Georges Feydeau: lo “zio mattacchione” del teatro francese

La presente prefazione è tratta dal volume Georges Feydeau Occupati di Amelia, Gruppo Editoriale “Academia”, Milano 1950. L’autore è lo scrittore e regista Dino Falconi (1902-1990).

Feydeau visto da Leonetto Cappiello (1875-1942)

Feydeau visto da Leonetto Cappiello (1875-1942)

In quasi ogni famiglia c’è uno zio caposcarico, bestia nera dei parenti anziani che lo vorrebbero più serio e che al solo suo nome alzano gli occhi al cielo o stringono le labbra, ma idolo dei nipoti che vanno in visibilio alle sue burle stravaganti e non si stancherebbero mai di sentirgli raccontare le sue pazze avventure. Forse il nonno buonanima, patriota ardente, coniuge virtuoso, cittadino integerrimo, è uomo da ammirare e imitare; forse il cugino professore, scienziato esimio le cui dotte relazioni furono più volte premiate nei congressi internazionali, ha dato maggior lustro alla famiglia; forse il cognato generale, caduto da prode sul campo dell’onore per la gloria della nazione, merita la commossa venerazione dei consanguinei. Ma nelle ricorrenze festive, quando i familiari si ritrovano patriarcalmente intorno a un desco opimo, è allo zio caposcarico che vanno i ricordi più lieti e per lui non ci sono che sorrisi inteneriti e affettuosi.

Bene, nella grande famiglia del teatro francese di ieri, Georges Feydeau occupa a buon diritto il posto di quello zio giocondo e pazzerellone; non si può ricordare il suo nome o le sue opere senza un cordiale sorriso e taluni dei suoi personaggi – Champignol, Amelia, la Môme Crevette – destano e desteranno ancora per un pezzo l’involontaria ilarità che suscitano le burle celebri. Egli è – per molti versi – il creatore di quel genere di commedie che in Italia sono state battezzate col nome francese di pochade e che in Francia, invece, si definiscono vaudeville, probabile corruzione di vaux de Vire, valli del Vire, patria di Olivier Basselin, allegro canzoniere del XV secolo. Se Eugène Labiche – che di Feydeau può considerarsi un poco antenato spirituale – elevò il tono del vaudeville servendosi dei buffi intrighi per caricaturare la borghesia del suo tempo, Feydeau – più bonario e forse meno ambizioso – ridusse al minimo le intenzioni caricaturali per non puntare decisamente che sull’intrigo fine a se stesso. Ma egli sa puntare con l’audacia entusiastica del giocatore nato. Una situazione burlesca, per lui, non può esistere se non in quanto ne debba generare un’altra ancor più ridanciana. Tutto sta ad entrare nel gioco, ma una volta presi nell’ingranaggio è impossibile non ridere. Guardate il secondo atto di Occupati di Amelia: ogni cosa vi è predisposta per la risata così come tutto l’apparato scenico d’un illusionista è ideato in funzione del trucco: la maschera, i bengala, il gomitolo di spago, il cappello, tutto. A un certo punto, quando Amelia spaventa Irène col suo grottesco travestimento da fantasma, si direbbe che le risate abbiano raggiunto il non plus ultra. Ma non è così: la presentazione nel primo atto del Principe di Palestrie e le due lettere che Amelia scrive troppo di premura nel secondo provocano, quando meno ve lo aspettate, un nuovo uragano di risa.

Armande Cassive vista da Leonetto Cappiello (1875-1942)

Armande Cassive vista da Leonetto Cappiello (1875-1942)

Una recente edizione parigina di Occupati di Amelia, curata nel suo teatro da Barrault, e portata quasi intatta sullo schermo da Autant-Lara, ha creduto di dover adattare al gusto d’oggi la comicità della commedia inscenandola con parodistica stilizzazione. Non nego che lo spettacolo risulti garbato; ma – a mio modo di vedere – esso tradisce l’allegria di Feydeau. È un po’ come raccontare una buona barzelletta in versi, costringendone il naturale umorismo nelle pastoie della metrica. L’estro esilarante di Feydeau è una specie di forza istintiva della natura. Incanalate un’inondazione – se pur vi riesce – e non avrà più nulla d’impressionante. Regolate a orario fisso l’eruzione di un vulcano e non sarà più terribile.

In Occupati di Amelia tutto è adorabilmente falso, né pretende di esser preso per vero, sia la gelosia di Irène e di Etienne, sia l’ingenuità e la parlata di Van Putzeboum, sia la maestà del Principe di Palestrie o le decorazioni del suo generale Koschnadieff. C’è forse un solo personaggio che – nonostante la sua deformazione buffonesca – conserva un briciolo di ridicola umanità: Pochet, padre di Amelia ed ex tutore dell’ordine. Questo genitore di cocotte che si ostina a non voler vedere quanto disdicevole sia il mestiere della figliola per non scorgervi che i benefici esteriori, che si picca di seguitare ad esercitare la patria podestà sulla emancipatissima figlia e che, memore dell’antica professione, subisce involontariamente il fascino dei pezzi grossi, potrebbe essere il protagonista d’una commedia in cui la comicità si stemperasse nell’amarezza o si acuisse nell’ironia. Ma Georges Feydeau non conosce fiele; gli strali della sua satira sono come quelle frecce di carta inzuppate d’inchiostro che gli scolaretti si scagliano di nascosto dai professori: birichinate senza cattiveria, burle, così per ridere.

Ve l’ho detto: è lo zio mattacchione.

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