Il malinconico e hitchcockiano Feydeau

Le presenti citazioni sono state tratte da alcuni saggi dello studioso Ignacio Ramos Gay. La data e il titolo del saggio sono indicati tra parentesi alla fine della citazione. La traduzione è mia.

Folies-BergèreLa ricchezza descrittiva delle pièces di Feydeau è in netto contrasto con l’assenza di informazioni riguardanti la sua vita privata. Stranamente, non è stato rinvenuto alcun diario intimo, né corrispondenza con altri autori o con eventuali amanti. Solo alcune dichiarazioni giovanili, o appunti sparsi in qualche quaderno. Quanto sappiamo sull’uomo Feydeau deriva sempre dalle testimonianze dei contemporanei che lo conobbero, vista la sua abitudine alle uscite notturne, ed essendo egli stato un grande amante dell’atmosfera dei boulevard. Tutti sono concordi nel segnalare l’onnipresente malinconia nello stato d’animo del drammaturgo, da egli stesso confermata durante un’intervista rilasciata ad Adolphe Brisson, e in netto contrasto con l’ilarità che traspare dalle sue opere. Triste, taciturno e osservatore sono i tre aggettivi qualificativi che ricorrono più spesso tra coloro che lo conobbero, a cui va aggiunta una certa dose di angoscia esistenziale e di noia nei confronti dell’epoca in cui è vissuto.

La vita è breve ma mi annoio lo stesso, era solito dichiarare, e se il teatro, almeno all’inizio, fu per lui una liberazione dagli obblighi accademici, una volta convertitosi in attività lavorativa perse completamente la sua essenza liberatoria per lasciare il posto ad altre abitudini molto più negative. Numerosi saranno i sotterfugi che consentiranno a Feydeau di crearsi i suoi propri paradisi artificiali alleviando, così, il proprio malessere: il gioco d’azzardo, che lo porterà alla rovina, e soprattutto la dolce vita dei caffè e degli ambienti teatrali che costellerà molte delle sue pièces. Feydeau era un assiduo frequentatore dei caffè del Teatro dell’Ambigu-Comique, delle Variétés, dell’Anglais, di Veber e di Durand, delle birrerie Vetzel e Mollard, della taverna Pousset, del Critérion, del ristorante che darà il titolo a una delle sue pièce (La signora di Chez Maxim), e del cabaret in cui sarà interamente ambientata un’altra sua pièce (La duchessa delle Folies-Bergères) dove aveva un tavolo riservato a suo nome. La sua ininterrotta presenza lungo i boulevard, unita alla fama di cui godeva come autore, lo trasformarono nell’archetipo della prosperità decadente di quel periodo, e nel doppio volto, malinconico e misterioso, dei lumi del nuovo secolo.

(Ignacio Ramos Gay (2008), Del matrimonio al divorcio: el último Feydeau, Cuadernos del Teatro Español, n. 16, pp. 79-123. nota 19)

Champignol suo malgradoIn Champignol suo malgrado, il protagonista subisce le tipiche disavventure del vaudeville (quiproquo, effetto valanga, condanna del destino ecc…) sull’onda di una trama fondata sulle infedeltà coniugali che lo obbligano a cambiare il suo stesso nome per evitare di assumersi le responsabilità sociali che gli competono. L’opera, nel suo progredire, e alla pari di Intrigo internazionale di Hitchcock, perde la sua comicità iniziale introducendo sfumature più cupe che ci presentano un personaggio incapace di riacquistare la propria identità primaria. La blasfemia di autonominarsi, di autofondarsi e di creare se stesso, gesto riservato solo ai demiurghi teatrali o divini, è un peccato che non resta mai impunito in Feydeau, e mi riferisco al pericolo che il personaggio, a causa della propria infedeltà nel suo rapporto con gli altri personaggi e quindi con se stesso, eviti di assumersi le sue responsabilità, sostituendo un’altra persona, e creando un gioco di specchi e di prospettive in conseguenza del quale la sua unicità come individuo si sgretola ed egli stesso è incapace di riconoscersi. La sua salvezza, in un primo momento, sono gli altri, coloro che lo identificano in modo errato. Tuttavia, essi sono anche la sua condanna, poiché lo imprigionano in quel nuovo essere appena creato e gli impediscono di ricongiungersi al suo io precedente rinchiudendolo nel doppio. Sicché, Saint-Florimond resterà suo malgrado imprigionato nel carcere della sua nuova identità da egli stesso creata attraverso il riflesso degli altri, che come in A porte chiuse di Jean-Paul Sartre lo rinchiuderanno in quel personaggio che aveva progettato di essere.

(Ignacio Ramos Gay (2008), Del matrimonio al divorcio: el último Feydeau, Cuadernos del Teatro Español, n. 16, pp. 79-123. nota 20)

Gli autori più rappresentativi del boulevard comique, i vaudevillisti Eugène Labiche e Georges Feydeau, citati in molte occasioni come precursori di Wilde, Travers o Ayckbourn, lungi dal sembrare dei drammaturghi vacui e commerciali, sono stati rivendicati quali portatori di un messaggio che trascende il prisma comico che formalmente determina le loro produzioni, e sintomatico del crollo morale di una società borghese decadente in cui l’irrisorio esorcizza il rito sociale.

Il disincanto del matrimonio, l’infedeltà come unico mezzo e sistema in grado di mantenere unita la coppia, il conflitto domestico tra i sessi, la solitudine condivisa o la mancanza di scrupoli come metodo di ascesa sociale, sono tutte tematiche presenti nella drammaturgia di Alan Ayckbourn ed evidenziano l’attualità di una serie d’inquietudini già rilevate nella farsa francese del XIX secolo e nei succitati drammaturghi che stanno all’origine di questo tipo di teatro.

(Ignacio Ramos Gay, (2009), Futurismo, comedia y ciencia ficción en la dramaturgia de Alan Ayckbourn, Quaderns de Filologia, Estudis Literaris, Vol. XIV, p. 212)

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