La prima rappresentazione de Il tacchino di Georges Feydeau – articolo di critica teatrale del 1896

Locandina di una messa in scena francese de Il tacchinoIl presente articolo è stato pubblicato su Le Figaro il 9 febbraio 1896. L’autore è un orchestrale. La traduzione è mia.

Buffo, oh, davvero molto buffo Il tacchino! Del resto, il pubblico arrivava a teatro scambiandosi quella notizia, circolata nell’ultima settimana, contenente una punta di verità che non guasta mai: “Sembra sia molto divertente, vero? Si parla di un successo enorme!”. Così, nel buon’umore della sala, si respirava già quell’atmosfera di benvenuto che sempre anticipa e accompagna gli esiti favorevoli.
Di questi ultimi tempi, ci si è spesso lamentati del fatto che i teatri mettono in scena spettacoli troppo brevi, accompagnati da intervalli troppo lunghi. Il direttore del Palais-Royal lo ha detto subito a Georges Feydeau, che si è limitato a rispondere: “Va bene! va bene!”. E il giovane fabbricante di risate gli ha consegnato i tre atti de Il tacchino; tre atti che ne valgono almeno dieci! Oltre quattro ore di divertimento ininterrotto, in cui – per colmo dei colmi – è stato necessario tagliare alcune battute: tagliare nel bel mezzo di una risata!
Certo, dalla sera della prova generale alla prima di oggi è stata eliminata oltre mezz’ora di dialoghi, ovvero di risate. Gli artisti stavano sulle spine. Per fortuna, il Palais-Royal ha a disposizione il miglior suggeritore di Parigi, il signor Garin, che lavora per il teatro da ben ventitré anni; e il trionfo di un buon suggeritore sono ovviamente i tagli!
“Oh! con il signor Garin possiamo stare tranquilli”, mi ha detto l’irresistibile Raimond. “Garin è un genio! con lui, un attore può interpretare il proprio ruolo senza conoscerlo. Riesce a prevedere e a intuire l’istante preciso in cui la memoria sta per fare cilecca. A me, quando inizio a sentirmi in difficoltà, viene uno strano tic: getto un’occhiata obliqua in un certo angolo, e Garin lo sa, Garin lo sente, e mai, dico mai, fallisce un salvataggio! Del resto, poiché in seguito sono state apportate molteplici modifiche… ma lo vedrete nell’intervallo…”.
Locandina di Le DindonE in effetti, nell’intervallo ho visto Garin. Teneva in mano il copione della pièce, martoriato dalle cancellature, e andava di camerino in camerino, di artista in artista, esclamando: “Ebbene, allora, tutto chiaro? Ditemi un po’ l’attacco della scena III, signorina! Bene, perfetto!… Tocca a voi, signor Raimond… E adesso a voi, signor Maugé… Bene, bene!”.
Da un po’ di tempo a questa parte, a teatro, è impossibile non notare che la moda si sta sempre di più indirizzando verso l’autenticità delle scenografie e degli oggetti di scena. E quanto ho osservato ieri, a proposito di Innocente! di Alfred Capus e Alphonse Allais, rappresentata al Teatro delle Nouveauté, vale la pena di sottolinearlo nuovamente in questo contesto. Il Palais-Royal, fino a oggi, si era rifiutato di entrare in quest’ottica, e ne era nata una disputa… Uno dei direttori, il signor Boyer, prediligeva le scenografie di cartone dipinto: vasi dallo stile utopistico lievemente accennati, quadri dipinti in prospettiva direttamente sulle scenografie… Stavolta, Feydeau, aiutato dall’altro direttore, il signor Mussay, l’ha avuta vinta! Per molte sere di fila, il signor Boyer, il signor Raimond e Feydeau hanno vagato di rigatteria in rigatteria alla ricerca di utensili e mobili autentici. Hanno acquistato un grande vaso italiano di maiolica (dal peso notevole) e l’ornamento per il caminetto Luigi XVI, in puro stile! Il signor Siot ha prestato loro la testa di fauno in bronzo dello scultore Injalbert; i mobili bianchi laccati utilizzati nel terzo atto per la garçonnière di Rédillon sono autentici, così come le stampe antiche appese alle pareti; il divano pieno di cuscini dove si dibattono le angosce di Rédillon è realizzato prendendo come modello un mobile appartenente allo stesso Feydeau.
La camera dell’Hotel Ultimus è l’esatta riproduzione di quella dell’Hotel Terminus, che il signor Mussay è andato a ricopiare recandosi direttamente sul posto; la bella cameriera, la signorina Narlay, ha fatto visita al direttore dell’albergo che le ha presentato una cameriera e le ha detto: “Ecco, signorina, guardate!”. “Allora, io”, mi ha raccontato la signorina Narlay, “l’ho ringraziato, sono rientrata a casa, e ho chiesto che mi facessero un costume identico alla divisa della cameriera!”. Il giovane fattorino, il signor Dean, ha scosso anch’egli la propria coscienza, e si è recato all’albergo a vedere se i fattorini del Terminus indossano le cravatte… e così via!
Locandina del 2010 di Le DindonGeorges Feydeau ha assistito, in tutta tranquillità, alla piccola inchiesta da me svolta nel foyer e dietro le quinte. Ogni dieci secondi, sentivamo le sonore risate della platea, ma lui non ha battuto ciglio. Di tanto in tanto, si è limitato a chiedere: “Perché ridono?”. Allora gli ho posto alcune domande: “Non vi divertite mai alle vostre pièces? Nemmeno quando le scrivete?”. “No, mai… Sono una persona piuttosto triste, in fondo… Procedo in modo matematico… E comunque, non scrivo mai l’intera sceneggiatura… Quando inizio il primo atto, non so nemmeno cosa succederà nel secondo… Penserete che io ami complicarmi un po’ la vita, ed è vero… Così facendo, mi creo degli ostacoli, delle impasse… ed è la difficoltà stessa che provo nell’uscire dai vicoli ciechi in cui mi vado a cacciare a ispirarmi le trovate più divertenti, più impreviste… come ad esempio il personaggio della sorda…”
La sorda, la moglie dell’ufficiale medico, che sente solo quando non le parlano. La signora Bilhaut era là presente, proprio accanto a noi. Aveva quello stesso viso dolce, indifferente e, per così dire, assente che contraddistingue le persone sorde, e che lei portava in scena. Stava ripassando la sua parte, e così le ho detto: “Sembrate una sorda vera!”. “Oh!”, mi ha risposto lei, “Non è stato semplice entrare nella parte… All’inizio, quando Maugé mi parlava, mi voltavo in continuazione… Ma poi, ho finito per convincermi di essere davvero sorda…”
La signora Lavigne è uscita di scena farfugliando ancora qualche parola in inglese. “Conoscete l’inglese?”, le ho chiesto io. “Neanche per idea! E non sapete la fatica che ho fatto per imparare a memoria questo accidenti di frase che non finisce più! E l’accento, poi; oh! l’accento!… Per fortuna, mia figlia parla benissimo inglese e mio marito viene proprio dall’Inghilterra… così, quando capitava che i loro amici venissero a trovarli, iniziavo all’improvviso a recitargli la frase.. e loro dicevano: “Ma cos’ha? È impazzita, per caso?”. Mi serviva per mettermi alla prova; era uno straordinario esercizio!”.
Ci trovavamo nel foyer, e Raimond gemeva per la tremenda sofferenza inflittagli dalla parrucca da calvo – la prima che abbia mai indossato in vita sua! La bella André Mégard ostentava sicurezza guardandosi allo specchio; il grazioso cappello di Lody, un Luigi XVI sorretto di lato da un fiocco di velluto nero, ornato solo da un paio di papaveri dalla tonalità rosea. Il signor Huguenet cercava di riprendersi dalla sua tremenda paura del palcoscenico – ma perché mai, poi! – mentre “l’ufficiale” Maugé scaldava il cataplasma.
Comunque, era giunto il momento di andarmene! La platea continuava a ridere freneticamente; i pompieri e i macchinisti, con gli occhi incollati alle fessure della scenografia, ridevano a ogni battuta. E così, me ne sono andato, aggiungendo, tra me e me, che tre ore di spettacolo, ieri, al Teatro delle Nouveauté, e quattro ore di spettacolo, oggi, al Palais-Royal, fanno sette ore di benefica distrazione.

