Il match dei due “tacchini”: Le Dindon di Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato nel 1994 su Jeu: Revue de théâtre n. 69, pp. 160-164. L’autore è Michel Vaïs. La traduzione è mia. Si ringrazia Michel Vaïs per l’autorizzazione.

Primo cast: Regia: Luc Durand; scenografie: Stéphane Roy; costumi: François Barbeau; luci: Guy Simard; musiche: Yves Léveillé. Con Marc Béland (Rédillon), Annick Bergeron (Maggy Soldignac), Luc Durand (Pontagnac), Edgar Fruitier (Soldignac), Sylvia Gariépy (Clotilde Pontagnac e Mme Pinchard), Jean-Bernard Hébert (il direttore e Gérôme), Charles Lafortune (Victor e il primo commissario), Marie-France Lambert (Lucienne Vatelin), Bernard Meney (Vatelin), Jean-Marie Moncelet (Pinchard e il secondo commissario), Catherine Sénart (Augustine e Clara) e Patricia Tulasne (Armandine). Produzione del Théâtre ProFusion, rappresentata al Théâtre du Vieux-Terrebonne dal 18 giugno al 4 settembre 1993, poi in tournée panquébécoise dal 5 febbraio al 26 marzo 1994, con il medesimo cast.

Secondo cast: Regia: Denise Filiatrault; scenografie: André Barbe; costumi: François Barbeau; luci: Claude Accolas. Con Yvan Benoît (Rédillon), Micheline Bernard (Lucienne), Patrice Dubois (Victor), René Gagnon (Pontagnac), Maude Guérin (Armandine), Michel Houde (Jean e il commissario), Guy Jodoin (Soldignac), Danièle Lorain (Clara), Sophie Lorain (Maggy Soldignac), Gérard Poirier (Pinchard e Gérôme), Pierrette Robitaille (Mme Pinchard), Lise Roy (Clotilde Pontagnac) e Alain Zouvi (Vatelin). Produzione del Théâtre du Rideau Vert con la collaborazione del Palais Montcalm, rappresentata a Montreal dal 11 gennaio al 5 febbraio e a Québec City dal 16 al 26 febbraio 1994.

Terrebonne 1, Montreal 0

Le DindonÈ un raro piacere d’esteta – se non altro da questa parte dell’Atlantico – poter comparare due allestimenti della medesima pièce a pochi mesi di distanza. L’episodio è tanto più stupefacente considerato che, in questo caso, le due produzioni de Il tacchino, quella della compagnia ProFusion e quella del Rideau Vert, si trovavano in tournée in contemporanea nel corso dell’inverno del 1994. Altro fattore in comune: in entrambi i casi i costumi erano firmati da François Barbeau, ma mentre a Terrebonne erano vivaci e si addicevano al contesto, a Montreal erano inspiegabilmente spenti (vedesi il triste vestito marrone della seducente Lucienne, l’informe pigiama di Rédillon e così via).

Per quanto ingiusto possa sempre risultare, il paragone in questo caso è d’obbligo, vista la forte disparità tra i mezzi raccolti dalle due produzioni. Da un lato, una giovane compagnia che partecipa soprattutto a rassegne estive, e quindi non sovvenzionata, il cui guadagno dipende esclusivamente dal numero di biglietti venduti; dall’altro, una compagnia da “cartellone invernale”, ovvero istituzionale, che è anzi la più antica compagnia teatrale professionista del Canada. All’angolo destro si aveva dunque un budget praticamente ridicolo, con una regia affidata a un debuttante (si trattava della prima esperienza di questo tipo per l’agguerrito attore Luc Durand), e con una produzione di dodici attori; mentre all’angolo sinistro si aveva un budget notevole, con un regista già esperto dei meccanismi del boulevard e con una produzione di tredici attori. Le due sale presentavano un numero quasi identico di posti a sedere (420 a Terrebonne, 426 a Montreal). Risultato: vittoria schiacciante di Terrebonne per k.o. tecnico!

