La ferocia di Georges Feydeau

Il presente articolo è tratto dal saggio Le génie systématique de Feydeau di Jean Cassou, pubblicato nel 1960 nei Cahiers de la Compagnie Renaud-Barrault. La traduzione è mia.

Ritratto satirico di FeydeauVi è in Feydeau una contraddizione ben più tragica di qualsiasi altra: il suo è un umorismo feroce. Ancora una volta, ci siamo lasciati intenerire dalla bontà delle sue creature, tutte così deliziosamente sottomesse alla loro funzione, ma il loro creatore è un essere crudele. Non sono lungi dal pensare che questo atteggiamento sia tipico di ogni creatore che si identifichi totalmente nella fatalità e crei un universo sistematico senza pentimenti, senza vie di scampo, senza interventi della sorte.

Esistono creatori a cui capita di provare pietà per le loro creature e che sono disposti a far loro accadere qualcosa di opposto rispetto ai loro tratti caratteriali o alla struttura dell’intrigo, qualcosa di illogico e inverosimile, e a quel punto… tanto peggio! Tutto si sistema. Questa caratteristica, a volte, la si nota anche in Charles Dickens, che non riesce a essere cattivo fino in fondo. È più forte di lui e, pensando alla sua persona, potremmo citare la celebre frase di Arkël, il re di Germania del dramma simbolista Pelléas et Mélisande di Maurice Maeterlinck: “Se fossi Dio, avrei pietà del cuore degli uomini”. Ma il demiurgo Feydeau non ha di queste debolezze, e la sua precisione matematica va di pari passo con la sua ferocia. È una ferocia rigorosa la sua, rigorosa e inesorabile, che quando arriva al culmine non può fare a meno di abbandonarsi, in sordina, a un leggero sogghigno. Probabilmente perché è consapevole della sua somiglianza con la logica dell’umana verità. Questa logica d’artista e da uomo di teatro sa bene di essere la stessa che governa gli intenti e le azioni della società umana.

Nell’ultima pièce che Feydeau ci ha lasciato incompiuta, Cento milioni piovuti dal cielo, e di cui nel 1911 erano iniziate le prove dei primi due atti, la sua ferocia si manifesta in modo insostenibile. In questo caso, va tenuto conto che Feydeau è arrivato all’estrema conseguenza del suo genio teatrale e che quindi si inventa uno dei suoi più straordinari escamotage introducendo un cavallo sul palcoscenico; sicché la pièce si conclude con questo coup de théâtre e con il principe di Granada che entra in scena esclamando: “Ahi, carramba! Non ho mai visto un cavallo in sala da pranzo!”. Ma anche questa pièce, o per meglio dire questo frammento di pièce, è atroce. Atroce perché una delle tematiche tradizionali del genere comico, il rapporto tra padroni e domestici, assume qui dei toni molto cupi. Quel rapporto che la fantasia teatrale non faceva che organizzare secondo tutte le varianti possibili dell’equivoco e del quiproquo sprigiona, in questo passaggio quasi surrealista, tutto il suo significato satirico, e tale significato è terribile.

D’improvviso, in un modo repentino e strampalato quanto l’apparizione di un cavallo, tutta la stupidità sociale rivela la sua realtà. Fino a quel momento, l’autore aveva preso in prestito dai veri esseri umani un unico attributo: il loro modo di ragionare. E questo per realizzare delle fantasmagorie. Ora, però, mentre l’autore progressivamente scompare, è su quello stesso palcoscenico, e attraverso la più eccessiva delle fantasmagorie, che la società reale si svela nella sua interezza, manifestandosi come verità.

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