Sir John Mortimer e La pulce nell’orecchio di Feydeau

Il presente frammento è tratto dal volume Clinging to the Wreckage, Penguin Books, Londra 1983, pp. 195-198. L’autore è Sir John Mortimer. La traduzione è mia.

A Flea in her EarPer me, il termine farsa, non ebbe alcun significato fino al giorno in cui non lessi La pulce nell’orecchio di Georges Feydeau. A quel punto, mi accorsi che si trattava di una faccenda molto seria. Le pièces di Feydeau sono vere e proprie tragedie interpretate ad alta velocità, e la trama dell’Otello, ad esempio, – con quel tipico oggetto di scena in stile Feydeau costituito dal fazzoletto che va perso (ne La pulce nell’orecchio si tratta di un paio di bretelle) – sarebbe un’eccellente base per questo genere teatrale.

Il mondo della farsa è, per forza di cose, quadrato, solido, rispettabile e sicuro di se stesso, in caso contrario non potrebbe esplodere. Non vi è nulla di comico in un tremante masochista che viene sculacciato sul sedere, o in un gruppo di adolescenti svedesi, briosi e indulgenti, che vengono sorpresi nelle stanze sbagliate. Eventi del genere possono accadere solo a persone molto dignitose e di alta integrità morale. È impossibile far ridere con persone già di per sé ridicole, e i personaggi di Feydeau sono di una serietà straordinaria. Sono adulti e dotati di un’autostima invidiabile. […] Ogni cosa, nella loro vita, è solida, prevedibile e anche un po’ tediosa. I mariti sono già in età avanzata e, a letto, sono diventati indolenti o anche peggio. Le mogli, di sana costituzione, ma dall’atteggiamento ancora un po’ adolescenziale e dalla “virtù di ampio respiro” restano, come affermò lo stesso Feydeau, “quasi subito senza fiato” e rimpiangono di non potersi prendere un amante senza deludere i consorti. Questi ultimi, in compenso, provano una certa invidia per i loro amici scapoli e gettano uno sguardo cauto, ma interessato, su quegli alberghi scurrili in cui si imbattono lungo la strada che, dall’ufficio, li riconduce a casa. Le pièces di Feydeau iniziano, come ogni grande dramma che si rispetti, proprio nel momento in cui questi piccoli desideri si convertono in spaventosa realtà.

Da quell’istante in poi, com’è logico che sia, il buonsenso turbina e si inclina come la stanza di un ubriacone. Un piccolo equivoco tra le mura domestiche, o una lieve bugia bianca, bastano a generare una serie di disastri inevitabili e terribili quanto una tragedia greca. Mariti, mogli e amanti raggiungono di conseguenza un tale livello di confusione da non essere nemmeno più in grado di dire se hanno tradito qualcuno oppure no, e non gli resta neanche il tempo di saltare nel tanto bramato letto poiché tutti corrono troppo veloce.

A Flea in her Ear

Malgrado ciò, come i cappelli che i loro proprietari cercano disperatamente di trattenere durante le folate di vento, i personaggi devono assolutamente mantenere il buonsenso. Presi a calci, abbracciati alla sprovvista, presi a pistolettate, scambiati per matti, essi continuano a comportarsi in modo razionale, il che contribuisce ad aumentare di molto la demenzialità della situazione. […]

Le pièces di Georges Feydeau sono così meravigliosamente costruite che un altro drammaturgo può solo limitarsi a osservarle con lo stesso timore reverenziale con cui un insegnante di matematica alle prime armi si avvicina all’opera di Einstein. Ogni suo testo contiene quei dieci minuti iniziali piuttosto noiosi che dimostrano come l’autore stia predisponendo le fondamenta per l’elaborato edificio che costruirà nel corso della serata. Feydeau si preoccupa molto degli eventi e poco dei giochi linguistici, di conseguenza, nel tradurlo in inglese, decisi di inserirne alcuni di mia invenzione, anche se devo ammettere che non furono mai accolti con tante risate come le accurate esclamazioni concepite da Feydeau stesso e pronunciate proprio al momento giusto (quei “Chi?”, “Cosa?”, “Non ci credo!”, che costituiscono il suo marchio di fabbrica).

A Flea in her Ear

Erano bei tempi quelli in cui sedevamo nelle baracche Nissen, dietro il National Theatre, mentre Laurence Olivier consumava i suoi pasti a base di mele e champagne e noi leggevamo e rileggevamo la pièce fino a non farla sembrare più una traduzione ma dando comunque agli spettatori la sensazione di essere in grado di capire la lingua francese. Il linguaggio della farsa francese di fine Ottocento, per fortuna, fu per me abbastanza facile da tradurre, visto che non si allontanava poi molto dal linguaggio di P.G. Wodehouse o di Jerome K. Jerome e da quella parlata ancora in uso in alcune Inns of Court (nota 1). Linguaggio che, in seguito, avrei analizzato ed approfondito ulteriormente nel momento di scrivere Le avventure di Bailey (nota 2).

Per ulteriori approfondimenti vedere anche l’articolo, pubblicato su Fucine Mute, La farsa è una cosa seria: Sir John Mortimer traduttore di Feydeau.

Note:

1) Locande di Corte: Collegi professionali inglesi, raggruppanti coloro che esercitano la professione legale. Furono istituiti nel secolo XIII quando, chiuse le scuole londinesi di diritto romano, fu stabilito dal re Edoardo I (1272-1307) che coloro che avessero voluto intraprendere l’esercizio dell’attività legale avrebbero dovuto istruirsi unicamente frequentando i tribunali di Westminster. (Fonte: Dizionario Giuridico Simone)

2) Serie televisiva in quarantadue episodi trasmessa della tv britannica per quattordici anni a partire dal 1978 e incentrata sui casi affrontati dall’avvocato Horace Bailey basati sull’esperienza reale di Sir John Mortimer.

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2 risposte a “Sir John Mortimer e La pulce nell’orecchio di Feydeau

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