Mio padre, autore brillante – Michel Feydeau parla di Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano L’intransigeant il 3 dicembre 1937. L’autore è Michel Feydeau, figlio di Georges Feydeau. La traduzione è mia.

Michel Feydeau da bambinoMio padre nacque a Parigi nel 1862. Scrisse la sua prima pièce nel 1869, quando non aveva ancora compiuto sette anni. Appena terminato questo capolavoro – una féerie (vedere nota 1) molto drammatica in non so quanti quadri – la sua governante manifestò la pretesa di obbligarlo a fare i compiti. Mio nonno, il romanziere Ernest Feydeau, s’interpose: “Lasciate Georges tranquillo, signorina, ha già lavorato: ha scritto una pièce!”.

Questa, per mio padre, fu una vera rivelazione; il teatro gli sembrò una miracolosa via di fuga. Per non essere più costretto a lavorare, gli bastava scrivere delle pièces. Mantenne questo atteggiamento quasi fino al giorno della sua morte.

Da bambino, mi capitava spesso di avere accesso al suo studio, mentre era intento a scrivere. Mi sembra di vederlo ancora: seduto alla scrivania, con il sigaro nella mano sinistra e la penna nella destra. La sua calligrafia sottile e inclinata tracciava diseguali linee blu di dialogo sopra enormi fogli bianchi. Il margine, ampiamente rispettato nella parte alta del foglio, si riduceva progressivamente a mano a mano che ci si avvicinava al fondo. Qua e là, la pagina era ornata di “nuvolette” all’interno delle quali erano racchiusi frammenti di frasi. Numerose correzioni e cancellazioni spuntavano da tutte le parti. A volte, sospirando, mio padre si alzava, manifestando preoccupazione e aggrottando il sopracciglio. Lentamente, camminava su e giù, tirava una boccata di fumo, biascicava delle battute, mimava per lui solo un gioco scenico e poi tornava al suo manoscritto, mentre io mi dicevo: “Papà non lavora. Scrive!”.

Poi, ho capito quanto lavorasse in realtà! Nelle sue pièces, nulla viene lasciato al caso, e i testi che possono sembrare i più folli sono anche quelli più studiati e meglio accomodati. L’amore per la logica, la logica impietosa, la logica quasi matematica, segna la sua intera opera. “Se vuoi far ridere, – mi spiegò un giorno – prendi dei personaggi qualsiasi, mettili in una situazione drammatica, e fa in modo di osservarli sotto un’angolazione comica. Ma soprattutto, non lasciare che dicano o facciano nulla che non sia strettamente determinato dal loro carattere, prima, e dall’azione, poi. Il comico è una rifrazione naturale di un dramma”.

Da questo ragionamento deriva il fatto che tutti i vaudeville con i quali debuttò, e in seguito si affermò, contengono anche dei tratti di commedia pura. Oltre alle stravaganze, mio padre riservò sempre un ruolo importante all’osservazione della realtà umana. Con Il germoglio (1907) questo ruolo si amplifica ancora di più, e risulta fondamentale nei suoi atti unici: Purghiamo il bimbo, Léonie è in anticipo, Ma non andare in giro tutta nuda! e La suocera buonanima.

Quest’ultima pièce, ricevuta dal regista André Antoine per essere interpretata da Gabriel Signoret, fu poi portata in scena da Armande Cassive e Marcel Simon alla Comédie Royale nel 1908. Ripresa numerose volte, fu un trionfo interminabile. Grazie a Mitty Goldin, l’attrice Markan e l’attore Armand Bernard tornano ora a rappresentarla, da grandi artisti quali sono, sul palcoscenico dell’A.B.C. Ci tengo a ringraziarli di cuore.

Note:

[1] Féerie: pièce che si fonda su effetti di magia, di meraviglioso e di spettacolare, facendo intervenire personaggi immaginari dotati di poteri soprannaturali (fate, demoni, elementi naturali, creature mitologiche ecc…). Dizionario del teatro Patrice Pavis, a cura di Paolo Bosisio, Zanichelli editore, Bologna 1998, p. 173.

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