Il moralismo della “pochade”

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Il Lavoro di Genova del 12 giugno 1924. L’autore è Piero Gobetti.

Camille Pissarro Rue Saint-Honoré

Camille Pissarro Rue Saint-Honoré

Trovando sui cartelloni Poliche alla Comédie-Française, Iphigénie all’Odéon, teatro greco da Copeau, Dumas al Sarah Bernhardt, e persino all’Atelier il vecchio e storico Pirandello, mi dovetti decidere per il Palais-Royal. Così avvenne, quella sera svagata e senza programmi, che facessi le mie prime esperienze di teatro parigino con Embrassez-moi, pièce in tre atti di Tristan Bernard, Yves Mirande e Gustave Quinson.

La cosa più interessante a teatro, non soltanto a Parigi, è il pubblico. Basta uno sguardo al pubblico per dire le vicende dell’opera rappresentata, il nome dell’ultima amante dell’autore, la storia dell’arte negli ultimi secoli, e il debole della prima attrice. Così io mi venni persuadendo che il pubblico tipico parigino è un pubblico raccolto che non ama lo spettacolo ma piuttosto lo scherzo preceduto da una fine intesa e salvo sempre il riserbo dovuto all’eleganza. Un pubblico di questa fatta non gusterà mai neanche la più incantevole delle sorprese: temerebbe di sciupare il buon tono del suo scetticismo gaio e malizioso. La sua intelligenza manca irreparabilmente di improvvisazione. La stessa compiacenza di un tono che in qualche modo riesca riposante e dilettoso deve coincidere alla scuola. E infatti in tanti secoli il prodotto più interessante del teatro francese è proprio una scuola: non la scenografia, non gli attori, in un certo senso nemmeno le opere, ma la scuola. Per sette o otto commediografi italiani capaci di scrivere un’opera decorosa la Francia ne avrà novecento, nessuno ingenuo, nessuno novellino, nessuno timido, incerto e fuor di posto. A un silenzio patetico gli spettatori preferiranno sempre una facile scena loquace. E soprattutto questo pubblico non chiederà genio, nemmeno ingegno: ma non ammetterà che si sbagli. C’è un mestiere, patrimonio del popolo, e non se ne consente l’ignoranza.

Non c’è nulla di più stupido che una pochade come Embrassez-moi. Ma nessuno scrittore italiano la saprebbe scrivere, nessuna compagnia comica nostra la reciterebbe come io l’ho ascoltata al Palais-Royal. Assolutamente la pochade corrisponde al genio della razza. Lo spirito della recitazione della pochade parigina è in un’accuratezza stilizzata di tutti i particolari – escluso ogni soverchio rilievo ai protagonisti, riposta la riuscita di ogni equivoco nella rapidità noncurante dell’azione – .

La comicità francese è sicura e calcolata sino alla monotonia, la compagnia vi dispone i suoi effetti più immancabili con una continuità che rivela in tutti gli interpreti una cert’aria di famiglia.

Perché l’attore francese non strafa. Perché ha fiducia nel suo pubblico e si riposa su un repertorio che non ha bisogno di essere ricreato. Niente commedia dell’arte. Niente genialità d’intuizioni: anzi l’atmosfera della recitazione deve restare meccanica e anonima.

Ho provato a immaginarmi Embrassez-moi recitato da Gandusio o da Falconi. Diventa una fatica fisica. Non c’è più un tono generale che lo sostenga. Tutto si fa questione di temperamento, di istinto, di genio mediterraneo. Al posto del riserbo la spavalderia del guitto. Il problema è d’improvvisazione, di sacrificio personale, di iniziativa singolare. Si può dire che nessun attore francese saprebbe fare certe sudate; provarsi a tirar su dal nulla, solo, uno spettacolo! Perciò gli attori italiani sono ammirati come tante bestie rare. Ma non si tarda ad osservare che il loro temperamento non ha una misura, non si frena, non si risparmia; che il teatro italiano non ha stile. La comicità italiana è ancora dialettale (perciò Musco, Niccoli, Zago sono più genuini e sinceri di Falconi, Gandusio, Betrone) e il nostro pubblico va a teatro la domenica. Tutti gli attori risentono di questa educazione e di questi modi domenicali e basterebbe questo rilievo per rispondere alle celebri questioni del Bonghi e di Ferdinando Martini.