Ricordiamo brevemente l’intreccio de Il tacchino. Pontagnac segue per strada Lucienne Vatelin, senza sospettare che si tratta della moglie di un suo conoscente. Dopo essere riuscito a introdursi in casa sua, si ritrova faccia a faccia con Vatelin, che non si offende poi tanto per la situazione e che ne approfitta per far ammirare a Pontagnac la sua collezione di quadri. Arrivano Rédillon, discreto corteggiatore di Lucienne, poi Clotilde, la moglie di Pontagnac, impegnata a spiare il marito volubile. Infine, sopraggiunge una misteriosa inglese, Maggy, che a Londra era stata l’amante di Vatelin. La faccenda si complica all’Hotel Terminus, dove Vatelin è obbligato a fissare un appuntamento con Maggy (con il marito Soldignac alle calcagna, un inglese nato a Marsiglia!). Qui, Lucienne, trascinata da Pontagnac, si reca per cercare la prova dell’infedeltà del marito, mentre Rédillon vi incontra la sua amante di una sera, Armandine (che nel frattempo turba profondamente il fattorino Victor); infine, nello stesso hotel arriva Pinchard, un vecchio maresciallo venuto a celebrare il suo venticinquesimo anniversario di matrimonio con una moglie sorda come una campana.

Le Dindon - una scena

Dal mio punto di vista, quando si allestisce un Feydeau, quello che conta è che, da una parte, il testo venga chiaramente recepito in tutte le sue dimensioni ludiche (invenzioni linguistiche, giochi di parole, sottintesi…), senza che il ritmo vivace ed essenziale ne annulli la comprensione; dall’altra, che l’allestimento, i giochi scenici, l’utilizzo degli oggetti di scena e i lazzi si inseriscano armoniosamente nella materia Feydeau fino a prolungarla come un respiro indispensabile. Ecco cosa determinava il forte contrasto tra le due produzioni.

A Terrebonne, il verbo di Feydeau era maneggiato con destrezza dagli attori della compagnia e, in primo luogo, da quegli assi della dizione che sono Bernard Meney e lo stesso Luc Durand (il quale ha imposto il rigore che lo caratterizza agli attori da lui diretti); a Montreal, invece, il testo risultava spesso confuso, malgrado i lodevoli sforzi di René Gagnon, Danièle Lorain e Micheline Bernard. La scenografia, eccessiva, opprimente e spenta, a Montreal, al contrario dimostrava grande ingegnosità a Terrebonne, dove le trasformazioni a vista offrivano di per sé uno spettacolo.

Tuttavia, è grazie al livello e al tipo d’immaginazione dei registi che Il tacchino di Montreal ha finito per perdere tutte le sue piume dando partita vinta al volatile di Terrebonne. Quell’immaginazione che, nella compagnia di Luc Durand, è stata innanzitutto stimolata, per logici motivi, dai pochi mezzi a disposizione. Il budget, incredibilmente ristretto, limitava la distribuzione terrebonnese a dodici attori, uno di meno rispetto alla produzione del Rideau Vert. I ruoli erano dunque ripartiti in modo diverso tra i vari interpreti. (Del resto, i due registi hanno “rimaneggiato” il testo o amalgamato alcuni ruoli secondari; Durand ha ridotto la durata della pièce di mezz’ora e Filiatrault ha operato dei tagli ancora più consistenti, al punto da rendere incomprensibili certi sviluppi). Ne consegue che Sylvia Gariépy ha interpretato due ruoli, uno l’opposto dell’altro: quello della briosa Clotilde (cornificata dal marito “tacchino” che si ritrova) e quello della moglie sorda e mezza matta del maresciallo Pinchard. La trasformazione dell’attrice rendeva i personaggi da lei interpretati ancora più squisiti; allo stesso modo, al Rideau Vert, il cambio di fisionomia di Gérard Poirier nel suo alternarsi tra i personaggi di Pinchard e Gérome aumentava il piacere dello spettatore. Al Rideau Vert, la sorda, interpretata da Pierrette Robitaille, avrebbe potuto, nelle stesse condizioni, risultare esilarante, cosa che invece non è avvenuta.

