L’ostracismo della “pochade”

Il presente articolo è tratto dalla Rivista teatrale italiana (d’arte lirica e drammatica), Anno I, Volume II, Italia, 1901, pp. 63-66. L’autore è il critico teatrale e storico italiano Cesare Levi.

Le sorprese del divorzio - BissonIl Signor Parmenio Bettòli, alla cui competenza in materia di teatro m’inchino reverente, nell’articolo intitolato La commedia e la farsa, mi tira gentilmente le orecchie a proposito delle mie affermazioni sul Teatro comico francese in Italia. L’egregio commediografo mi rappresenta come un novello Lohengrin, armato di spada e scudo, sceso in campo a difesa della “Pochade” – un’Elsa di nuovo genere – o come un Pietro l’Eremita, banditore di una nuova crociata, incitante gli autori italiani a scrivere delle buffonate senza senso comune, con lo scopo unico di promuovere il riso.

E qui mi piace confutare alcune sue idee circa il teatro comico. Lo seguirò passo passo attraverso i periodi del suo articolo.

Anzitutto quanto dissi circa “la tradizione comica” del Teatro italiano non poteva adattarsi alla Commedia dell’Arte: avevo già premesso, nel mio precedente articolo, che di questa non avrei tenuto conto, ma soltanto di quella erudita: e il Moland, che il Bettòli ricorda, dimostrò, nel suo volume su Molière et la Comédie Italienne, come il grande commediografo francese abbia preso dai nostri comici dell’arte i canevacci e gli scenarii, per la vivacità dell’intreccio, per l’ingegnosità degli incidenti, ed abbia dato ad essi veste letteraria, ed abbia soffiato loro vita, creando dei caratteri, là dove non c’erano che personaggi e maschere.

Delle farse del ‘400 e del ‘500, ch’egli cita, giù giù sino al Goldoni, quanto c’è rimasto? Può dirsi veramente che da Giorgio Alione a noi esista sul Teatro italiano una “tradizione comica”?

I buoni autori comici si contano sulle dita – ed una sola mano basterebbe: il Beolco, il Calmo, nel ‘500; nel secolo seguente: il Gigli – che imitò Molière – e il Porta; e il Cerlone, dialettale, nel ‘700.

Dice poi il Signor Parmenio Bettòli che fra le tante distinzioni da fare “primissima è quella tra la farsa e la commedia”. E come? Mi saprebbe dire il sig. Bettòli dove finisca la farsa e dove incominci la commedia? Chi può stabilire il confine netto, chiaro, preciso tra l’uno e l’altro di questi componimenti teatrali?

Ad esempio: Il Signor Direttore del Bisson è una farsa o una commedia?

Per commedia è troppo povera d’intreccio, troppo superficiale nei caratteri, troppo allegra d’intonazione; ma d’altra parte non potrebbe chiamarsi una “pochade” (o farsa, che è la stessa cosa) per certi particolari d’osservazione umana, per certi motti satirici, per una tal quale finezza di dialogo, che la pongono al di sopra della volgarità della farsa.

E Gelosa dello stesso Bisson? E alcune commedie di Gondinet? E quasi tutte quelle di Meilhac-Halévy, due accademici della più bell’acqua?

Mi pare che sulla stessa parola “farsa” non c’intendiamo: io chiamo così ogni commedia scritta con scopo unicamente di divertire – vaudeville o pochade che sia, tanto in uno, che in due, che in sei atti – e non mi limito a quello, che ora in Francia si chiama: bluette o lever de rideau, e da noi, ora e sempre, farsa.

Quando poi il Signor Bettòli mi viene a dire che i Calenzuoli, i Ploner e i Coletti hanno scritto delle produzioni esilaranti quanto i francesi, mi ribello assolutamente: ma tutto il repertorio di farse italiane da cinquant’anni a questa parte non vale una sola scena di Labiche!

Ma legga il Signor Bettòli i dieci volumi del Teatro di Labiche, i sei del Teatro scelto di Duvert, i dodici di quello di Bayard, eppoi venga a dirmi che la parodia dell’Ernani (Harnali di F. A. Duvert) o Célimare le bien-aimé possono stare a paragone della Serva del prete di Coletti o del Telemaco il disordinato di Gnagnatti.

Célimare le bien-aimé

No, no, eppoi no: nessuno mi persuaderà che i commediografi italiani abbiano in egual grado le risorse sceniche e l’imprevisto della comicità dei vaudevilles francesi: ritorno in ballo con Labiche – è il mio leitmotiv – e invito il Signor Bettòli a rileggere il Voyage de Monsieur Perrichon o Un chapeau de paille d’Italie: forse il suo chauvinisme cadrebbe dinanzi a questi due capolavori di comicità.

