Georges Feydeau visto da un americano

Il presente articolo è stato pubblicato sulla rivista Comparative Drama nel 1975. L’autore è Thomas E. Porter. La traduzione è mia.

Georges Feydeau di Leonard C. PronkoIl libro di Leonard C. Pronko, dedicato alla figura di Georges Feydeau, appartiene a una nuova collana di volumi, incentrata sui drammaturghi di tutto il mondo, pubblicata dalla casa editrice Frederick Ungar. Secondo quanto riportato nella sovraccoperta, la serie è strutturata in modo da includere “un’introduzione alle opere del drammaturgo, una nota biografica, uno studio generale sulle opere e il loro periodo di realizzazione e un’analisi dei testi”. Considerato il limitato spazio disponibile, dovuto a un’impostazione tipografica di tipo manualistico, Leonard C. Pronko soddisfa le aspettative dello slogan pubblicitario.

Georges Feydeau, per il pubblico anglofono, è “il maestro della farsa francese da camera da letto”. Pronko mette in relazione il Feydeau autore con la Parigi della Belle Epoque: una società dominata da gusti sfarzosi, vita spericolata e modi anticonformisti. Feydeau trae la sua formula dalla pièce bien faite di Scribe: trame smisuratamente complicate che implicano scambi di identità, lettere indirizzate a destinatari sbagliati, incontri con gag a sequela e inseguimenti scriteriati. L’alta società, la borghesia e il demi-monde si scontrano nella ricerca dell’amore. Nelle pièces di Feydeau l’amore, il matrimonio e l’infedeltà sono le tematiche centrali, l’inganno è la premessa mentre lo scontro è il punto saliente. Il drammaturgo, grazie a un’attenta previsione degli eventi e a un ritmo indiavolato, riesce a rendere plausibile l’incredibile. Leonard C. Pronko descrive sia i principi teorici che pratici traendoli liberamente dai testi.

Buona parte del volume è occupata dal riassunto delle pièces di Feydeau. L’autore tenta, valorosamente, di rendere intelligibili le complesse trame del drammaturgo, ma l’operazione riesce fintanto che il materiale lo consente. La natura manualistica del volume risulta qui più evidente, benché l’autore aggiunga dei brevi commenti critici a ogni sintesi.

Se parlare di “analisi dei testi” è alquanto esagerato, Leonard C. Pronko espone comunque una sua teoria su Feydeau e il suo lavoro. Pronko considera la farsa un genere “serio” e vede in essa l’antesignana del teatro dell’assurdo. L’argomento delle pièces non si discosta più di tanto dai melodrammi di Alexandre Dumas figlio e di Emile Augier, e nemmeno dai tranche de vie di un autore naturalista come Henri Becque. Le farse di Feydeau presentano degli uomini in balia delle loro debolezze – ipocrisia, concupiscenza e avidità – intenti a inseguire un qualche appagamento in un mondo insensato. Secondo le parole dello stesso Pronko: “Il mondo di Feydeau è un mondo dell’assurdo in cui l’uomo è invariabilmente in lotta contro delle forze che si oppongono alla sua ricerca della felicità e di un senso della vita, e che raramente gli consentono di raggiungere il benché minimo obiettivo di pace e soddisfazione” (Cfr. pag. 198). Potrebbe darsi benissimo che Vladimiro ed Estragone, di Aspettando Godot (1952) di Samuel Beckett, discendano in un certo qual modo dai mariti traditi e dalle cocotte di Feydeau, ma non direttamente. Nelle pièces di Feydeau, il pubblico è a conoscenza dei segreti che i personaggi faticano a svelare; questa supremazia del drammaturgo e degli spettatori non caratterizza affatto il mondo teatrale di Beckett. Benché artificiosa, la società farsesca ha le sue regole, e alla fine, per quanto superficiale possa sembrare, viene ristabilito un cert’ordine. Se l’uomo non riesce ad ottenere tutto – pace e soddisfazione – almeno, quando la farsa si conclude, intuisce il perché.

La tesi di Leonard C. Pronko è polemica, ma le informazioni che fornisce si rivelano utili. Nella sua funzione di compendio commentato, il libro Georges Feydeau riempie un vuoto culturale e offre un utile servizio scolastico.

Il titolo del volume di cui si parla nell’articolo è: Leonard C. Pronko, Georges Feydeau, Frederick Ungar Publishing Co., New York 1975, pp. 218.

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