Follie da corteggiamento: Anton Cechov, George Bernard Shaw e Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul New York Times il 02 luglio 2001. L’autore è Bruce Weber. La traduzione è mia. I diritti di copyright appartengono al New York Times.

Gene WilderLa rassegna Ma non farmi ridere!, tre farse di un atto rappresentate in un’unica serata, che si terrà alla Westport Country Playhouse fino al 14 luglio, è una banalità estiva di distinto livello. Le tre pièces, Una domanda di matrimonio (1888-89) di Anton Cechov, Musicoterapia (1913) di George Bernard Shaw e A me gli occhi! (1897) di Georges Feydeau, hanno in comune l’epoca in cui sono ambientate, un atteggiamento di ingenua affezione per le debolezze umane e il soggetto: progetti matrimoniali.

I testi condividono anche un tono di vorticosa ridicolaggine che il regista – il veterano di Broadway Gene Saks – sceglie, con una certa sofisticatezza, di non rielaborare più di tanto e che viene, per la maggior parte, sarcasticamente mantenuto sotto le righe dagli attori della compagnia, tra i quali spicca Gene Wilder. Non si tratta certo di un programma in grado di lasciare il segno, ma trasmette allo spettatore lo stesso evanescente piacere di quella banana split che ci si concede una volta l’anno.

La sorpresa più gustosa è proprio Wilder. Ha 68 anni, ma li dimostra solo in parte, anche se la sua tipica acconciatura arruffata ha visibilmente perso più di qualche ciocca. L’attore vive nei dintorni di Stamford e fa parte del comitato consultivo artistico del teatro fondato settantuno anni fa – una sala ricavata da un ex granaio in cui si respira un’atmosfera da campeggio estivo – dove, negli anni Sessanta, ha recitato per ben tre stagioni consecutive.

Wilder ha passato buona parte dello scorso decennio scrivendo e recitando in film per la TV (la sua ultima apparizione cinematografica risale al 1991), raccogliendo fondi per il Club di Gilda, una rete di centri di assistenza per malati di cancro (la seconda moglie di Wilde, l’attrice Gilda Radner, è morta di tumore nel 1989), e curandosi a sua volta per un linfoma non Hodgkin.

In questi giorni, l’attore è stato nei pensieri di numerosi frequentatori dell’ambiente teatrale poiché Matthew Broderick ha riportato sulle scene il personaggio di Leo Bloom, nel molto pubblicizzato adattamento broadwaydiano di Per favore, non toccate le vecchiette di Mel Brooks – dove Wilder interpretava la stessa parte al fianco di Zero Mostel –. Più di quattro anni fa, per un breve periodo, l’attore ha recitato nell’allestimento londinese della commedia di Neil Simon Risate al 23° piano, ma eccezion fatta per un’unica serata interpretata al fianco di Mary Tyler Moore in Lettere d’amore di R. Gurney, Gene Wilder non calcava il palcoscenico americano da prima dell’uscita del suo film di debutto, Gangster Story del 1967.

Visto e considerato che questo indurrebbe a pensare che il suo talento si sia arrugginito, è sorprendente vedere l’assoluta distensione con cui si presenta davanti al pubblico. Anzi, mentre recita sia Cechov che Feydeau, si riesce persino a percepire quella follia nervosa e dagli occhi sporgenti che contraddistingueva i suoi personaggi nei film di Mel Brooks: Per favore, non toccate le vecchiette, Frankenstein Junior e Mezzogiorno e mezzo di fuoco, e anche in Nessuno ci può fermare, Wagons-lits con omicidi e Non guardarmi: non ti sento, tutti e tre con Richard Pryor.

Come se non bastasse, la baldoria non lo spaventa: in A me gli occhi! ha modo di calarsi nei panni di un assatanato orango. Mentre, nella parte del proprietario terriero ipocondriaco nonché potenziale sposo in Una domanda di matrimonio, e in quella del ricco borghese affabile vittima dell’ipnosi del proprio domestico nel succitato A me gli occhi!, mette in atto una comicità fisica meno accentuata e poco espansiva. Quel suo sguardo triste, e la smorfia divertita con cui ammicca al pubblico, dipinti su un volto altrimenti placido, danno vita a un’espressività che sembra riuscire a trattenere a stento una soggiacente ilarità esplosiva. Il risultato è un uomo che tenta vanamente di non rivelare quanto si sta divertendo, uno spirito contagioso che trova modo di esprimersi anche attraverso l’interpretazione degli altri attori.

