L’ora dello spettacolo – Feydeau e il comportamento del pubblico

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Presse il 28 gennaio 1899. L’autore è Henri Gudiel. La traduzione è mia.

Cartolina d'epocaCome molti ricorderanno, nella sua prefazione agli Annales du Théâtre et de la Musique (1878), Victorien Sardou, tra i tanti problemi materiali che riguardano la vitalità teatrale, affrontava proprio la questione primordiale dell’ora dello spettacolo. Georges Feydeau, attraverso una lettera in cui chiedeva al pubblico maggiore puntualità, integrava la prefazione di Sardou con un documento che, uscito dalla penna di un autore di opere di successo, assumeva un valore tutto particolare. Su quali ragionevoli basi, la gente di mondo si permette di pretendere che l’alzarsi del sipario venga ulteriormente ritardato? I posti cari contribuiscono indubbiamente al successo, ma non pesano molto sul bilancio amministrativo se confrontati con i posti economici acquistati dai veri appassionati di teatro, dalla gente modesta per cui uscire di casa è un vero e proprio evento e che si reca all’appuntamento prima ancora che le candele dei lampadari siano state accese, andandosene solo dopo lo scemare degli applausi. Queste persone hanno a malapena il tempo di precipitarsi giù per gli innumerevoli gradini che conducono all’uscita del teatro, e prendere il fatale omnibus senza il quale si ritroverebbero costrette a tornare a casa a piedi.

Feydeau, come molti altri autori, deve aver patito molto nel vedere quei continui andirivieni di gente che interrompono una tirata, rovinano un effetto assicurato, innervosiscono lo spettatore e indispongono l’artista. Basta che i ritardatari godano di una minima reputazione, o che la donna indossi un bell’abito, ed ecco che gli occhialini e l’attenzione degli spettatori si focalizzano su di loro, lo scroscio delle risate si interrompe e le lacrime di emozione in punta di ciglia si asciugano.

Se lo spettacolo in questione è La signora di Chez Maxim, le possibilità di uscirne bene sono ancora alte; trattandosi di una pièce vincente, in grado di superare senza problemi qualche piccolo ostacolo. Ma, ahimè, le cose non vanno sempre così lisce, e nelle sere in cui, in platea, sembra aleggiare un’atmosfera ostile, il rumore della gente che si alza e il fruscio delle signore che arrivano bastano a dare il colpo di grazia e a far precipitare il crollo.

L’unico responsabile di tutto questo è il pubblico. Quello stesso pubblico che, in qualsiasi cosa faccia, si tratti di comportamenti seri o di opinioni da esprimere o ancora di gesti di piacere, ci mette una fiacchezza e una pigrizia esasperanti. Queste persone aborrano i libri di alta filosofia e respingono, con pari sdegno, quei testi che, per il loro formato, non possono essere letti in una sola sera. Si recano a teatro mantenendosi fredde e distaccate, con un atteggiamento che si discosta completamente da quello nostro, quando, ancora bambini, ci recavamo allo spettacolo: non si cenava nemmeno, e non si vedeva l’ora che arrivasse l’istante benedetto in cui avremmo superato il controllo dei biglietti per raggiungere il nostro posto.

La pulce nell'orecchio - foto di scena

Per noi, recarsi a teatro, era un evento carico di dettagli memorabili: dal biondo chignon dell’attrice, alla sottogola del pompiere, senza dimenticare l’affabilità della maschera. Se ci avessero permesso di dare retta alla nostra impazienza, saremmo arrivati a teatro la sera prima.

Una volta entrati in quel luogo di delizie, gli occhi si spalancavano, le orecchie si tendevano e perfino la mente si apriva. Il che ci generava una potente emicrania, che però era ricompensata da splendidi sogni e da profumati ricordi.

Poi, siamo cresciuti. La foga iniziale si è placata e l’adolescenza è sopraggiunta. Siamo forse diventati indifferenti? No, ma ci siamo abituati a non ammirare più nulla, a non desiderare più nulla, a impedire all’amore di penetrare nel nostro cuore, e al piacere di invadere ancora la nostra anima. Siamo diventati molto simili a Lucien Guitry, nel senso che interpretiamo in città lo stesso personaggio mirabilmente portato sulla scena da questo grande attore: ci costruiamo una corazza; siamo sorridenti e riluttanti; ci sdegniamo, ma con garbo; manifestiamo finta indifferenza e un’altrettanto finta malinconia che, per snobismo, trasformiamo in leggera misantropia.

