El titot: l’adattamento catalano de Il tacchino di Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La vanguardia nel febbraio del 1994. L’autore è Joan-Anton Benach. La traduzione è mia.

El titot - locandinaNel 1898, mentre in Spagna si piangeva la perdita delle colonie, e la letteratura e i pensieri si vestivano di tinte cupe, Georges Feydeau offriva al suo pubblico parigino la pièce Il tacchino destinata a ottenere un enorme successo e a diventare il paradigma di quel genere vaudeville che, con il tempo, si sarebbe convertito in un classico. Il tacchino è entrato nel repertorio di numerose compagnie teatrali francesi quando si trattava di rendere gioioso il linguaggio del loro teatro di “boulevard”. Ne Il tacchinoEl titot secondo la traduzione catalana di Jeroni Moliné – erano presenti tutti gli ingredienti fondamentali del vaudeville, e in ognuno di essi si notava la difficoltà che si nascondeva sotto un’evanescenza formale.

La vivace compagnia della nuova sala Artenbrut si è confrontata con questa pièce ottenendo dei risultati significativi, anche se non è riuscita ad evitare completamente il problema relativo alle difficoltà esecutive che, per un puro e semplice cambiamento dei gusti estetici e stilistici, è diventato sempre più arduo da superare. A volte, e in modo assolutamente stupido, un certo tipo di pubblico e un certo tipo di critica sono stati accusati di disprezzare il vaudeville in virtù della sua trivialità. A parte il fatto che tale presunta intrascendenza non è una condizione che si verifica sempre in questo genere teatrale, non vi è dubbio alcuno che l’apparente facilità esecutiva, offerta dai testi di questo tipo, si è spesso rivelata una trappola funesta per gli officianti del gioco se non addirittura una maniera grossolana di gettare il pasto alle belve.

La nutrita troupe di Artenbrut e il suo regista Pere Sagristà – di cui vale la pena ricordare l’allestimento dei deliziosi Piccoli racconti di misoginia (tratti da una raccolta di novelle di Patricia Highsmith, N.d.T.) giocati, evidentemente, su un altro terreno – non devono fare i conti con una carenza, o un inganno, di questo genere. Questa versione de El titot dimostra che c’è dietro un lavoro rigoroso, e non si lascia andare a facili concessioni solo per scatenare la risata del pubblico. Diciamo che si tratta di un vaudeville a tutti gli effetti dignitoso.

Nella pièce i personaggi sono ben descritti, anche dal punto di vista caratteriale e gestuale. I costumi, invece, danno vita ad una galleria di personalità parigine dell’epoca, con poca ostentazione e molta ironia, come se fossero uscite da una raccolta di stampe cittadine simili a quelle che si vendono sulle bancarelle della Senna. Nel complesso, però, la compagnia manifesta un certo grado di inesperienza, e le espressioni facciali, gli ammiccamenti e le mossettine superano a volte il limite del consentito, benché abbiano lo scopo di supplire a quella malizia che si raggiunge solo grazie alla professionalità.

Il rodaggio quotidiano, di un Feydeau di alto livello che complica il più possibile gli intrighi, gli inganni, i tradimenti falliti e le scorribande sceniche, migliorerà, di certo, il carattere volenteroso di un’interpretazione in cui spiccano la coppia Mercé Anglés e Joan Raja, alcune battute isolate di Francesc Pujol e gli interventi di Teresa Sirvent.

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