Il fegato del drammaturgo

Il presente articolo è stato pubblicato sul mensile Choses de théâtre, cahiers mensuels de notes d’études et de recherches théâtrales, nel 1921. L’autore è Tristan Bernard. La traduzione è mia.

Tristan BernardA conferirmi una certa competenza in materia per poter parlare del fegato dell’autore drammatico, anche se forse non ne ho l’autorità, è il fatto che io stesso, numerose volte, ne sono stato privo.

Ma cosa si intende esattamente con l’espressione “avere fegato” quando viene applicata a un drammaturgo?

Il fegato si dimostra, forse, sostenendo delle idee sovversive?

A teatro, le idee sovversive non sempre danneggiano l’autore che le difende… Anzi, esse lo “sostengono” addirittura, come possono farlo, in altre circostanze, le buone teorie borghesi…

Dal punto di vista del giudice d’arte, gli ardimenti atti a scioccare sono condannabili almeno quanto gli innocenti trucchetti utilizzati per piacere al pubblico.

Il vero fegato è un’altra cosa, e si tratta di non confondere l’uomo che fa il gradasso con quello autenticamente coraggioso.

L’uomo coraggioso è colui che lavora con passione, e che tratta nella sua interezza, senza incertezze, senza inganni, senza tradimenti, il soggetto che ha osato concepire.

Il mite Racine era un uomo pieno di fegato. Provate a rileggere la scena tra Burrhus e Narcisse nel Britannicus (1669). Il lavoro c’è, come afferma uno dei due.

Dumas figlio ci ha lasciato intendere di avere del fegato… ma forse era solo apparenza. Il caso di coscienza da lui sollevato era difficile, ma la soluzione era subdolamente facilitata da una piccola compiacenza dell’autore. Fu così che un atto di fellonia della baronessa Suzanne d’Ange capitò al momento giusto per liberare dai suoi scrupoli Olivier de Jalin (nella pièce Le demi-monde, Il semi-mondo, 1855).

All’epoca, Dumas lavorava come quei toreri da strapazzo che vanno a cercare gli applausi della folla eseguendo dei “passaggi” eccezionali che i veri aficionados disprezzano poiché ci vedono soltanto un falso ardimento, senza meriti né pericoli.

Georges Feydeau il fegato lo aveva.

Nato uomo di teatro, scriveva solo per il teatro… Ci ha lasciato un’opera considerevole, che avrebbe potuto essere ancora più notevole.

Qualcuno ha asserito che fosse un uomo pigro. Soffriva soprattutto di quella noncuranza, più che decorosa, tipica degli uomini che si fanno un’alta opinione del lavoro, e che non lo concepiscono come tale finché non è completo e finito. È proprio questa consapevolezza, e questa apprensione, a rendergli così difficile l’avvio di un nuovo progetto.

Inizialmente, ero intenzionato a parlare di Feydeau solo per quanto riguarda i casi particolari di drammaturghi di fegato. Ma non ritengo di andare troppo fuori tema se, en passant, cerco di definire le due tendenze che, in questo autore, si contrastavano e, in un certo qual modo, lo paralizzarono.

Feydeau aveva un’indole da aristocratico sdegnoso e, allo stesso tempo, un’ardente curiosità d’artista che lo indirizzava, quasi suo malgrado, verso idee nuove, ardite, avventurose, generose… Sentiva che il dovere di ogni scrittore era puntare verso idee più mature al fine di comprenderle, e che non manifestare malevoli preconcetti nei confronti di queste idee era fondamentale, poiché la benevolenza è indispensabile alla lungimiranza.

FeydeauFeydeau amava le idee nuove, ma non amava poi tanto l’umanità che componeva il movimento avanguardista. Ma perché mai soffermarsi sul volto di questi operai dell’avvenire? Bisogna pensare soprattutto a quello che immancabilmente diventeranno gli uomini di domani se incentiviamo gli sforzi di queste persone.

Gli uomini d’oggi, che vi sembrano privi di eleganza e, spesso a torto, di raffinatezza intellettuale, avranno trasmesso ai loro figli, entro una generazione, il famoso je ne sais quoi, che si acquisisce molto più in fretta di quanto i romanzieri mondani amino sostenere.

Questo “aristocratismo”, che impedì a Feydeau di raggiungere la sua piena forma, non fu l’unico elemento a nuocergli. L’altro fattore negativo fu il disprezzo che le cosiddette persone colte manifestarono nei suoi confronti fin dall’inizio della sua carriera. Solo in seguito, infatti, Feydeau fu elevato al rango che gli spettava.

