal presente perché l’istante costringe a mentire, mentre il futuro è lontano dal presente perché la menzogna non ci metterà molto a esplodere.

Essere proiettati nel presente con una tale urgenza significa incassare in pieno il colpo della crudeltà della circostanza. Trovare il modo di pararlo è una questione vitale, e la necessità immediata di una risposta è improvvisazione pura. Il presente isolato è una merce rara ai giorni nostri. Solo il teatro riesce a rappresentarlo. Per l’attore, è la gioia più grande che il mestiere possa dargli.

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