Feydeau, Charles Morice e l’allusione al movimento simbolista

Il presente saggio è tratto dalla The French Review, Vol. 33, No. 1 (ottobre 1959), pp. 67-70, published by: American Association of Teachers of French. L’autore è Norman R. Shapiro della Wesleyan University. La traduzione è mia. Si ringrazia Norman R. Shapiro per l’autorizzazione.

Locandina di Dormez, je le veux!I lettori della French Review probabilmente ricorderanno l’illuminante articolo di Laszlo Borbas dedicato al rapporto tra Paul Verlaine e l’influente teorico del simbolismo Charles Morice (dicembre 1957, pp. 123-128). Gli studiosi del simbolismo, soprattutto coloro che si interessano della carriera di Morice, si dimostreranno divertiti di fronte alla nota reazione dei contemporanei al suo ruolo di porte-parole del movimento.

In una delle sue prime commedie, Il signore va a caccia, il vaudevillista Georges Feydeau sembra approfittare della fama goduta da Morice per infilarci un po’ del suo caratteristico divertimento riferito alla nuova scuola poetica. Nel 1891, mentre Feydeau sta ancora scrivendo la sua commedia (che sarà prodotta l’anno seguente), il trattato di Morice, La Littérature de tout à l’heure (Paris: Perrin, 1889) continua a catturare notevole attenzione. Basta solo voltarsi verso l’opera del giornalista Jules Huret, Enquête sur l’évolution littéraire (Paris: Charpentier, 1891) per rendersi conto che le opinioni su Morice e il suo testo erano molto forti quanto discordanti. Émile Zola, per esempio, riteneva che il suo trattato fosse “l’opera di un retore ingegnoso, eppure piena di ridicoli partiti presi” (p. 172); secondo François Coppée, invece, andava apprezzata per “la chiarezza ammirevole” (p. 319). Tuttavia, qualsiasi fosse l’opinione degli osservatori, è innegabile che il lavoro di Morice suscitò la sua parte di discussioni e critiche. Nello stesso periodo, l’autore stava incassando una certa dose di fama negativa a causa del completo fallimento del suo dramma in tre atti Chérubin, che rappresentava un primo tentativo di applicare le teorie simboliste al teatro. Di conseguenza, non è insolito vedere un vaudevillista come Feydeau trarre vantaggio comico dalle germoglianti rivoluzioni poetiche nella persona del loro controverso teorico, il “cervello del simbolismo”, come veniva definito da Huret (p. 83). Per Feydeau, come per molti altri vaudevillisti – benché il suo talento, in questo genere teatrale, fosse superiore a quello dei colleghi – fu facile convertire le istituzioni, le idee e gli individui contemporanei in un comico invito a nozze. Il drammaturgo sceglie soprattutto le personalità in cui riconosce un apparente eccesso di idealismo e un esagerato lirismo, e si diverte a riportarle con i piedi per terra con satiriche frecciatine. Feydeau, come altri suoi contemporanei, non ci mette molto a interpretare le innovazioni dei simbolisti come qualcosa di eccessivo. Caratterizzata dalle idee semimistiche contenute nel trattato di Morice, e accompagnata da notevoli colpi di grancassa e dai continui tentativi di farsi pubblicità, la poétique simbolista era un bersaglio più che ovvio per un drammaturgo talentuoso come Feydeau.

Come per molte delle allusioni che Feydeau rivolge ai contemporanei, ne Il signore va a caccia il riferimento a Morice e ai simbolisti è riportato solo di sfuggita ed è ben lungi dall’assomigliare alla maldestra comicità di molte pièces de circonstance e revues dello stesso periodo. Uno dei personaggi, tale Moricet, nutre da tempo aspirazioni poetiche. Poco dopo l’inizio dell’atto primo scopriamo che è anche autore di un volume, Les larmes du cœur, e che ne ha donato una copia all’amico Duchotel (il quale, come nella più classica tradizione vaudevillista, è il marito della donna di cui Moricet è perdutamente innamorato). Tuttavia, Duchotel non è particolarmente impressionato dagli sforzi poetici di Moricet. Non solo non ha letto il suo libro, ma, evento ancora più sconvolgente per l’orgoglio dell’aspirante autore, lo ha relegato all’indecorosa funzione di reggi tavolo. “E pensare che io”, deplora il mortificato poeta, offeso dall’oltraggio arrecato al suo “parto” letterario, “ti ho anche dedicato una delle mie migliori pagine!”. A questo punto, Moricet inizia a leggere il sonetto dedicato all’amico, ma viene interrotto dalle frequenti osservazioni di quest’ultimo:

Moricet L’ho intitolato Affliziosità.