Nota relativa al titolo della commedia:

Molti autori italiani hanno interpretato il significato del titolo originale Le dindon nel senso che gli viene attribuito nella locuzione être le dindon de la farce ovvero essere la vittima, lasciarsi abbindolare e venire ridicolizzato; tuttavia in francese dindon lo si trova anche nella costruzione se pavaner, se rengorger comme un dindon che significa pavoneggiarsi. In realtà Feydeau mette in scena un personaggio superbo che ammette la sua sconfitta solo alla fine, quando si rende conto che il suo piano di seduzione gli si è rivoltato contro, perciò egli è sì una vittima, ma della sua stessa presunzione; di conseguenza il titolo italiano più appropriato sarebbe Lo spaccone.

Per ulteriori approfondimenti sulla pièce Il tacchino vedere anche:

Il tacchino di Georges Feydeau (I), un’analisi linguistica.
Il tacchino di Georges Feydeau (II), un’analisi linguistica.

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9 risposte a “La prima rappresentazione de Il tacchino di Georges Feydeau – articolo di critica teatrale del 1896

  1. Ho visto la rappresentazione de “Il Tacchino” una sola volta….teatro della mia città, rappresentazione pomeridiana, abbonamento scontato per gli studenti….avevo sedici anni….ne ho praticamente il doppio e non me lo sono dimenticato. Bellissimo!

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