La felicità del teatro: il teatro francese all’epoca di Feydeau

Il presente articolo è tratto da La Stampa, 17 novembre 1927, pag. 8. L’autore è il saggista Concetto Pettinato.

Locandina teatralePer fare provvista di ottimismo, i parigini vanno a teatro. Il loro teatro è fatto apposta per questo. Ogni epoca, come ogni società, ha il teatro che lo abbisogna. Quando un popolo non è afflitto da troppi pensieri, la tragedia appaga ottimamente il suo legittimo desiderio di complicazioni: i rimorsi di Oreste, le smanie di Clitennestra, le disgrazie di Edipo sono quello che ci vuole per distrarre una società morigerata, composta e calma. Le epoche calme somigliano alle città di provincia: vanno matte per gli scandali. Esse posseggono anche un’altra qualità che vuol distinguere la provincia: quella di esagerare la portata dei sentimenti e l’urgenza della morale. È la condizione indispensabile per trovare interessante la tragedia. Ma allorché una società passa le proprie giornate a dibattersi fra travagli di ogni sorta, l’ora del teatro vuole essere quella di un’onesta rivincita. La commedia parigina non coltiva le complicazioni se non per raddoppiare negli spettatori il piacere di vederle risolte, e per insegnar loro l’arte di risolverle. In un’epoca e in una società in cui il determinismo è legge suprema, essa è indeterminista per eccellenza. Le cause vi producono non già gli effetti che dovrebbero, ma quelli che autore o spettatori preferiscono. Con l’aria di restare pedestre, essa s’innalza al di sopra del vero assai più che non la tragedia. È ora di riabilitare i Feydeau, gli Hennequin, i Veber, i Verneuil, i Berr, questi idealisti, questi poeti.

Nel loro teatro, più nulla che faccia una grinza, a cominciare dai vestiti i quali calzano come un guanto, dai pantaloni che non perdono mai la piega, dalle scarpe che ignorano le screpolature. Uomini e donne portano con indifferenza pigiama e vesti da camera di broccato, che spiegazzano ridendo dentro e fuori dai letti, ma dove cercheresti invano la sera dopo uno sbrendolo, una frittella, un rammendo. È la rivincita sugli abiti confezionati, afflizione della Parigi reale. […]

Fra le tante prerogative, il teatro parigino possiede anche quella di ignorare la crisi dei domestici. Non c’è casa di commedia dove manchi il fedele Giustino per introdurre i visitatori, annunziare, al momento opportuno, che la signora contessa è servita, riepilogare in poche battute l’antefatto di un intreccio, o la vispa Marietta per smarrire una lettera compromettente e lasciarsi prendere il ganascino dagli intimi della famiglia senza che ne nasca uno scandalo. Sempre pronti ad accorrere alla chiamata, questi domestici li diresti in perpetuo con la destra sulla maniglia dell’uscio, sospesi al filo del campanello. Talora, è vero, dicono corna dei padroni; ma prima di tutto bisogna riconoscere che non hanno sempre torto; in secondo luogo, anche quando hanno torto, mettono tanto studio nel disimpegno dei loro doveri professionali, che è impossibile non scusarli. È mai successo, in una commedia parigina, che la cuoca mandi in tavola un arrosto bruciato, che un caminetto si spenga a metà di una scena, che un mobile mostri la polvere? Ci mancherebbe altro! Le padrone di casa non hanno l’aria di spendere troppo tempo nella sorveglianza dell’andamento domestico, ma il servizio procede bene lo stesso, perché il teatro è un mondo fatto così, dove ogni cosa va per il meglio come nel mondo di Pangloss (personaggio del Candido di Voltaire, N.d.R.). […]

