La sindrome di Georges Feydeau

La presente lettera è stata inviata alla rivista European Journal of General Practice, Volume 1, Issue 3, 1995, p.127, come parte di una rubrica in cui si invitavano i lettori a parlare del rapporto che può esistere tra medicina e scienze umanistiche. L’autore è Bernard Ineichen, docente di salute pubblica. La traduzione è mia.

Georges FeydeauMi chiamo Bernard Ineichen e, come milioni di britannici ipertesi, sono un esperto nel misurarmi la pressione. Quello che mi mancava, dopo anni trascorsi presso un unico medico di base, con un solo sostituto occasionale a variare la situazione, era una prospettiva comparatistica. Ora che ho venduto casa, le condizioni sono cambiate. E all’improvviso si è resa possibile una visione a tutto tondo del mio stato di salute.

Finora i risultati sono stati eccezionali. Durante la mia prima visita, presso un nuovo studio medico, malgrado l’angoscia di un’ora e mezza di attesa (quanto costa al servizio sanitario nazionale?) la mia pressione è scesa di quindici punti.

La mia lunga esperienza nel preparare questionari a risposta multipla per gli studenti universitari di medicina mi ha indotto a stilare questo elenco di tre opzioni che giustificherebbero tale reazione:

  1. a) Uno sfigmomanometro difettoso;
  2. b) L’eliminazione di due ore quotidiane di pendolarismo;
  3. c) Il fatto di aver appena incassato una barca di soldi (causa vendita casa).

Tutte e tre le possibilità sarebbero accettabili ma, onestamente, se mi trovassi in un’aula universitaria durante un esame e dovessi scegliere una risposta, non esiterei a spuntare la casella “falso” per tutte le opzioni. Questo perché la malattia di cui credo di soffrire è la sindrome di Georges Feydeau.

Georges Feydeau è stato uno dei massimi ideatori della farsa francese. E uno dei suoi capolavori, Il Tacchino, è stato di recente riallestito, con enorme successo, al Globe Theatre di Londra.

Georges FeydeauFeydeau era un uomo che apprezzava molto l’ordine. Anche se, a voler essere onesti, in tutti gli aspetti della sua vita che non riguardavano la scrittura, era anche molto pigro. La moglie, al contrario, era una donna che non stava mai ferma. Ragion per cui, quando lei decise di traslocare nell’ennesimo appartamento, Feydeau si trasferì in albergo per evitare scocciature. E ci rimase per gli ultimi dieci anni della sua vita finendo per non tornare più a casa.

Nel mio caso specifico, l’idea di andare a sistemarmi in un albergo era da escludere. Così, nell’attesa di acquistare una nuova casa, sono andato a vivere temporaneamente in una Nurse Home. Questa particolare residenza sembrava aver perso la propria reputazione a favore della trasandatezza e delle feste fino all’alba. Come se non bastasse, presentava diversi inconvenienti: allarmi antincendio nei momenti meno opportuni; ascensori idiosincratici e turni di pulizia delle camere completamente imprevedibili. Gli altri residenti della struttura facevano parte di un’umanità molto variegata, ma le infermiere si contavano sulle dita di una mano. Nonostante questo, le regole di base venivano applicate ed era possibile condurre una vita calma e tranquilla.

I lati positivi del vivere in una Nurse Home si sono rivelati immensi: un solo conto da pagare ogni mese, quello dell’affitto, e sempre della stessa cifra; nessun’altra spesa domestica a cui pensare, nemmeno per la carta igienica, perché di quella se ne occupa la struttura; nessun telefono a cui rispondere, perché in camera il telefono non c’era; nessun visitatore inaspettato che cerca di convertirti a qualche folle religione, perché abitavo al settimo piano; niente giardinaggio perché, anche se gli inglesi lo amano tanto come argomento di conversazione o come lettura interessante, nella pratica è causa di non poche ansie: un mio collega doveva farsi, ogni weekend, un giro di 200 miglia per andare a tagliare il prato degli anziani genitori. Così, mi sono comprato una pianta in vaso e tanti saluti.

Secondo me, era proprio questo il tipo di vita che Georges Feydeau apprezzava. Dopo aver semplificato la sua vita privata, e delegato la maggior parte della sua routine quotidiana, ebbe modo di dedicarsi a quello che gli riusciva meglio: concepire trame sempre più complesse basate su una struttura fatta di regole semplici. Nessuno dei suoi personaggi (a parte i domestici) viene mai distratto dal lavoro. Vivono tutti un’esistenza fatta di interminabili svaghi, con stati emotivi di una semplicità disarmante (lussuria, avarizia, gelosia, vendetta e poi ancora più lussuria), stretti più che mai in quella ragnatela di circostanze che Feydeau ha ideato per loro. E cadono in ogni trappola concepita dall’autore. Sono perennemente allo stremo delle proprie forze. E ad ogni colpo di scena, sono sempre più confusi, impotenti e rabbiosi. Chissà quanto hanno di pressione!

Feydeau, dal canto suo, trasferendosi in albergo, non ebbe più da scrivere nessuna lista della spesa.

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