Georges Feydeau (I) – articolo di Régis Gignoux

Georges FeydeauIl seguente articolo è comparso su Le Figaro il 6 giugno 1921 subito dopo la morte di Georges Feydeau. L’autore è Régis Gignoux, la traduzione è mia.

Liberato ieri dall’Horla implacabile (vedi Nota), ora Georges Feydeau riposa in pace. In questo primo sonno concessogli dalla morte ha ritrovato quel sorriso che illuminava il suo bel volto di delicata malinconia. Adesso possiamo alzare la voce per dire quale perdita ciò rappresenti per il nostro teatro.

Georges Feydeau fu un prodigioso inventore del genere comico. Egli non ha rinnovato il vaudeville, ma attraverso tutte le sue pièces ne ha creato uno nuovo. Osannare la sua tecnica minuziosa, la sua algebra o la sua geometria degli effetti, di dialogo o di situazione, significa non conoscerlo affatto. Altri, riproducendo le sue scenografie bizzarre ci hanno dato l’illusione di imitarlo, ma egli era inimitabile, proprio per la sua incessante inventiva. Partendo da un’idea iniziale, Georges Feydeau era capace di dare libero sfogo alla fantasia e, a mano a mano che i suoi personaggi avanzavano, inventava per loro delle strade senza uscita, obbligandoli a scoprire da soli delle porte o delle finestre di cui nemmeno egli aveva sospettato l’esistenza, e che strappava dall’incognita della vita quotidiana.

Chiunque altro avrebbe perso l’orientamento. Georges Feydeau possedeva la chiave meravigliosa dei grandi osservatori. Frugava i suoi personaggi fino a trovare in essi il filo che gli avrebbe permesso di ricucirli, di lanciarli di nuovo nella prossima avventura. Feydeau non si aspettava nulla dal caso; si fidava solo delle sue deduzioni. I tipi che metteva in scena erano vivi grazie alla loro autenticità, e tutto quello che poteva succedergli diventava plausibile, evidente, inevitabile. Champignol (di Champignol per forza) sarà costretto a farsi tagliare i capelli tre volte; e provate solo per un attimo a rivivere a freddo, come dei giudici istruttori incaricati di un’inchiesta, l’incontro tra Petypon e la Môme Crevette, vi accorgerete che Feydeau senza perdere in spontaneità avrebbe potuto complicare ulteriormente l’odissea della Signora di Chez Maxim.

Questa osservazione dei tipi comici, spinta fino a un tale livello di analisi, conduce a dei caratteri ingrassati a forza. Ne consegue la necessità di oggetti di scena proporzionati a simili giganti. Anche in questo caso, l’immaginazione di Feydeau continua ad imbattersi nella poltrona estatica. Ma il fattore inimitabile dell’autore è costituito dalle basi da cui partiva. Egli entrava nella vita coniugale o nelle alcove delle cocotte passando dal caminetto, e l’intrigo era bell’e fatto. Un Bébé da purgare e una camicia da notte gli permettevano di scrivere tutte le scene di vita familiare e di spingere le donne all’estremo limite della loro logica invertita. L’osservatore usciva ancora di più allo scoperto, e noi non potevamo fare a meno di ammirarlo, e ridere al tempo stesso. Il movimento era talmente irresistibile che si rischiava di non percepire la freschezza, la vitalità, lo stile dei dialoghi e l’estro francese di questo spirito arguto e cristallino. Dopo aver salutato in Georges Feydeau il grande inventore, bisogna salutare anche il grande scrittore, e non dimenticare mai che l’autore de La signora di Chez Maxim si era distinto anche per aver scritto Il germoglio.

Nota:

L’Horla è un racconto in due versioni scritto da Guy de Maupassant nel 1887. La prima versione è il resoconto di un caso clinico, la seconda lo mette personalmente in discussione. La storia è incentrata sulle sofferenze di un personaggio convinto di essere tormentato da un essere misterioso che “abita” la casa in cui egli vive. In realtà Guy de Maupassant identifica nell’Horla i sintomi di quella malattia che lo colpirà nello stesso periodo.

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