Passa la mano – articolo di critica teatrale del 1904

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 7 marzo 1904. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Passa la mano (locandina)Passa la mano, un bel titolo per una commedia circolare che ha avuto un notevole successo al Teatro delle Nouveautés. Nella pièce di Georges Feydeau, la mano in questione non è quella di un giocatore bensì del marito. L’autore ha saputo utilizzare in modo ingegnoso questa espressione relativa al gioco d’azzardo, adeguandola al gioco amoroso.

Immagino sappiate che un giocatore, appena intuisce che la sua fortuna si sta esaurendo, può passare la mano a uno dei suoi vicini, consentendo così il prosieguo della partita. Perché la stessa cosa non dovrebbe funzionare in ambito matrimoniale? Con la sola differenza che il coniuge approverebbe un simile passaggio non nel momento di un calo di fortuna, ma nell’istante del suo incremento. Meglio ritirarsi vittoriosi senza concedere la rivincita, che uscire sconfitti da una seconda partita.

Georges Feydeau ha dato dunque la sua personale interpretazione di questa massima popolare. I quattro atti della pièce offrono allo spettatore una curiosa combinazione di elementi e movimenti scenici. Questa volta i quiproquo non c’entrano nulla, e nemmeno gli inseguimenti sfrenati e sbalorditivi; al loro posto una briosa immaginazione, carica di vivacità e di imprevisti, destinata ben presto a placarsi – fin troppo presto, a mio avviso – secondo lo stile posato di una commedia, sorprendentemente intercalata da scene di piccante marivaudage.

Se dovessi raccontarla per immagini, Passa la mano sarebbe rappresentata da due incisioni inglesi di un umorismo indiavolato, modern-style, accompagnate da un ritratto di famiglia, abbastanza sentimentale – due quadri di Jean-Baptiste Greuze ritoccati dal caricaturista Adolphe-Léon Willette, con aforismi di un La Rochefoucauld di Chez Maxim. “Che peccato che una donna onesta non possa avere un amante senza tradire il marito”. A salvare questo susseguirsi di vicende dalla multiformità è lo stile personale di Georges Feydeau. Il suo spirito e la sua verve conferiscono alla pièce una certa unità di scrittura e una familiarità con le sue opere migliori. Nel primo atto ritroviamo il fonografo, il cui uso è stato recentemente introdotto nel genere vaudeville, e la bombetta dei nostri padri. L’autore, tuttavia, si serve del primo servendoci il secondo alla Feydeau. Il secondo atto – che basterebbe, da solo, a giustificare il tutto esaurito al Teatro delle Nouveautés – è quasi interamente caratterizzato dalla presenza di un ubriaco, i cui monologhi a zig-zag valgono il miglior Courteline. Non avevo la minima idea di quanto un alcolizzato, di quelli buoni, potesse riempire una stanza: o ci mettete l’ubriaco o la occupate nella sua interezza.

foto di scena (1)

Il sipario si alza su un interno borghese altolocato. Chanal, il padrone di casa, è faccia a faccia con la tromba di un fonografo, a cui affida i suoi massimi consigli fraterni affinché lo strumento li ripeta alla sorella che, oltreoceano, è in procinto di sposarsi. D’improvviso, viene interrotto dalla moglie e dal domestico che gli impediscono di concludere il discorso. Chanal si ferma. Come giustamente immaginerete il cilindro ha ben altre parole da registrare. È proprio da lui, infatti, che scaturirà la pièce. Deus ex machina. Idea fruttuosa!

Nell’appartamento si presenta un signore distinto, venuto per affittare il mezzanino situato nello stesso edificio di proprietà di Chanal, che abita al primo piano.

– A quanto ammonta l’affitto?

– Tremilaottocento.

– Facciamo quattromila – ribatte l’ospite.

