Georges Feydeau e i suoi personaggi

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Nouvelles littéraires nel 1924. L’autore è Claude Berton. La traduzione è mia.

La Dame de Chez Maxim (versione inglese)I personaggi di Feydeau non hanno niente a che spartire con i borghesi “posati” o le “persone” di mondo. Sono uomini gaudenti, prostitute di locali alla moda, esseri mezzi folli, abulici, deboli, ubriaconi, maniaci brutali e mistagoghi. Il loro linguaggio non è il bon français degli eroi di Labiche né tantomeno le mezzetinte screziate di brillanti pennellate che illuminano i dialoghi di Meilhac. È un linguaggio frammentario, caotico, argotico, ellittico, pieno zeppo di incontri di idee balzane e sbalorditive, come il costume di un illusionista che estrae dalle tasche, dalle maniche e dal colletto dei pesci, dei fiori, una frittata, delle bolle di sapone e una palla di cannone.

Le situazioni non sono la conseguenza delle peripezie dell’amore, dell’orgoglio o della cupidigia. Non sono neanche peripezie, ma catastrofi improvvise e incontri disastrosi; con furti di vestiti, colpi di pistola, minacce condizionate, risse, appartamenti truccati, apparizioni di fantasmi, ipnosi, spiritismo ed estasi anestetiche. Le pièces di Feydeau sono caratterizzate da eventi di questo tipo e, per accumulo e precisione degli episodi, sono già di per se stesse dei film cinematografici.

Le donne emancipate che, nella vita di tutti i giorni, lottano per la loro libertà, nelle commedie di Feydeau vengono delineate come amanti dispotiche, megere barocche o mistiche inebetite. Gli uomini, da par loro, sono dei cretini inenarrabili, dei cinici mattacchioni o dei rozzi ottusi. Le une e gli altri non sono certo semplici invenzioni, ma personaggi reali che l’autore ha fatto passare davanti a una serie di specchi concavi, convessi, curvi o ingrandenti, che presentano tutte le deformazioni ottiche possibili.

Feydeau conosce tutte le strategie della comicità. I mezzi non gli mancano, li possiede e se ne avvale al suo meglio. Innanzitutto la sorpresa, l’emozione dell’imprevisto; e poi lo scambio di persona, altra sorpresa; l’enigma, che rappresenta l’elemento di maggiore interesse; l’automatizzazione di un personaggio, con conseguente indecisione dell’individuo che determina l’automatismo; la ripetizione di un gesto e di una frase, che rientrano nell’ambito dell’idiozia; il parallelismo di situazioni da cui deriva un groviglio di coincidenze e di eventi; il ribaltamento delle circostanze con relativi inseguimento, fuga disperata e caccia accanita; il tema iniziale delle prime avventure che gli uomini si raccontano l’un l’altro; la galoppata dietro alla preda o al nemico braccato e la suggestione motrice che deriva dalla visione di una simile corsa caracollante.

Gli altri autori della sua epoca compongono commedie inserendoci due o tre personaggi principali e un altro paio di comparse. Feydeau ha un cast di personaggi interminabile, ognuno dei quali con ruolo attivo, fisionomia propria, frasi caratteristiche e un’influenza diretta sullo svolgimento dell’intrigo. La leggerezza delle sceneggiature, così ricche di macchinazioni, incontri, equivoci, progetti concepiti, svolti e ripresi, fallimenti e trionfi, abbandoni e riconciliazioni, viene dalla realtà dei numerosi tipi di Feydeau, posti ben in evidenza, che costituiscono gli elementi cardine delle più folli congetture garantendone l’inopinata verosimiglianza. Ne consegue che vi è una maggiore osservazione della realtà in una bizzarria come La signora di Chez Maxim di quanta ce ne sia in un pesante melodramma pseudo-filosofico come La corsa della fiaccola (pièce in quattro atti composta nel 1922 da Paul Hervieu e George Neely Henning, N.d.T.).

Chez Maxim 2

Alcune farse dell’autore – Ma non andare in giro tutta nuda! o Purghiamo il bimbo – sono così ben concepite e analizzate da sfiorare la tragedia domestica malgrado il titolo beffardo. Quanto a Il germoglio, è senza dubbio un’eccellente commedia.

Gran varietà di argomenti scenici, incredibile chiarezza degli intrighi eccezionalmente fitti, precisione dei tratti caratteriali, rapidità e logica delle evoluzioni drammaturgiche, queste sono le eclatanti caratteristiche peculiari della superiorità di Feydeau. Forse non è stato un innovatore, ma l’esplosione della sua verve, lo sfavillio delle sue stupefacenti incidenze, la sovrabbondanza dei colpi di scena, sono tutti fattori appartenenti ad un’arte davvero nuova. Nessun autore aveva mai raggiunto un simile livello. I dialoghi veloci corrono assieme all’azione, ne tallonano le capriole e i salti spericolati. È la canottiera leggera del clown duttile, robusto, che mette su carne. Cos’altro si può chiedere di più.

A parte il talento naturale, Feydeau possedeva un altro dono superiore, derivante dalla sua stessa esistenza e dagli ambienti in cui faceva errare il suo spirito di osservazione sempre in allerta. Mentre i suoi colleghi vaudevillisti conducevano indefessamente la loro classica vita da bohème o da borghesi, reclusi in ambienti mediocri o privi di vivacità, Feydeau aveva sempre sotto gli occhi i personaggi che avrebbe trasposto sulla scena. Il Feydeau di La signora di Chez Maxim, e di tutti gli altri vaudeville, altri non è se non il Feydeau di Chez Maxim.

Menu di Chez MaximFeydeau era un nottambulo e, dopo mezzanotte, mentre Jean-Paul Toulet, mordace poeta, teneva le sue assise al bar de la Paix e recitava le sue controrime ghignando agli amici: “Diffida della dolcezza delle cose, quando senti battere senza causa, il tuo pesantissimo cuore…”, rientrava dal suo giro per la riunione plenaria degli habitué di Chez Maxim, si accomodava al suo posto, con il sigaro in bocca, e contemplava, da sognatore beffardo, la sfilata dei parigini provenienti da ogni dove intenti a passare lungo il corridoio delle Folies Cornuché (vedere Nota), alla fine del quale troneggiava, adagiata su tre gradini, una meravigliosa fontana divenuta luogo di incontro di amanti spiati, ubriaconi disfatti, tossicomani strafatti, e insomma di tutta una serie di persone con il cuore pesante, i sensi stravolti e l’andatura barcollante… Poi, ogni cosa giungeva al termine. Il cappotto, il cappello, il bastone… e Feydeau era già fuori, in strada, nell’ombra e nel silenzio che fanno dimenticare le luci sfavillanti e il baccano del cabaret; nella notte abitata da mendicanti, prostitute, vagabondi e persone che non sorridono, con quegli alti edifici cupi e taciturni, monumentali armadi dei cittadini, dotati di piani simili a cassetti, in cui gli uomini richiudono le loro angosce, le loro preoccupazioni, le loro gioie, il loro odio, tenendoli a bada almeno per un paio d’ore, in pace… ma non sempre.

Note:
Si riferisce ad Eugène Cornuché, succeduto a Maxime Gaillard come proprietario del locale e celebre per aver introdotto da Chez Maxim le donnine allegre.

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