Duchotel Come dici?

Moricet (ripetendo) Affliziosità, è il titolo del sonetto. (Leggendo) “A Justinien Duchotel”.

Duchotel (stringendogli la mano da sopra il tavolo) Grazie!

Moricet (leggendo, scandendo i versi con la stessa compiacenza di un poeta che si autoascolta):

Amico mio, credimi, la vita è proprio una chimera,

Ecco perché, nel vederti così allegro, malgrado tutto,

Mi dico: “Il brav’uomo è felice e prospero!

Non pensa minimamente che un giorno sarà il suo turno!”

Duchotel Eh? Ebbene! Dì un po’, certo che sei un tipo allegro!

Moricet (facendolo tacere e proseguendo) Taci!

Ragion per cui, vengo colto da un’amara tristezza

Che mi esaspera, all’idea che ogni essere è destinato a morire!

Non riesco più a guardarti senza dirmi: “Me misero!

Dove sarò io quando lui non ci sarà più!”

Duchotel (spostandosi a destra) Ah! Dì un po’, mi hai proprio scocciato, sai, con le tue benedette affliziosità…

Moricet (proseguendo) No, non riesco a credere alla fine eterna,

Sogno un’altra vita, più dolce e più bella

Che ci aspetta dopo, in un mondo più bello.

Duchotel, da profondo filisteo qual è, non ascolta nemmeno la terzina finale e, scusandosi, torna a occuparsi di questioni più urgenti. Moricet, disgustato dalla mancanza di apprezzamento dell’amico, continua a declamare il resto del poema per suo stesso piacere:

Moricet (con emozione) Ma nessuno è ancora riuscito a penetrare questo mistero;

Coloro che potrebbero parlare non sono più in grado di farlo

Ed è in questo che consiste il segreto serbato dalla tomba. (Atto I, scena ottava)

Georges Feydeau

Benché l’umorismo della situazione non dipenda direttamente da un concreto riferimento contemporaneo, non è difficile individuare sotto il ritratto del sedicente poeta Moricet un allusione al poeta e teorico Charles Morice, e alla scuola avanguardista che, all’epoca, gli tributava omaggio. Nel testo, vi sono almeno due elementi da cui traspare che i simbolisti sono il bersaglio dell’umorismo di Feydeau; tuttavia, di primo acchito, essi possono non apparire così evidenti. Per quanto riguarda il poema in sé, il suo stile si allontana molto dalle loro classiche produzioni – eccezion fatta per il leggero idealismo mistico della terzina finale – poiché non contiene né immagini ermetiche né audaci innovazioni metriche. In effetti, si tratta di un poema abbastanza banale. Tuttavia, se il poema di Moricet non è scritto nello stile simbolista, l’atteggiamento del personaggio è proprio quello. Per consolarsi del mancato apprezzamento di Duchotel, Moricet, alcuni istanti dopo, dichiara: “È evidente che il mio poema non è alla portata di tutti!… Ci sono persone che…” (Atto I, scena nona). In altre parole, in questo contesto, Moricet sostiene la stessa argomentazione portata avanti da molti dei primi riformatori simbolisti – e da innumerevoli generazioni di artisti “incompresi” – e cioè che il pubblico si dimostra inguaribilmente plebeo quando si tratta di valutare il genio artistico. Distaccato quanto la sua composizione poetica, Moricet è molto orgoglioso della presunta oscurità della sua opera, una qualità che, dal suo punto di vista, lo collega indubitabilmente alla più importante corrente letteraria del momento. Così facendo, egli sembra essere alla ricerca del prestigio di appartenere a un’élite letteraria che si è autonominata. Di conseguenza, senza citare direttamente i simbolisti, Feydeau, attraverso il personaggio di questo mediocre poetastro, sembra voler satireggiare una delle loro qualità.