Provate a interrogare i giovani di venti-venticinque anni, che non rinuncerebbero neanche a un sorso del loro caffè pur di assistere a uno spettacolo teatrale. Cosa avranno mai visto per essere così poco solleciti? Nulla, salvo una sessantina di operette lugubri, che hanno applaudito con la punta della dita, e una decina di pièce firmate dai soliti noti, durante la cui rappresentazione si può applaudire sulla fiducia. Le serate davvero interessanti saranno state, in tutto, quattro, a voler essere ottimisti, mentre le serate davvero avvincenti saranno state sì e no due…

Ragione di più, obbietterà qualcuno, per non dimostrarsi fanatici. Grosso errore! Capisco benissimo che una persona anziana non voglia rovinarsi le splendide reminescenze letterarie, ma il fatto che un giovane si illuda di tenersi al passo con i tempi, e di partecipare agli attuali rinnovamenti, fumandosi una sigaretta standosene seduto sulle scale del Teatro delle Variétés tra le due e le tre del pomeriggio, mi manda in confusione.

Inoltre, questo dolce far niente è sostenuto dai letterati. Sono molto pochi, infatti, coloro che hanno il coraggio di opporsi apertamente all’opinione comune, o di sostenere senza esitazione una tesi o che hanno la rara sfacciataggine di non piacere alla massa. Gli altri, piacciono; il che è tutto dire. Si divertono, vanno a rimorchio, coltivano il cavolo e curano la capra (sperando di salvare capra e cavoli). La gente semplice, che digerisce tutto e non è in grado di esprimere un’opinione, li accetta tutti, risolutamente!

L'hotel del libero scambio - foto di scena

Ci vorrebbe un esperto di teatro, un esperto imperioso, un uomo disposto a mettersi in discussione, in grado di raccogliere fischi e acclamazioni. Ma, ahimè, uno scrittore di questo tipo andrebbe fatalmente a toccare l’argomento politico; unica questione che risveglia tutti dal torpore. È da tempo immemore ormai che le discussioni puramente sociologiche o psicologiche ci lasciano indifferenti. Provate a parlare, con un gruppetto di snob, de L’Affaire Clemenceau, penseranno che stiate ritornando sull’eterno argomento che gli è già stato ripetuto un’infinità di volte. Che voi la uccidiate o meno, se ne fregheranno notevolmente (vedere Nota 1).

L’amore per il teatro viene incontestabilmente assassinato dalle riviste e dalle pièce da quattro soldi. Ah, quanto rimpiango gli stomaci della gente di una volta, in grado di digerire quei drammi interminabili a cui assistevamo in religioso silenzio, e anche il magnifico stomaco dei provinciali, che digerivano in un sol colpo cinque atti drammatici, un’operetta e un vaudeville!

Al punto in cui siamo, è perfino difficile reclutare del pubblico disposto ad assistere gratis alla rappresentazione. Chi lo avrebbe mai detto? I circoli che, una volta, si assumevano l’ingrato e superbo compito di mettere in risalto i nuovi talenti si sono scoraggiati uno dopo l’altro. Soprattutto a causa della pigrizia manifestata non dagli attori o dagli interpreti ma dagli spettatori. Il circolo più antico di tutti, Le Cercle Pigalle, dopo cinquantatré anni di rappresentazioni ininterrotte, da dieci anni a questa parte ha chiuso i battenti. Di recente, mi hanno informato per lettera che alcuni giovani volonterosi stanno cercando di riaprirlo e che, ben presto, la cupa e viscida Cité du Midi tornerà a illuminarsi come ai bei tempi del Secondo Impero in cui gli elegantoni attraversavano i ruscelli limacciosi del quartiere per andare ad incoraggiare gli aristofani dell’epoca e i loro versi al vetriolo.

Auguriamo buona fortuna a questi appassionati, e speriamo che, ben presto, riescano a riunire attorno a sé gli autentici amanti del teatro; quelle persone che, tra tutti i piaceri e i passatempi a loro disposizione, preferiscono assistere a un evento in cui la massa popolare entra in perfetta sintonia con la genialità, con l’ispirazione e addirittura con la risata; la semplice risata formidabile e armoniosa. La risata che, forse, è il bagno ristoratore da cui usciranno le migliori generazioni; quelle più attive, più coraggiose e più appassionate.

Note:

[1] L’Affaire Clemenceau: Mémoire de l’accusé è un romanzo del 1866 di Alexandre Dumas figlio. È la storia di un uomo che, dopo aver sopportato per anni i tradimenti della moglie, decide di ucciderla dopo aver trascorso con lei un’ultima notte d’amore. A sorprendere i lettori dell’epoca fu il modo in cui il protagonista giustificava il suo gesto dicendo: “L’ho uccisa perché l’amavo!”.

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