Ma non andare in giro tutta nuda… a Osaka

Il presente articolo è stato pubblicato nel 1998 sulla rivista Ciné-Bulles, Vol. 17, n. 2, pp. 4-5. L’autore è André Lavoie. La traduzione è mia. Si ringrazia Ciné-Bulles per l’autorizzazione.

Locandina di NôSecondo le voci che circolano, e secondo le “affermazioni” dello stesso Robert Lepage che sembra essere ben informato, nel 1970, durante l’esposizione universale di Osaka, si ballava molto a tempo di swing nel padiglione del Québec. Alcuni, forse, ricorderanno ancora lo “scandalo” generato dalle minigonne delle hostess “canadesi”, una tenuta che aveva urtato la suscettibilità degli ospiti giapponesi incapaci di riaversi di fronte a una simile rilassatezza. Proprio nel bagno del succitato padiglione, va a rifugiarsi Sophie (Anne-Marie Cadieux), un’attrice qualsiasi appena uscita dall’ultima replica di una pièce di Feydeau, allestita da un francese per rappresentare orgogliosamente il Canada… Dopo un’avventura con un diplomatico dell’ambasciata, una folle corsa per schivare un membro della troupe innamoratosi perdutamente di lei, essere andata nel panico totale per aver scoperto di essere incinta di René e per il timore di aver deluso il suo fidanzato Michel (ce la fate a seguirmi?), Sophie condivide uno spinello, ben meritato, con altre due hostess del padiglione. Queste ultime, oltre a essere vestite identiche, sono gemelle e discutono davanti a due specchi enormi. Le notizie del giorno sono ovviamente l’applicazione della legge sulle misure di guerra, Montreal sottosopra per l’arrivo fragoroso dell’esercito, gli arresti a raffica ecc… Visto che Sophie non ne sa nulla, le gemelle ne approfittano per riassumere la situazione, e, tra due “tirate” e due momenti di euforia, la loro immagine sembra moltiplicarsi all’infinito. Sophie esce dal bagno nello stesso stato febbrile in cui era entrata, sotto le risate spensierate delle due hostess.

Ecco illustrata la saggia combinazione di comico e drammatico che il cineasta Robert Lepage cerca di installare in , il suo terzo film. Effetti scenografici, informazioni fondamentali per il personaggio principale comunicate in tono scherzoso, mentre, come si è detto sopra, “la situazione è seria”, e una scenetta che appare come il riflesso, molto azzeccato, di questo film seducente, divertente e ben congegnato. Nato come segmento della pièce Les Sept Branches de la rivière Ota, dove Oriente e Occidente si incontravano e dove il destino di numerosi personaggi si sovrapponeva, focalizza l’attenzione su Sophie e segue le sue peregrinazioni in terra giapponese. Queste ultime sono intercalate da alcune incursioni a Montreal dove tutti si trovano in difficoltà. Il compagno di Sophie, Michel (Alexis Martin), ha la sventura di frequentare alcuni membri, agguerriti ma neofiti della lotta armata, del Front de Libération du Québec, che sbarcano a casa sua senza preavviso con l’intenzione di fabbricare una bomba artigianale che esploderà nel momento sbagliato… oscilla, dunque, tra un Giappone – quasi interamente ricostruito a Québec City!!! – in pieno fermento, e un Québec in ebollizione, tra i francesi del Québec “in esilio” costretti a vivere lo scontro tra due culture e i francesi di Montreal in collera che si preparano per l’alba della rivoluzione.

Anche se l’epoca è ben circoscritta, quella degli anni Settanta con le sue mode esagerate e il suo radicalismo ideologico, è difficile cogliere quale sia il tema dominante, poiché è impossibile ridurre il film a un’aspra critica politica o addirittura a “un’opera storica”. cerca piuttosto di ridicolizzare le manie di quegli anni euforizzanti, scalfendo en passant il colonialismo culturale del Québec di quel tempo e evocando il magnetismo esercitato dall’Oriente, in particolare dal Giappone, su degli occidentali superficiali e alquanto superati dagli eventi. Il titolo del film cerca, in modo abbastanza evidente, di evocare questo scontro tra culture (Nô si riferisce al teatro giapponese ma anche al “no” inequivocabile espresso da molti francesi del Québec la sera del 20 maggio 1980 in occasione del referendum) ma le molteplici strizzatine d’occhio divertenti, e il pretesto aneddotico – relativo agli attori di Montreal impegnati nella rappresentazione di una pièce di Feydeau in Giappone con l’obiettivo di promuovere la cultura canadese – prendono ampiamente il sopravvento.