Locandina di Le DindonUna prova più evidente dell’intenzione del drammaturgo la si può trovare proprio nel titolo del sonetto di Moricet. Una delle caratteristiche della nuova art poétique era la creazione di neologismi e il ripristino dell’uso di parole ed espressioni arcaiche. La celebre parodia, Les Déliquescences d’Adoré Floupette di Henri Beauclair e Gabriel Vicaire, satireggia l’endemica necessità dei simbolisti e “decadenti” di arricchire le loro risorse linguistiche:

Queste ispirazioni fugaci, questi fiori di sogno, queste sfumature inafferrabili, più multiformi di quelle dell’arcobaleno infinito, bisognava pur fissarle in qualche modo. E per questo scopo la lingua francese era decisamente troppo povera… Alla deliziosa corruzione, allo squisito logorio dell’animo contemporaneo, doveva corrispondere una dolce nevrosi linguistica. La forma di Corneille, del bravo La Fontaine, di Lamartine, di Victor Hugo era di un’innocenza inverosimile. Una crisi di nervi su carta! Ecco cos’è la scrittura moderna. (Les Déliquescences d’Adoré Floupette, pp. 42-43, nuova edizione, Parigi 1911)

Una delle parole nate per soddisfare le necessità dell’idioma contemporaneo era proprio quella utilizzata da Moricet come titolo del suo sonetto: Navrance (cioè profonda afflizione). Il dizionario Littré, datato 1885, riporta, sotto il termine navrant, la seguente affermazione: “qualcuno ha proposto la formazione del sostantivo navrance”, e aggiunge, “in effetti sarebbe utile ma, finora, non è stato adottato”. Paul Adam, uno dei primi appassionati del movimento simbolista, fu forse il primo imminente scrittore a ricorrere all’uso di questa parola; o almeno sembra attribuirsi tale innovazione nel 1886. Nel suo Petit Glossaire pour servir à l’intelligence des auteurs décadents et symbolistes (1888), scritto sotto lo pseudonimo di Jacques Plowert, cita sei esempi, tratti dalle sue stesse opere, in cui compare il neologismo, specificando, inoltre, che la parola fu in seguito utilizzata da Verlaine, in un poema del 1887 inserito nella seconda edizione di Sagesse, e da Gustave Kahn tra gli altri.

Indubbiamente, l’utilizzo, da parte di Feydeau, di una parola coniata da poco – la cui novità, al momento della stesura di Il signore va a caccia nel 1891, non sarebbe passata inosservata – non era involontario. L’autore sottolinea il fatto che la parola è insolita e poetica esprimendo l’apparente incomprensione della stessa da parte di Duchotel quando Moricet annuncia per la prima volta il titolo del sonetto. Il poeta è costretto a ripeterlo e anche in questo caso rimane un certo dubbio che il prosaico Duchotel ne abbia afferrato appieno il significato. Per gli spettatori dell’epoca di Feydeau, alle cui orecchie il neologismo navrance suonava comunque strano, era abbastanza facile intuire che il riferimento riguardava la scuola di poeti contemporanei che, come Adoré Floupette, cercavano di sviluppare un linguaggio attraverso il quale esprimere le loro “ispirazioni fugaci” e “sfumature inafferrabili”.

Di conseguenza, sia l’opinione ingiustificata di Moricet nei confronti del suo poema sia il titolo che egli ha scelto per lo stesso (per non sottolineare l’evidente somiglianza tra i cognomi Moricet e Morice) sono ottimi esempi dell’umoristica allusione al simbolista Charles Morice. Se una prova di questo tipo può sembrare non molto concreta, ad avvalorarla vi è comunque la fama di cui all’epoca godeva Morice e il movimento simbolista in generale. Gli spettatori di quel periodo, consapevoli della notorietà di Morice, non avevano alcun problema nel cogliere il riferimento interpretandolo come una bonaria e vaga burla nei confronti di un movimento letterario che di per se stesso – e spesso ingiustamente – si prestava alla satira.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...