Adattare Georges Feydeau

Il presente saggio è stato scritto nel 2007 da Luis Blat in occasione della messa in scena, al Teatro Español di Madrid, della pièce Hay que purgar a Totó, adattamento castigliano di On purge Bébé di Georges Feydeau. La traduzione è mia. I diritti di copyright appartengono a Luis Blat.

Se mi è concesso iniziare con una boutade, direi che pretendere di adattare Georges Feydeau è del tutto impossibile: non si può adattare un disadattato. La scrittura di Georges Feydeau deve buona parte della sua grandezza proprio al rifiuto, da parte dell’autore, del linguaggio in quanto materia inerte e al suo attribuirgli un’autonomia e una vitalità equiparabili a quelle dei personaggi che lo utilizzano. Georges Feydeau non accetta di sottostare alle limitazioni impostegli dal senso comune borghese, e ricerca ogni tipo di stratagemma che gli consenta di spezzare la presunta logica dominante nella buona società dell’epoca.

Forse che questo fa di lui un rivoluzionario? Beh, a dire il vero, sembra di no. Ma gli conferisce la personalità dell’autore ossessivo e pignolo, che non si lascia sfuggire nemmeno un frammento delle conversazioni altrui, né tantomeno tutto ciò che di esse si può intendere o fraintendere, compreso quanto un buon orecchio musicale è in grado di percepire dal tono in cui avvengono.

Teatro delle Nouveautés

Il teatro di Georges Feydeau richiede, dunque, una traduzione accurata, in cui il senso (e a volte il doppio senso) e la forma testuale vadano a braccetto. Tra diverse soluzioni possibili, l’autore dell’adattamento deve sempre optare per la più sintetica, per quella che dicendo meno cose ne lascia intendere di più.

La reiterazione della stessa frase, o dello stesso termine, è un tratto stilistico tipico di questo commediografo, che ricorre spesso a tale elemento quasi fosse un motivo musicale. Anche l’onomatopea è una risorsa frequentemente utilizzata dall’autore, non per semplificarsi la vita o come sostegno recitativo bensì in qualità di strumento di estrema precisione per trasmettere le reazioni inconsapevoli o principali dei personaggi. Nel realizzare la traduzione e l’adattamento di On purge Bébé in castigliano, ho dunque tenuto conto di tutti questi elementi. Trovare le equivalenze corrispondenti nella mia lingua si è rivelato un compito non sempre facile.

In un secondo momento, si è imposta anche l’esigenza di collocare tutti i riferimenti strettamente francesi in un contesto storico spagnolo. Questa scelta permetteva, infatti, allo spettatore, di percepire gli eventi con maggiore immediatezza, e consentiva di approfondire meglio il discorso sulle corrispondenze e sui giochi di parole ricercati da Georges Feydeau.

La resa dei nomi propri si è rivelata un problema interessante. Infatti, benché essi non abbiano un vero e proprio doppio senso in lingua francese, in alcuni casi richiamano indubbiamente una sonorità buffa. Così, Chouilloux è diventato Chitín, mentre Follavoine (letteralmente avena sterile, N.d.T.), la cui connotazione era più legata al ceto sociale, è stato adattato con l’eloquente Rebollo (letteralmente quercia dei Pirenei, N.d.T.).

Teatro del Palais-Royal

La scelta del periodo storico di ambientazione della pièce è caduta sugli anni Venti (cioè esattamente dieci anni dopo la data di stesura del testo). Questo mi ha obbligato a essere coerente, dal punto di vista cronologico così come per quanto riguarda i valori monetari e i dati statistici, con le informazioni storiche relative a tale decennio spagnolo. Per fare un esempio: nel testo originale si parla di un esercito di trecentomila uomini, mentre nell’adattamento spagnolo i soldati e gli ufficiali diventano circa centomila.

Per realizzare un buon adattamento teatrale, la collaborazione degli attori risulta fondamentale. In particolare, durante quella fase che, in gergo teatrale, viene denominata della messa in bocca: vero e proprio momento rivelatore in cui si intuisce se il testo tradotto è ben riuscito e se si può trasformare in interpretazione orale. In questa occasione, la regola ha nuovamente dimostrato la sua validità, e la possibilità di affinare il testo, a mano a mano che si stava allestendo lo spettacolo, ha ulteriormente arricchito e migliorato il risultato.

Georges Lavaudant (regista dello spettacolo N.d.T) è stato molto esigente nell’istante di predisporre il testo che rendesse giustizia alla scrittura di Georges Feydeau. Probabilmente perché segue le orme di altri grandi registi del teatro francese che, come lui e come Vitez prima di lui, amano i testi e sono sempre pronti a individuare dietro ogni battuta, e dietro ogni termine utilizzato, la più piccola sfumatura nascosta. In verità, questo metodo non ha niente a che vedere con l’erudizione sterile o la falsa pedanteria, al contrario è il sistema più efficace per analizzare con cura il copione che si sta per interpretare. Direi che una similitudine musicale è forse la più adatta a fornire la giusta collocazione al lavoro compiuto da un regista come Lavaudant: egli è come quei bravi direttori d’orchestra che sanno interpretare le linee melodiche, che cercano il fraseggio più ricco e chiaro, che rispettano le varie voci e lasciano che si esprimano in tutte le tonalità possibili, pur definendo dinamiche sottili e tempi nitidi.

Tutto questo avviene, inoltre, in un’atmosfera di assoluta serenità, che favorisce il prosieguo dello studio delle varie possibilità senza restrizioni né pressioni ulteriori. Tale serenità aiuta, in definitiva, ad assaporare un testo in tutta libertà, senza perdere neanche un briciolo della sua concretezza. Georges Lavaudant possiede un notevole savoir faire, e dimostra un grande rispetto, sia personale che artistico, verso tutti i suoi collaboratori e, in particolare, verso gli attori. Però, mi sto già muovendo su un terreno che potrebbe suonare come agiografia spiccia; lungi da me fare una cosa simile, anche perché non rispecchierebbe la realtà.

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