Chanal si stupisce, e allora il nuovo arrivato spiega: “Quattromila franchi è una cifra tonda. Così è più facile calcolare la rata dell’affitto”, al che Chanal si offre di farsi carico delle riparazioni, ma il nuovo arrivato è irremovibile: “Me ne occuperò io stesso”. Questo inverosimile affittuario si chiama Massenay, e quindi tutti gli pongono sempre l’inevitabile domanda: “Siete parente del musicista?”. No, si tratta solo di un caso di omonimia. Chiacchierando tra loro, Chanal e quest’ultimo scoprono di essere condiscepoli. Certo che questo Chanal ha proprio tutte le fortune. In un colpo solo ha trovato un inquilino e un amico. Il protagonista presenta subito sua moglie al signor Massenay, e li lascia soli per andare a redigere il contratto di locazione. Appena uscito, i due si gettano l’uno tra le braccia dell’altra, e Massenay esclama: “La sai una cosa, tesoro, ho fatto come mi hai detto: ho affittato l’appartamento che si trova in questo stesso edificio. Così, non c’è più bisogno che ti disturbi, e non serve che tu vada in rue du Colisée 21, per incontrarti con me”. “Era anche ora”, risponde lei, “Tale Signor Hubertin, che frequenta questa casa e abita in rue du Colisée 21, asseriva di avermi incontrata spesso sulle scale dell’edificio”.

foto di scena (2)

Il Signor Hubertin, esperto di grossi affari, ha contratto in America la spiacevole abitudine di inebriarsi di whisky già dalle cinque del pomeriggio. Il suo stomaco, ormai americano naturalizzato, sopporta benissimo la bevanda, ma la sua testa è rimasta francese, e vaneggia a tutto spiano.

Un altro personaggio, che viene introdotto nel primo atto, è Coustouillu: deputato eloquente e capogruppo, soffre di una di quelle curiose malattie tipiche della “clinica Feydeau”. Appena si innamora di una donna, non solo diventa molto timido in sua presenza – cosa peraltro normalissima – ma perde quasi completamente l’uso della favella. Lui, di solito così loquace ed espansivo, inizia improvvisamente a balbettare in modo spaventoso. Alla vista della Signora Chanal, Coustouillu non riesce dunque a spiccicare parola. E la nostra attenzione si focalizza quindi sui suoi sentimenti.

Quando finalmente Chanal ha l’occasione di tirare un po’ il fiato, e si rimette ad ascoltare le confessioni interrotte da lui fatte al fonografo, prima sente il suo stesso discorso, poi alcune parole che lo mettono sul chi vive. Chanal riconosce subito la voce della moglie intenta a dare appuntamento ad un uomo, che egli scambia per Coustouillu, in rue du Colisée 21.

Una stanza immersa nella semi-oscurità. Nel grande letto, si distinguono due figure umane, una coppia. D’improvviso, l’uomo si mette seduto, come se avesse visto un dirigibile piombargli addosso, e lancia un urlo. La donna si sveglia su questa “musica” di Massenay. Sì, lo abbiamo proprio riconosciuto, e lei è ovviamente la Signora Chanal. Dopo l’andante del risveglio, un elogio riconoscente ed egoista del sonno a due, Massenay controlla l’orologio e salta su come una tigre. “Accidenti! Sono le sei”. Le sei del mattino. Si sono addormentati. “Adesso sì che sono a posto. Cosa dirà mio marito?”. “E mia moglie, allora?”. “Cosa? Siete sposato? Perché non me l’avete detto?”. Iniziano a litigare e nel frattempo si avviano verso il bagno. Appena usciti, si sente un cigolio: la porta della stanza si apre. È Hubertin, e non vi Bozzetto per il personaggio di Massenaydico in che stato! Ed è qui che comincia una sequela di scene inenarrabili. Il buon ubriacone regge in mano una di quelle piccole torce elettriche da tasca, in nickel, il cui grande occhio di vetro ne ingrandisce il luccichio e funge da riflettore. L’uomo si punta dunque il fascio luminoso negli occhi. “Certo che è strabiliante! Questa torcia illumina all’incontrario, sicché mi tocca camminare all’indietro per vedere dove vado”. Tutte queste osservazioni sono azzeccatissime, come lo potrebbero essere quelle di un ubriaco in un bar. “Abito al quinto piano, mi basta salirne uno ed eccomi a casa. Una cosa del genere non mi succederebbe mai da sobrio”. Hubertin nota i vestiti appoggiati sul divano: “Ma guarda, mi sono spogliato senza neanche accorgermene”, e se ne va a letto senza spogliarsi. Quando Massenay e la Signora Chanal rientrano nella stanza potete ben immaginare le incredibili peripezie che ne conseguono. Tutti i loro sforzi e rimproveri si rivelano inefficaci contro la bonaria e incoercibile inerzia di Hubertin. All’inizio l’uomo propone alla coppia una mano di poker ma, poiché i due lo indispettiscono e lo assillano, lui si arrabbia. Come conseguenza, Hubertin getta i vestiti di Massenay dalla finestra ed estrae una pistola. I due amanti tentano invano di calmarlo, nell’attesa che arrivi il commissario allertato dal portinaio avvisato a sua volta attraverso un cornetto acustico. E alla fine per fortuna arriva, il famoso commissario. Massenay, tutto contento, corre ad aprirgli. Orrore! Perché si tratta sì del commissario, ma di quello avvertito da Chanal per constatare il flagrante delitto. L’uomo di legge mette tutto per iscritto secondo le formalità, mentre Massenay tenta invano di indossare le scarpe: “Non avreste per caso un calzante?”, chiede a Chanal; finita la “cerimonia”, e con la scena rimasta ormai vuota, arriva Coustouillu tutto trafelato. Si precipita sul letto in cui Hubertin dorme tranquillo. Quest’ultimo, risvegliato dal rumore, spara quattro o cinque colpi di pistola, e così si conclude l’atto secondo.

