Georges Feydeau (II) – articolo di Henry Bidou

La signora di Chez MaximIl seguente articolo è stato pubblicato su Le journal des débats politiques et littéraires il 7 giugno 1921, subito dopo la morte di Georges Feydeau. L’autore è Henry Bidou, la traduzione è mia.

Feydeau è morto. Sapevamo già da tempo che il suo stato di salute non lasciava scampo. Con lui si spegne uno degli scrittori teatrali più talentuosi, uno di quegli autori in grado di suscitare il riso con maggiore forza costrittiva.

Georges Feydeau possedeva tre doni, all’apparenza incompatibili, che uniti giustificavano quella specie di violenza insita nel suo talento e capace di scuotere l’intera sala. “Non oso descrivervi il pubblico”, scriveva Sarcey dopo aver assistito alla prima di L’hotel del libero scambio, “Era distrutto, letteralmente morto dalle risate; non ce la faceva più”. E ancora: “La ridarella che si è impadronita dell’intera sala fino a scuoterla era talmente rumorosa che è diventato impossibile sentire le parole pronunciate dagli attori in scena; l’atto si è concluso come una pantomima”.

Il primo dono di Georges Feydeau era l’inventiva: aveva una fervida immaginazione per le trovate bizzarre. Basta pensare alla Signora di Chez Maxim: la Môme Crevette travestita da Arcangelo Gabriele che, parlando con una voce ultraterrena, manda la signora Petypon in Place de la Concorde dove dovrebbe concepire il salvatore della Francia con il primo uomo che passa. E il primo che passa, guarda caso, è il Presidente della Repubblica. Per non parlare poi di quella poltrona, a cui è collegato un tubo di Crookes, in grado di mandare in estasi chiunque vi si sieda sopra. Astuzie da vaudevillista, certo, che necessita di strumenti del genere per il suo gioco di bussolotti, ma pensate con quanta maestria teatrale tutto ciò avveniva! Pensate a quanto erano divertenti quelle persone la cui collera veniva bruscamente interrotta da un piacevole stato di ipnosi! E come si trinceravano dal mondo, insensibili e sorridenti!

Il secondo dono che la natura aveva fatto a Georges Feydeau era una logica intellettiva di stupefacente precisione.

Sappiamo bene che l’arte del vaudeville è matematica, e che fa ridere solo in quanto esatta. Tuttavia esistono dei vaudevillisti non così rigorosi in questo senso. I drammaturghi Albin Valabrègue e Raoul Toché, ad esempio, si fanno beffe dei dettagli superflui. Georges Feydeau, mai. Ogni cosa è calcolata, e la perfezione del meccanismo è infallibile. “Sappiate bene una cosa”, afferma ancora Sarcey, “In una pièce di Feydeau non può entrare in scena un personaggio e posare il suo cappello su una sedia senza che io mi dica: Quel cappello non è stato messo lì per caso”.

Ma alla fervente inventiva drammaturgica e all’impietoso rigore dell’intelletto matematico si aggiunge un terzo dono, completamente diverso: lo spirito di osservazione. Ed è questo che distingue i grandi comici dai mediocri. Tutti sanno che Feydeau, alla fine della sua carriera, aveva rinunciato al vaudeville per dedicarsi esclusivamente a quegli atti unici che sono dei veri e propri ritratti caratteriali. In Ma non andare in giro tutta nuda!, Léonie è in anticipo e La purga di Bébé Feydeau ha dato prova di un’irresistibile verve, da cui scaturisce l’aspetto farsesco della realtà. Queste tre qualità, così contrastanti, non si sono sviluppate in lui tutte in una volta. Si può giustamente sostenere che le sue prime pièces sono dominate dall’inventiva bizzarra; il secondo periodo è caratterizzato dalla meccanica del vaudeville, con L’hotel del libero scambio (1894) e La signora di Chez Maxim (1899); mentre lo spirito di osservazione è il fulcro delle opere dell’ultimo periodo. Tuttavia questa suddivisione lascia il tempo che trova. In realtà è la combinazione unica di questi tre doni a far sì che Feydeau occupi un posto nella storia della letteratura. Ed è un posto più importante di quanto si creda.

Feydeau ha ideato un genere di vaudeville destinato a essere imitato all’infinito. Poi, ha preso parte a quel grande movimento che ha riavvicinato il teatro delle formule combinatorie al gusto della verità. Il vigore della sua arte ha raggiunto livelli stilistici. Infine, Feydeau è stato probabilmente l’ultimo a riuscire così felicemente nell’insolita impresa di far ridere la gente perbene. Attualmente abbiamo dei buoni autori e anche qualche attore eccellente, ma le dimensioni fanno un po’ difetto.

L’arte di Feydeau era incentrata sulle catastrofi. Un destino senza pietà precipitava i Pinglet o i Petypon, al primo peccatuccio da loro commesso, in un abisso da cui cercavano invano di salvarsi. Altre ondate li sommergevano, e ogni loro sforzo gli si rivoltava contro; li sentivamo fare “pluf!” e lo spettacolo a cui assistevamo era spaventoso. Il pubblico si piegava in due dalle risa nel vedere lo sconforto di quei poveretti. Quanto più erano innocenti tanto più facevano ridere. Le mostruose conseguenze si accavallavano l’una sull’altra, e il pubblico rideva ancora più forte. Qualche parola di circostanza, qualche tratto caratteriale passava come un fulmine nel mezzo della tempesta. L’attrice Armande Cassive turbinava. L’attore Germain sgranava gli occhi sfiancato da una valanga di disgrazie, e con le ginocchia piegate e le braccia molli si abbandonava al suo destino. Il pubblico, curvo, piegato in due, irrequieto e sulle spine, con il volto paonazzo, gemeva: “Mio Dio, quant’è stupido!”, e versava fiumi di lacrime. E questa tragedia aveva qualcosa di grande.

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