Perché Feydeau fa ancora ridere

Il presente articolo è tratto dal quotidiano La Stampa, 24 novembre 1976, numero 259, pagina 7. L’autore è A. Bl.

Disegno di Yves Marevéry

Disegno di Yves Marevéry

Una società economicamente florida, politicamente reazionaria, sessualmente repressa e irragionevolmente ottimista (verrà la grande guerra…), come quella che popola il teatro di Georges Feydeau, è già una società da vaudeville. È la società cittadina e borghese di una “belle époque” che è finita da un pezzo, ma ancora non se n’è accorta, la sola che l’autore conosca e che egli non fa altro che portare sulla scena così come la vede con le lenti, deformanti ma non troppo, del pessimismo e della misoginia; sceglie e isola alcune “maschere”, ne stabilisce le azioni, e persino i movimenti e le intonazioni, e poi le cala in una macchina teatrale prefissata e immutabile.

Rappresentata nel 1908, Occupati d’Amelia è una delle più perfette machines à rire di Feydeau ed anche delle più esemplari: la cocotte che ne è al centro, e che si presta a un matrimonio da burla per consentire all’amico del suo amante di acciuffare una grossa eredità, si sente improvvisamente una donna perbene non appena si scopre che, per una vendetta dell’amante, quel matrimonio è valido. Amelia si rassegnerà presto al divorzio, ma nel momento in cui si identifica con una signora della buona società, tutto il cinismo di Feydeau e la sua avversione per le donne (intendiamoci: non che sia tenero verso gli uomini, più che di misoginia bisognerebbe parlare di misantropia) sono addirittura lampanti.

Pier Antonio Barbieri, che ha messo in scena, nella cornice floreale di Maurizio Monteverde, questa Occupati di Amelia nuovamente tradotta e ridotta, anche nel numero dei personaggi, da Enzo Mancini, sostiene che Feydeau può essere oggi rappresentato soltanto “storicizzandolo”. Giustissimo, ma allora occorrerebbero un maggior rigore e un ritmo più esatto. Ora, lo spettacolo presentato l’altra sera al Carignano non è proprio quel congegno d’orologeria che è di prammatica ricordare a proposito di Feydeau: è divertente (il pubblico ha riso e applaudito con insolita generosità), ma la scorrevolezza e la levigatezza che dovrebbe avere, e che talvolta ha, o si confondono con la superficialità o s’inceppano in pesantezze e grossolanità che non sono del testo ma del modo di interpretarlo.

Armande Cassive, Marcel Simon e Suzanne Carlix in "Occupe-toi d'Amélie", disegno di Yves Marevéry

Armande Cassive, Marcel Simon e Suzanne Carlix in “Occupe-toi d’Amélie”, disegno di Yves Marevéry

È proprio la recitazione che più scricchiola in questa rappresentazione, e non perché gli interpreti non siano buoni o almeno discreti attori, ma perché inadatti a Feydeau o alla parte che nella commedia sostengono (e a riprova basterà ricordare, lasciando Dina Galli nel mito, un’Adani, un Cimara o un Tofano). Valeria Valeri è tutto fuorché una persuasiva cocotte, convinta prima degli altri dell’indispensabilità della sua funzione in una società “rispettabile”, e Mino Bellei, Enzo Garinei, Tonino Micheluzzi e gli altri, ma non Angela Cavo che azzecca spesso i toni giusti, appaiono un po’ spaesati o, al contrario, sin troppo convenzionali.

3 risposte a “Perché Feydeau fa ancora ridere

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