Dario Fo e Georges Feydeau secondo Salvatore Quasimodo

Salvatore QuasimodoGialli e pochade, l’estate è per le strade. Ma Dario Fo, con quattro farse, entra con l’equinozio afoso e tempestoso fra le stoffe rosse del Piccolo Teatro. Dario Fo è un ospite già illustre; uno dei primi attori e registi e scrittori (non a braccio) di brevi scene teatrali fulminanti. Quest’anno lo ritroviamo a Milano con tre farse originali di sua creazione e con una pochade di Georges Feydeau [in luglio sostituita con I cadaveri si spediscono, le donne si spogliano di Fo], dimostrativa della sua pungente circolazione recitativa. […]

Le composizioni di Dario Fo, da L’uomo nudo e l’uomo in frack a Non tutti i ladri vengono per nuocere a Gli imbianchini non hanno ricordi giocano su tasti surreali non trascurabili, su quel surreale che partendo dalla tradizione popolaresca sfiora o s’addentra nella raffinatezza di “contrasto” del simbolismo, del decadentismo. Dario Fo ha sempre un suo piccolo inferno letterario da spegnere sul palcoscenico; e l’acquazzone “reale” arriva spesso a tempo giusto su arsure e finzioni da tempi ottocenteschi. Il nome di Feydeau non è comunque all’origine della sua “macchina” teatrale: il supplizio del grottesco e, perché no, del metafisico, ha altre fonti, più sottili, più traducibili nella sensibilità moderna. Gli imbianchini non hanno ricordi, in questo senso, è l’espressione più immediata di questa sua continua ricerca del “superfluo metafisico” in esseri umani di scala primitiva, Georges Feydeausebbene ne L’uomo nudo e l’uomo in frack la meditazione grottesca dei personaggi sia più enunciata e scoperta. Non tutti i ladri vengono per nuocere, invece, segue un vero schema da pochade; e la parola che Dario Fo tenta per esprimere intrighi e goffaggini vibra appena in un ordine minore di canovaccio dinamico. In questo campo Feydeau insegna, perché anche nello spazio di un atto, nel gioco dubbioso e illogico della farsa, lo scrittore francese muove dei personaggi nella loro autentica funzione teatrale. Questo dico non per un facile confronto col testo di Fo, ma per indicare in questo scrittore la zona importante della sua “magia” teatrale, dove la virtù dell’immaginazione coincide con la compiutezza scenica.

(Salvatore Quasimodo, Tre farse di Dario Fo, “Tempo”, 21 giugno 1958)

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