Locandina d'epocaL’amore è la legge suprema del teatro parigino. Ma l’amore non quale esiste nelle tragedie, dove fa nascer tanti malanni, né quale esiste in natura, dove ne fa nascere per lo meno altrettanti. L’amore quale dovrebbe essere: piacevole, pronto, leggero, eloquente; e poi anche decorativo, perché non accoppia se non begli uomini e belle donne, il primo attore e la prima attrice; e poi soprattutto fresco, di boccio, perché il teatro parigino non ammette gli amori che tramontano ma solo quelli che nascono, li accompagna appena il tempo necessario per passare dalla prima occhiata alla dichiarazione, al primo bacio, alle prime intimità, e poi, prudente, giù il sipario. Di amori che finiscano, nelle commedie parigine, non ci sono se non i ripeschi con le cocotte, che centomila franchi in busta chiusa bastano a consolare quando il loro amante si sposa: tutti gli altri incominciano, o se fanno versar delle lagrime è per prendersi il gusto di asciugarle, con quei baci dati e ricevuti come solo gli attori sanno, perché ad esercitarsi tutte le sere si baciano sempre meglio, mentre gli uomini e le donne reali a baciarsi tutte le sere si baciano sempre un po’ peggio. Ma le donne reali non sono sempre angeliche, mentre le donne che recitano a Parigi sono tutte così soavi! Vestite ch’è una meraviglia, spogliate ch’è un incanto, non cessano mai d’essere amabili poiché non cessano mai d’esser disposte all’amore. […] Davanti ai lumi delle sue ribalte Parigi non ospita se non donne di buon umore, dal volto soffuso dei colori della salute e con l’argento vivo addosso. La ribalta le porta su come un piedistallo, il copione le fa scintillare di spirito, il rimmel perpetua nei loro occhi il fuoco degli istanti supremi, e a mezzanotte eccole ancora fresche come alle nove, senza aver sbadigliato una volta né essersi lagnate che faccia loro male la punta di uno scarpino. […]

Nemico dei privilegi di nascita, di casta, di stato, il teatro parigino è l’ultimo vero istituto repubblicano. Se mette in scena un personaggio coronato, puoi star certo che è per umiliarlo ai piedi di una sartina. Suo massimo divertimento, demolire le barriere che nella vita si ostinano a imprigionar la fortuna, a mortificare la volontà. Accusato dai pedanti di essere convenzionale, è rivoluzionario. Della casa francese, questa torre d’avorio, ha fatto un piccolo porto di mare. In un paese dove guai a fare una visita senza essere stati invitati o piegarsi al rito del giorno di ricevimento, i personaggi di commedia si recano a sorprendere gli amici alle dieci del mattino, quando sono ancora in dolce colloquio con l’amica, e si vedono accolti a braccia aperte. Non c’è caso che, a tirare un campanello su un palcoscenico, il visitatore si senta dire dal domestico: “Non c’è nessuno; ripassi domani!” o che a chi domanda una comunicazione telefonica la signorina risponda: “Occupato”. Gli amici sono sempre in casa, benché dalla prima scena all’ultima tu non veda alla ribalta se non gente intenta ad arrivare e ad andarsene o già un continuo mettersi il cappello e levarselo, posare il bastone e ripigliarlo. Gli amici delle commedie parigine lo sono per davvero, essendolo per finta, e parrebbe loro contro natura lasciar passare sei mesi senza farsi vivi come è usanza degli amici autentici. Infaticabili, ogni momento son lì, che pare stiano di casa tutti sul marciapiedi dirimpetto e non abbiano altro pel capo fuorché badare alle faccende private del protagonista, ricevere le sue confidenze, subire i suoi rabbuffi, rimediare ai suoi falli e fumare le sue sigarette. Cari amici! Come non ti riconcilierebbero con la vita? Sono il pane e il sale del teatro parigino, la quintessenza del suo funambolesco ottimismo. Disinteressati, accomodanti, cordiali, opportuni anche quando agiscono a sproposito, sempre pronti a saltare in treno o in piroscafo per trovarsi a Nizza o al Cairo al momento preciso in cui il primo attore, incontrandoli a naso a naso, non potrà fare a meno di esclamare: “Che bella combinazione!” e rifilar loro una suocera aborrita, un’amante intempestiva, un creditore tenace. […]

Bozzetto di scena del XIX secolo

Caro teatro! I motti di spirito vi nascono fitti almeno quanto le parole; persone e cose vi procedono come su tanti binari; i canapè vi aiutano le digestioni; i sigari tirano; il servizio dei liquori è a portata di mano. Mondo ideale! Società avventurata! È la rivincita sulla vita, la medicina di Parigi: rischiara, rasserena, rianima. Senza di esso Parigi sarebbe inabitabile, i parigini finirebbero al manicomio, le parigine cesserebbero di esser tali. Chi osa dir male del teatro di Parigi?

Un giorno, in un bar modesto attiguo all’antico e illustre teatro delle Variétés, sorpresi il primo attore della compagnia, gran rubatore di cuori e di doti nonché principe di eleganza per la delizia delle platee. Usciva, imbacuccato, dalle prove, raggrinzando un volto terreo e triste in cima a un lungo pastrano passato di moda. Bevve, soffocando uno sbadiglio, un bicchiere d’acqua di Vichy e infilò la porta senza che gli badasse nessuno, si perdette a capo basso nella folla grigia del boulevard.

Giacché il teatro di Parigi ha anche questo merito: di essere fatto per la felicità degli altri.

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