Perché poi Labiche resiste anche alla lettura, ed oso dire che anzi guadagna ad esser letto, ed anche riletto più volte (e questa è la caratteristica delle opere veramente belle); e non sono io solo a dirlo, lo riconosce anche Emile Augier, nella prefazione al teatro di Eugène Labiche.

Provi un po’ il Signor Bettòli a leggere le farse del Gnagnatti o del Coletti! La nausea lo coglierebbe alle prime scene!

E allora si capisce che lo spettatore vada via scontento e faccia il broncio – ripeto le mie parole – ma sfido ad affermare che il riso di Labiche o di Bisson non faccia buon sangue. Ciò che fa allungare il muso ai critici ed agli spettatori contemporanei è la volgarità di certe “pochades”; ed il Signor Bettòli sa ciò che dice, nominando: Il viaggio dei Berluron, Il Paradiso o La dame de Chez Maxim; ma perché non cita anche Le sorprese del divorzio o Il deputato di Bombignac?

Célimare le bien-aimé

Ancora una cosa. È verissimo che a Parigi ogni teatro ha il suo repertorio ed il suo pubblico speciale, e che accanto alla Comédie Française può sussistere il Palais-Royal; ma che cosa direbbe il Signor Bettòli se gli raccontassi che all’Odéon – il secondo teatro francese – , sovvenzionato dal governo, da centoventi sere si replica il Chateau historique del Bisson, alternandosi perfino, nelle ultime rappresentazioni, con la Lucrezia del Ponsard?

Orrore! Addio templi della pochade allora! Addio templi dell’“arte sana”! Le oche hanno invaso il Campidoglio!

Ebbene: io sono eclettico: accetto il Saul come il Champignol suo malgrado; ed ammiro l’Otello dopo aver applaudito a Nouveau jeu, la fantasia bizzarra di un Valabregue mi riposerà della densa concettosità di De Curel; e la comicità paradossale di Feydeau mi farà maggiormente apprezzare l’idea filosofica di un dramma di Ibsen.

Ed io non veggo di mal’occhio alternarsi sui cartelloni dei teatri italiani il Nerone di Cossa al Profumo di Blum e Tochè, e il Signor Bettòli non mi persuaderà mai che la “commedia seria ed equilibrata” sarà schiacciata dalla volgarità della “pochade”: non sarà già Le coup de fouet che m’impedirà di andare all’Amleto; e se è vero che in Francia ogni teatro ha il suo pubblico, in Italia – per le condizioni delle nostre compagnie – sarà ogni serata di spettacolo ad avere un pubblico diverso; e infatti il repertorio di Zacconi attira un pubblico differente da quello che accorre alle recite della compagnia Sichel. Si tranquillizzi il Signor Bettòli, non è per l’importazione della “pochade” francese che il gusto del pubblico italiano è pervertito. Aboliamo le “pochades” – come vorrebbe il Signor Bettòli – cioè boicottiamole (sarà un po’ difficile), facciamo cioè in modo che non siano tradotte, che non siano rappresentate… Ed allora che cosa succederà? Che la gente andrà al teatro di prosa ancora meno di quello che ci vada presentemente, a maggior vantaggio dei Cafés-chantants, dei Circhi equestri e degli spettacoli di “varietà”.

Champignol malgré lui

Siamo pratici! Non facciamoci illusioni sul gusto artistico del pubblico! L’ho già detto nel mio precedente articolo.

Abolire la “pochade” sta bene! E che cosa metteremo al suo posto? Un repertorio formato unicamente di Torelli, Giacometti e Ferrari? Ma chi vi resisterebbe?

Se anche lo stesso Goldoni – che ha vero genio comico – passa agli occhi dei moderni per “monotono” e “noioso”: così è purtroppo! Ma che ci si può fare? Trascinar gli spettatori a teatro con i carabinieri?

Ed è perciò ch’io invitavo gli autori nostri ad allettare quella parte del pubblico di palato guasto con delle produzioni unicamente divertenti: ridendo si possono scrivere dei capolavori: Georges Dandin insegni!

Io sono disposto a seguire il Signor Bettòli sulla strada della “commedia verosimile, composta e sana”, e a fare “il viso dell’armi alla pochade” e a cercar di “sbandirla del tutto dalle scene nostre” – sempre quando, però, il Signor Bettòli me ne insegni il modo.

Raddrizziamo pure il gusto pervertito del pubblico!

Ma come?

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