Locandina FeydeauSono molte le gag, presenti nelle due produzioni, che, in questo momento, mi tornano alla mente. Nell’allestimento di Filiatrault, esse testimoniano l’ostentata necessità di “appiccicare assieme” dei numeri di cabaret sul gioco scenico – vedesi ad esempio il guazzabuglio relativo ai cappelli nella camera d’albergo -, nella messa in scena di Durand, invece, per quanto audaci siano, gli effetti scenici sembrano sempre intimamente incavigliati al testo e ai personaggi. Per una gag riuscita al Rideau Vert (vedesi Maggy nascosta nell’ombra che appende al braccio del marito l’ombrello che lui stava cercando), molte si rivelano un buco nell’acqua perché troppo scontate, goffe o prive d’inventiva, questo almeno se paragonate a quelle della compagnia di Terrebonne: Pontagnac e Vatelin che si danno un colpetto sulle reciproche spalle da sopra le spalle di Lucienne; le continue cadute di Rédillon mentre fa una corte discreta a Lucienne; il silenzio carico di minaccia che s’instaura tra Rédillon e Pontagnac la prima volta che si trovano da soli; l’improvvisa raffica di botte che Rédillon assesta al fattorino Victor nella camera di Armandine, ecc… Va detto che a Terrebonne Rédillon era impersonato da un Marc Bélard quasi imbattibile. Eccentrico nella sua verve come nei suoi guizzi, l’attore, nel ruolo di “artista dell’amore”, si lanciava, fin dall’ingresso in scena, in una gestualità strepitosa, fatta tutta di contorsioni, riuscendo a mantenerla e a renderla credibile fino alla fine della rappresentazione. Rivedo il suo Rédillon stremato, svuotato di energia da undici ore di letto trascorse con Armandine, combattuto, alla fine, tra le due inaspettate corteggiatrici, accasciarsi con maestria sul divanetto mentre sorregge il cappello di Lucienne, non con la mano (come fa leziosamente Yvan Benoît al Rideau Vert), ma… con il piede!

Rivedo anche, nella produzione terrebonnese, l’indescrivibile Edgar Fruitier, nel ruolo di Soldignac, con il suo bastone-sgabello che apre a ogni piè sospinto (il suo accento inglese ha miracolosamente preservato il suo umorismo provinciale); la cameriera Augustine (nell’originale si trattava del domestico Jean) che soffre di sonnambulismo ed è un araldo sorprendentemente assiduo: la si direbbe uscita da un testo di Molière; il fattorino alto come un asparago dai pantaloni troppo corti; l’Armandine appetitosa e molto prosperosa di Patricia Tulasne, mentre quella di Maude Guérin, a Montreal, sembrava di più una cocotte grassoccia e stupidotta; la Maggy di Annick Bergeron che dispiega sul tavolo della camera d’albergo il suo pratico cofanetto contenente un “servizio da tè da viaggio”; Pontagnac (Luc Durand) che sistema le sue trappole sonore per sorprendere Vatelin in flagrante delitto di adulterio: due campanelli che però ricordavano anche due grandi seni cromati, mentre al Rideau Vert erano indistinguibili e quindi insignificanti. Rivedo, a Terrebonne, Rédillon sentirsi di troppo durante il primo tête-à-tête tra Lucienne e Augustine (quando le due decidono la sorte degli uomini) e tentare discretamente, e laboriosamente, di scomparire all’interno di uno specchio del salotto!

Il Vatelin di Bernard Meney era un impeccabile borghese danaroso, del tipo marito fedele e senza grilli per la testa, che l’improvvisa apparizione dell’ex fiamma londinese gettava letteralmente in un terrore tale da rasentare il colpo apoplettico. Quello di Alain Zouvi, un po’ giovincello, sembrava più sciocco, bonaccione e insulso nel suo attacco di panico. E, come se non bastasse, come avvocato era poco credibile.

Oltre a quanto appena constatato, un altro elemento di disturbo era la musica da luna park o circo, terribilmente assordante, che si udiva al Rideau Vert, e che sembrava voler, a tutti i costi, infondere un’aria di festa a una cupa storia di adulterio. In due parole, quello che mancava in rue Saint-Denis (dove tuttavia è stato molto rappresentato!) era il piacere comunicativo di interpretare Feydeau, mentre a Terrebonne questo piacere si era manifestato in tutto il suo imprevisto splendore ed era stato ammirevolmente sostenuto da una tecnica efficace.

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