Georges Feydeau e il suo rapporto con gli attori

Il presente frammento è tratto da Notes sur Georges Feydeau, articolo pubblicato nel 1956 in Molière-Feydeau, Cahiers de la Compagnie Madeleine Renaud – Jean-Louis Barrault, pagg. 66-70. L’autore è Henri Jeanson. La traduzione è mia.

Locandina d'epocaFeydeau ha rinnovato il teatro comico da capo a piedi. Ha creato un suo meccanismo della risata e ha fabbricato, con le sue stesse mani e ad uso esclusivamente personale, il suo proprio strumento drammaturgico.

Molti autori si sono illusi che, per eguagliare Feydeau, bastasse prendere in prestito i suoi procedimenti. Tutti, nessuno escluso, ne sono usciti con le ossa rotte.

Le ricette di Feydeau sono come le ricette di cucina. Ho visto eminenti gastronomi chiedere a eminenti cuochi la ricetta di questo o quel piatto; annotare, sotto dettatura, i segreti che gli venivano confidati e, una volta rientrati a casa, seguire alla lettera i consigli del cuoco. Cosa assai curiosa, il piatto non riusciva mai alla perfezione. Vi mancava sempre questo o quello, un non so che di imponderabile, lo stile, il colpo di mano e, per dirla tutta, il genio creativo.

Secondo il famoso precetto, per ottenere un vaudeville degno di Feydeau non basta mettere faccia a faccia due persone che non si devono incontrare. In Feydeau si riscontrano una violenza comica, una dose di delirio, un’inventiva, una certa fantasia fantastica e burlesca, un’assurdità grandiosa, un dialogo e un movimento impossibili da trovare altrove e che rendono il suo teatro un teatro totale, un teatro che trova la sua collocazione solo e unicamente a teatro, e che può vivere solo in presenza di un pubblico. “Non è possibile assaporare la comicità provando una sensazione di isolamento. A quanto pare la risata, per essere tale, ha bisogno di un’eco”. E non sono stato io a dirlo, è stato Bergson…

“Amo molto gli attori”, diceva Feydeau a chi si stupiva della precisione delle sue indicazioni, “amo molto gli attori, ma diffido di quelli da strapazzo!…”. E lui gli attori li amava davvero. Per lui, il teatro era un edificio dove ognuno, dall’autore alla più sconosciuta delle comparse, passando per la vedette, il suggeritore, i macchinisti, la guardarobiera, il bigliettaio, lo scenografo, il venditore di programmi di sala, la maschera, l’elettricista e la costumista, doveva svolgere il suo ruolo con impegno.

Feydeau non era individuo da esprimere liberamente le proprie emozioni né da chiamare spettacolarmente in causa il pubblico per giustificare il proprio umore, buono o cattivo che fosse. Eppure, quest’uomo pudico e discreto, mi è capitato spesso di vederlo indignato – di un’indignazione contenuta ma non per questo meno forte – allorquando usciva da uno spettacolo avvilente o semplicemente raffazzonato. In quell’occasione, la parola mestiere riacquisiva, sulle sue labbra, tutta la sua nobiltà. “Il nostro mestiere…”, “Il mio mestiere…”. “Mestiere”, non sembra quasi una parola d’amore?

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