Le persone che si sono avvicinate a Feydeau e che, per giudicarlo, non hanno tenuto conto solo della sua opera, sanno benissimo che il suo lavoro era quello di un grande uomo di teatro.

Un giorno, Feydeau mi ha detto questa frase caratteristica, che ho già pubblicato altrove e che continuerò a ripetere poiché si tratta della bella professione di fede di un drammaturgo e ci spiega, meglio di una definizione, cosa sia il fegato:

Io, quando lavoro a una pièce, e ho a che fare con due personaggi che non devono incontrarsi, li metto subito l’uno di fronte all’altro…

Feydeau mi diceva questo a proposito del teatro di Alfred Capus. Capus, evidentemente, non ha lo stesso temperamento.

Questi autori costituiscono due ottimi esempi per illustrare l’argomento di cui mi sto occupando. Parlo di loro ancora più volentieri perché nutro nei confronti di entrambi una profonda ammirazione. Capus, come dicevano gli inglesi, è una delle nostre cinque o sei “teste”. Sarebbe ingiusto non attribuirgli le grandi qualità del drammaturgo; tuttavia, manca di fegato. E questa è una delle ragioni del suo sistematico ottimismo. Ottimismo che, molto spesso, si trasforma in espediente.

Una pièce come Brignol e sua figlia (1895), i cui due primi atti sono straordinari, sarebbe un’opera compiuta se il terzo atto non fosse solo un abbozzo a causa della mancata perseveranza nello sforzo, o, per meglio dire, a causa della fretta che ha avuto l’autore di ultimare il suo compito nell’istante in cui il suo sforzo ha smesso di essere facile e piacevole.

Alfred Capus

Capus è un erede di Sébastien-Roch Nicolas Chamfort (ma credo che Chamfort resti comunque superiore perché fu di per se stesso più cattivo, il che permise alla sua mente di andare oltre). Ora, Chamfort, uomo di teatro, dimostrava una mancanza notevole di fegato, il che significa che il fegato di un drammaturgo non è necessariamente rapportato alla sua audacia di spirito, ma è soprattutto una questione di temperamento e di tempra.

Una piccola pièce di Chamfort, Il mercante di Smirne, rappresentata a suo tempo al Teatro della Comédie-Française, è un buon esempio di questa mancanza di fegato: due o tre ottime battute inserite in un testo praticamente inesistente…

En passant, specifichiamo che Capus, come Chamfort, non è un semplice uomo di spirito. Un uomo di spirito pensa solo a controbattere. Chamfort e Capus sono degli umoristi, con una visione personale degli uomini e delle cose.

Si può essere persone molto attive, e mancare di fegato. Conosco uomini che tutti considerano dei grandi lavoratori, e che in realtà sono degli impareggiabili pigroni la cui attività continua non è altro che un’incessante fuga dallo sforzo.

Conosco un giovane scrittore dotato di molto talento, che scrive per il teatro ma che difficilmente farà del buon teatro. Prima di introdurre l’argomento della storia, dedica venti pagine all’attenta e meticolosa descrizione della scenografia, come se non fosse già abbastanza difficile far muovere i personaggi su un palcoscenico vuoto senza farli continuamente sbattere contro uno sgabello o un pouf.

Gli amanti della boxe vi diranno che esistono due tipi di coraggio: quello più comune, il più ammirato dalla folla, consiste, dopo essere stati sbattuti al tappeto, nel rialzarsi cinque-dieci volte per continuare a ricevere dei colpi inevitabili. Ma questo è come andare sul velluto, sul velluto un po’ ruvido della quasi certa sconfitta. Il boxeur si preoccupa solo di rendere la sua sconfitta più gloriosa e ancora più simpatica.

L’altra forma di coraggio è quella del boxeur che, fin dall’inizio dell’incontro, “aggredisce” e rischia.

Il fegato sta nel rischiare, e accettare la battaglia, mettendosi l’uno di fronte all’altro, come faceva Feydeau con i due personaggi che non dovevano incontrarsi.

Il fegato sta nel non essere troppo previdenti. A volerlo essere troppo non si agisce più. Il fegato sta nel partire, quando necessario, senza provviste. Perché un carico troppo pesante impedisce di proseguire…

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