Un fotogramma di Nô

In effetti, colonialismo culturale o meno, lo spirito di Georges Feydeau plana sul film, lo “contamina” in certo qual modo e ci offre un buon numero di scene esilaranti dove i personaggi sembrano sempre sull’orlo di una crisi di nervi. I mariti volubili, le ragazze di facili costumi, gli snob impegnati a sbandierare quel poco di cultura che possiedono e i corteggiatori timidi si incontrano, si rifuggono e si inseguono in numerose scenette di alta acrobazia, dove, come in La pulce nell’orecchio, Ma non andare in giro tutta nuda e Purghiamo il bimbo, le porte sbattono e gli animi si surriscaldano. Meno febbrili, e più marcate, sono invece le scene ambientate a Montreal, girate in bianco e nero, dove i guerrilleros da strapazzo si attivano per attuare un piano d’attacco visibilmente destinato a fallire (che consiste nell’inviare ai mass-media un manifesto di intenti pieno zeppo di errori di ortografia, il cui contenuto però esalta la grandezza della lingua francese, per redigere il quale i personaggi cavillano sulle virgole mentre la loro bomba rischia di esplodere da un momento all’altro). Il tutto visto attraverso gli occhi di un addetto alle consegne di una rosticceria, simpatizzante della causa, interpretato da Jean Leloup, che sembra sorpreso quanto noi di trovarsi in quel posto…

Come nelle sue due pellicole precedenti, Le Confessionnal e Le Polygraphe, la storia ufficiale entra in contatto con la quotidianità e la vita privata mentre la cultura alta flirta con la “gente” e il provincialismo stretto. Questo sembra essere il vero marchio di fabbrica di Robert Lepage, che non smette mai di moltiplicare gli andirivieni tra l’universale e il triviale: Alfred Hitchcock che sbarca nel Québec opprimente degli anni Cinquanta, una sordida storia di omicidio dove si intrecciano i recenti sconvolgimenti socio-politici in Germania e ora anche l’expo di Osaka, la crisi di ottobre e… Georges Feydeau. I personaggi di Lepage sembrano portare in sé sia la Storia che la loro storia privata; Sophie e Michel, due francesi del Québec pieni di contraddizioni, non sempre consapevoli dei limiti dei loro rispettivi talenti e vittime sia dell’euforia che degli avvenimenti; Hanako (Marie Brassard), traduttrice discreta e gentile, tremendamente giapponese e per sempre “Hibakusha” (sopravvissuta di Hiroshima e cieca da allora); Patricia (Marie Gignac), “franco-québécoise” totalmente alienata, a cavallo tra due culture, che disprezza Feydeau ma è anche la prima a scoprirsi cornuta…

Robert LepageAnche se le apparizioni pubbliche di Robert Lepage non generano un delirio collettivo paragonabile a quelle di Céline Dion o di Jacques Villeneuve, il regista, ispirandosi alle sue pièce Circulations, La Trilogie des dragons e Aiguilles et l’Opium, può comunque vantarsi di essere assorto rapidamente allo status di “star”. Questo lo ha trasformato in un affannato globe-trotter e in un ficcanaso culturale che passa allegramente dalle canzoni di Peter Gabriel alle pièce di August Strindberg, con una breve deviazione verso le opere di Bela Bartók. Il suo percorso esemplare – ma non privo di passi falsi visto che alcuni work in progress, come Les Plaques tectoniques e Les Sept Branches de la rivière Ota, non sono stati accolti unanimemente, così come Le Polygraphe, accolto con una certa freddezza – gli ha permesso di accedere con tranquillità al mondo del cinema, beneficiando, per i suoi due primi film, di un budget di tutto rispetto e di mezzi stupefacenti per un cineasta così “giovane”. Tuttavia, è con un pizzico di umorismo che bisogna sentirlo definire : “un film squattrinato”. Certo, la distribuzione internazionale è inesistente, Kristin Scott-Thomas e Maria de Medeiros sono uscite dal progetto, niente passeggiata a Berlino o imponenti location come lo Château Frontenac o il ponte di Québec coperto di auto d’epoca. Eppure, il suo ultimo film presenta uno sviluppo molto seducente dove il bianco e nero delle scene ambientate nel Québec non fa che dare ulteriore risalto ai colori brillanti della parte ambientata in Giappone. Senza contare che nessun cineasta “squattrinato” può vantarsi di ottenere i servigi di un direttore della fotografia come Pierre Mignot, che ancora una volta si rivela magnifico dietro la cinepresa.

Nella breve carriera del cineasta, rappresenta una transizione, un tentativo del regista di essere più divertente rispetto ai due film precedenti, meno rigido, ma moltiplicando, comunque, i punti di vista e senza mai risparmiare gli effetti di stile e una certa propensione al manierismo che, forse, infastidiranno alcuni spettatori. Gli appassionati di teatro sapevano già che Lepage è dotato di un notevole umorismo, ma i cinefili, finora, non ne erano a conoscenza: in questo caso specifico, il cineasta sembra volersi “lasciar andare completamente”, decidendo di ridere di un periodo della storia canadese che altri cineasti e intellettuali, in collera o in crisi di visibilità, assimilano al genocidio armeno o alla guerra di Corea. Nonostante un finale deludente – un piano sequenza noioso in cui Michel e Sophie sprofondano in una depressione post-referendaria – resta comunque una piacevole sorpresa, uno sguardo divertito e divertente su una certa “quebecchitudine” che non sembra voler scomparire del tutto dal paesaggio.

Titolo:

Regia: Robert Lepage

Sceneggiatura: Robert Lepage e André Morency

Fotografia: Pierre Mignot

Montaggio: Aube Foglia

Produzione: Bruno Jobin – In Extremis Image

Distribuzione: Alliance Vivafilm

Interpreti: Anne-Marie Cadieux, Alexis Martin, Marie Brassard, Richard Frechette, Marie Gignac, Tony Conte, Jean Leloup, Normand Bissonnette, Patrice Godin.

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