Una domanda di matrimonio

Anton CechovQuesto modo di agire ben si addice alle follie da corteggiamento presentate nei tre atti unici. L’adattamento, per mano dello stesso Gene Wilder, di Una domanda di matrimonio è una versione accomodante leggermente adeguata allo slang americano contemporaneo. L’attore interpreta il ruolo di Ivan, un uomo che ha deciso di chiedere la mano di Natasha (Carol Kane), la non più tanto giovane figlia del suo vicino e amico Stefan (Bob Dishy).
Tutti sembrano apprezzare l’idea finché, invece di discutere dello sposalizio, non si mettono a dibattere di cose insignificanti come quale delle due famiglie possiede la striscia di terreno prativo di più scarso valore sul confine tra le due proprietà, o il cane di chi è il miglior cacciatore della zona. La fatuità e lo stupido orgoglio di ognuno aggrava le sofferenze vere o presunte di Ivan generando una terribile confusione, ma Bob Dishy è una manna per Gene Wilder, mitigando il suo umore e mantenendolo ben al di sotto degli standard de I tre marmittoni. E anche se Carol Kane fa un po’ di boccacce, Gene Saks riesce a domare la follia.

Musicoterapia

Anche nelle altre due pièces l’astuzia ha la meglio sull’eccentricità. In Musicoterapia, Shaw mette sullo stesso palcoscenico Reginald (David Costabile), un uomo opulento, inetto e fifone a cui capita di diventare membro del Parlamento, e Strega (Vivienne Benesch) una spietata pianista da concerto. Sulle note di Chopin, i due compiono un’assurda danza di accoppiamento che esprime la salace opinione di George Bernard Shaw sul dominio e la sottomissione. I due attori sono gioiosamente divertenti mentre indagano su degli stereotipi ormai comuni senza lasciarsi influenzare da arroganti cliché.

A me gli occhi!

L’espressione idiomatica americana che sta alla base del titolo della pièce di Feydeau (Caught With His Trance Down, tradotta da Norman R. Shapiro) è una versione ampliata del titolo originale francese (Dormez, je le veux!, letteralmente Dormite, ve lo ordino!). Lo stesso senso di goffaggine che si percepisce nel titolo è presente anche nella pièce, i cui protagonisti sono un corteggiatore (Gene Wilder), sua sorella (Carol Kane), la promessa sposa (Vivienne Benesch), il padre di lei (Bob Dishy) e due servitori, il primo dei quali (David Costabile) è un ipnotizzatore che si diverte a stravolgere i ruoli tra servi e padroni. Il secondo (Bill Buell che, ahimè, sputacchia in modo eccessivo), è un lacchè invidioso del talento del suo collega che finirà per combinare un bel pasticcio nel tentativo di imitarlo.

L’ingegnosità che ne risulta è degna sia delle finezze di Charlie Chaplin che delle non finezze della sit-com Laverne & Shirley; per fortuna, la produzione propende spiccatamente per le prime. Dopotutto, Ma non farmi ridere! è un lusso per adulti: una banana split saggiamente preparata, ma senza panna montata.

Gene Wilder in scena (L'immagine è tratta dal sito ufficiale della Westport Country Playhouse: http://www.westportplayhouse.org)

Gene Wilder in scena (L’immagine è tratta dal sito ufficiale della Westport Country Playhouse: http://www.westportplayhouse.org)

Una domanda di matrimonio di Anton Cechov; adattamento di Gene Wilder; interpreti: Bob Dishy (Stefan), Carol Kane (Natasha), Gene Wilder (Ivan).

Musicoterapia di George Bernard Shaw; interpreti: Bill Bluell (il medico), David Costabile (Reginald), Vivienne Benesch (Strega)

A me gli occhi! di Georges Feydeau; adattamento di Norman R. Shapiro; interpreti: Gene Wilder (Boriquet), David Costabile (Justin), Bill Bluell (Max), Bob Dishy (Valencourt), Carol Kane (Francine), Vivienne Benesch (Antoinette)

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