Camille Pissarro Place du Théâtre Français

Camille Pissarro Place du Théâtre Français

Nessun Molière, nessun Marivaux, nessun Beaumarchais nel teatro francese degli ultimi cinquant’anni. L’osservatore può anche constatare che siamo in periodo di decadenza. Ma è una decadenza che conserva e continua a utilizzare tutte le risorse del passato. Se i maestri moderni di teatro sono Craig, Reinhardt, Appia, Pirandello, Shaw, Synge, gli scenografi russi, è lecito constatare che la Francia non ci è più maestra. Ma tutti codesti sono esperimenti di cultura, di eccezione. Solo la Francia ha saputo fare e mantenere il teatro come esigenza quotidiana della buona società, come accademia mondana, come arte dello svago. La comicità francese degli ultimi cinquant’anni rimane uno dei documenti più completi e universali della civiltà contemporanea. Senza interrogare Hennequin e Veber, De Flers e Caillavet, Gavault, Guitry, Courteline non si penetreranno i segreti di un tempo che ha prodotto la guerra mondiale e l’economia tayloristica, predicando la pace e la filantropia.

Questo sapore di contraddizioni è schiettamente francese, anche se la pochade ha sempre parlato un linguaggio universale. Ma al di là dei Vosgi e del mare il senso diffuso di malizia cordiale diventa burla sfrenata, la stilizzazione dei motivi sensuali si cambia in un sospetto di orgia, la fredda esibizione di costumi piccanti e di epigrammi audaci appare come un richiamo a scene realistiche. La sensualità del teatro francese invece non è mai realistica, non è una provocazione ma una moderazione degli istinti, e la letteratura sessuale sostituisce in qualche modo l’amore.

Persino nelle revues con abbondanza di donne nude il carattere essenziale del teatro francese si rileva in questo tono di indifferente e raffinata accademia.

Sicché l’impressione non può troppo cambiare se dal Palais-Royal o dalle Folies-Bergère si passa alla Comédie o all’Odéon. Dove Racine, Corneille, Molière non sono recitati per ragioni di cultura, ma proprio per provare il fondamentale istinto del popolo alle virtù del risparmio. La sopportazione popolare poi non è che un aspetto dell’abitudine all’accademia e al ritegno – checché dica la leggenda di francesi volubili e capricciosi – . Parigi non sarebbe centro del mondo se non fosse maestra arguta di morale, e persino delicatamente moralista.

Ricordo come trovai Bragaglia scandalizzato del teatro ufficiale di Francia. Imprecava al passatismo, alla pedanteria, ai gusti di museo. Tutto ciò è verissimo. La scenografia dei grandi teatri di Parigi sarà più accurata di quella che sogliono apprestarci la Melato o la Gramatica, ma è dal punto di vista dell’arte semplicemente disgustosa, di un verismo minuzioso e opprimente. Ma che cosa interessa la scenografia al pubblico? Esso cerca una cornice entro la quale ammirare i buoni costumi della borghesia cittadina. Se la pochade funziona come una specie di università dell’amore fisico, all’Odéon e alla Comédie si insegnano i casi più interessanti di onore e di matrimonio, di patologia morale e di nobiltà civica della famiglia e della società moderna. Si assiste ai più solenni eroismi e ai più crudi scandali: ma l’impresario ha cura di allontanarli un poco dalle preoccupazioni personali degli spettatori stilizzandoli in una recitazione solenne e calcolata e portando in primo piano i costumi dell’attrice.

Questo è il segreto: che non si cerca, anche quando si tratti di un’attrice come Suzanne Després o di un attore come Lucien Guitry, il teatro-teatrale ma il teatro dei costumi, l’accademia moralistica.

Camille Pissarro Avenue de l'Opéra

Camille Pissarro Avenue de l’Opéra

A voler trovare l’eroe di queste serate bisogna pensare a Sacha Guitry con sua moglie Yvonne Printemps. Qui la misura e le licenze dell’ambiente famigliare sono portate in un’atmosfera di arguzia e di doppio senso, in un rilievo di oggettività, naturalmente maliziosa e satirica. Pubblico e autore giocano su un passato di mutua conoscenza, come se la rappresentazione non fosse che un’occasione di intendersela. La malizia francese non si può esprimere mai in una barzelletta o in un gioco di scena, ma vuol esercitarsi a suo agio su una situazione. Voi vedete subito quanto sia signorilmente parigino l’esempio di questo attore che si mette in scena con la moglie a rappresentare un idillio coniugale come Je t’aime. Così la città dello scandalo e della corruzione internazionale ritrova e coltiva il suo tranquillo moralismo provinciale, e la naturale freddezza col gusto per l’accademia è l’ultima difesa non pedantesca della sua onestà.

Ulteriori approfondimenti sul tema della pochade in Italia sono disponibili a questo link: https://annamariamartinolli.wordpress.com/2015/07/20/lostracismo-della-pochade/

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