Il terzo e quarto atto, caratterizzati da un ritmo più lento, richiamano da vicino la struttura della commedia fantasista. All’alzarsi del sipario vediamo la Signora Massenay terribilmente scossa. La giovane ha trascorso la notte tra l’ansia, le lacrime e l’elenco telefonico. Ha chiesto notizie del marito praticamente a tutti: agli amici, ai familiari, ai circoli da lui frequentati, ai ristoranti notturni e perfino all’obitorio. Un muratore le riporta i vestiti che ha raccolto lungo la rue du Colisée. Le speranze sono ormai al lumicino: la Signora Massenay si convince di essere vedova. Un commissario di polizia, accompagnato da un amico di famiglia, si incarica di svolgere un’inchiesta. In quel mentre, il morto resuscita. Rientra in casa con precauzione, con in mano un piccolo candeliere. Il presunto annegato semplicemente “galleggia” negli abiti di Hubertin. Dopo un po’, un domestico annuncia il Signore e la Signora Chanal. Chanal, calmissimo, con una punta di sprezzante ironia, espone al Signor Massenay la sua intenzione di passare la mano. Poiché la Signora Chanal è indubbiamente piaciuta al Signor Massenay, ebbene, vorrà dire che il Signor Massenay dovrà sposarsela. “Ma sono già sposato!”, esclama quest’ultimo. “Potevate pensarci prima”, ribatte Chanal. E vediamo due facchini intenti a trasportare le valigie e i bagagli della seconda Signora Massenay.

foto di scena (3)

Nel quarto atto i “colpevoli” sono ormai marito e moglie, ma i loro gusti sono rimasti invariati: non si sopportano minimamente. Una bella scena da commedia ci informa che il Signor Massenay è ancora innamorato della sua ex moglie. Questa – la scena ricorda un po’ Il Dedalo (pièce in cinque atti di Paul Hervieu, rappresentata nel 1903, N.d.T.) – lascia ugualmente intuire di non odiare l’ex marito, anche se sta per contrarre matrimonio con tale Belgence, un amico di Massenay. Le possibilità sono due: o l’unione non avrà luogo, o se avverrà i due succitati ex sposi finiranno per diventare amanti. Tanto più che Massenay ha deciso a sua volta di passare la mano a Coustouillu – che per la cronaca ha affittato l’ammezzato (a quattromila franchi, ovviamente), ha incassato un anticipo, l’ultimo “addio” dell’amante, e ritrovato la sua verve.

Passa la mano è interpretata da un insieme di attori di alto livello. Torin, la cui gioiosa rotondità riempie ammirevolmente – è proprio il caso di dirlo – il ruolo dell’ubriacone Hubertin, è assolutamente straordinario. Il suo successo è stato non solo strepitoso ma anche meritato. Germain, invece, farebbe bene a non fidarsi troppo della sua memoria, anche se presta a Chanal il suo talento dei giorni migliori. Noblet interpreta un Massenay ironico e tenero. Landrin nei panni di Coustouillu, Gaby in quelli di Belgence e Victor Henry nel ruolo del commissario assecondano piacevolmente i protagonisti. Carlix dà vita a una Signora Chanal vivace e piccante; Landry (nel ruolo della Signora Massenay) ha saputo interpretare in modo straordinario, e con emozione, la sua scena del quarto atto. Gense, e soprattutto Jenny Rose, si meritano i nostri più sentiti complimenti.

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