Il padre del vaudeville a Madrid: come adattare (male) una pièce di Feydeau

Il presente articolo è tratto dal quotidiano El Independiente, 11 novembre 1988. L’autore è Florentino Negrin. La traduzione è mia.

Cartolina d'epocaCome ho già spiegato in altre occasioni, e come ci tengo a ribadire in questo contesto, dal mio punto di vista un’opera teatrale, classica o moderna che sia, di autore defunto o ancora in vita, deve essere fedele all’originale. Ragion per cui, quando si annunciano modifiche, adattamenti, riduzioni o quello che dir si voglia, mi viene da mettermi le mani nei capelli. A volte, tra i profanatori di un’opera, esiste anche gente di talento. Ma di solito si incontrano solo sfacciataggine e incapacità di fare autocritica.

Bisognerebbe forse dimostrare un po’ di flessibilità, o flessibilità totale, quando una compagnia o un impresario o un privato o diversi privati rischiano i loro soldi o si fanno prendere dal ghiribizzo di allestire uno spettacolo come diavolo gli pare? Può darsi. Ma io non sono d’accordo, anche se ognuno è padrone di fare come vuole. Qui entra in gioco l’aspetto commerciale, il successo di pubblico, e se poi a essi si unisce anche il successo artistico, ben venga.

Il teatro Príncipe di Madrid ha appena finito di allestire una versione di Occupati di Amelia, una delle opere fondamentali del grande commediografo francese Georges Feydeau e da lui composta agli inizi del 1900. La produzione non ha ottenuto alcun finanziamento, e ci tiene a sottolinearlo quasi a voler evidenziare la costante discriminazione a cui è soggetta. O forse no. Magari vuole solo comunicare al pubblico di non subire condizionamento alcuno a parte quello dettato dalla propria impresa e dal successo che vuole ottenere.

Il fatto è che ci troviamo di fronte a una versione di un’opera maestra di Feydeau. La pièce originale durava tre ore, qui ridotte a due. Alcune scene d’ambiente sono state eliminate e alcuni personaggi hanno cambiato sesso: uno su tutti, il padrino. Con quali esiti? Altalenanti direi. Il talento teatrale di Feydeau è sulla bocca di tutti, soprattutto dei francesi che, quando si tratta di darsi man forte, sono i numeri uno; e anche nell’ottenere questo tipo di soddisfazioni, sempre che di soddisfazione si possa parlare visto il risultato…

È pur vero che l’autore ricorre a virtuosismi assolutamente straordinari e a situazioni, dialoghi e frasi di un’assurdità incredibilmente ingegnosa; e poi fa anche tutto quello che gli passa per la testa, piazzando uno o due personaggi da una parte, magari rinchiusi, e facendone uscire altri da un’altra. Ma questo serve a dimostrare che il primo a divertirsi con la sue opere fu proprio lui. Ed è un grande pregio.

Ocupate de Amelia (Madrid, 1988)

Ocupate de Amelia (Madrid, 1988)

La trama del vaudeville parla di un matrimonio pianificato come falso che invece si rivela vero. E infatti il regista ha cercato di focalizzare l’enfasi teatrale proprio nel secondo atto quando si sviluppa maggiormente la tematica di cui sopra. Il risultato è che questa parte funziona certamente meglio, con un dialogo più vivace e con Gracita Morales, nel ruolo della sorella del padre di Amelia, che spicca su tutti e Tony Valento che interpreta il sindaco con grande maestria.

Tuttavia, nei momenti in cui cala il sipario per permettere il cambio di scena, il ritmo si perde e ricompare la paura di calcare troppo la mano; situazione che si presenta più volte nel corso del primo atto e che, tuttavia, non determina l’atmosfera scenica conseguente. Invece, quello che bisognava fare, secondo me, era proprio calcare la mano, ovvero accentuare la comicità e ridurre così quel clima da alta commedia che, malgrado tutto, trova una sua logica nell’ambientazione e nelle scenografie, molto curate, e anche nell’eleganza dei costumi. Nel complesso, però, l’orografia artistica è piuttosto scarsa: piattezza e mediocrità.

Anche l’interpretazione è caratterizzata da alti e bassi. Nel ruolo di Amelia troviamo Luisa María Payán, che manca un po’ di finezza. Non a causa dei costumi ma per come concepisce il personaggio, anche se pronuncia le sue battute con grazia e chiarezza cercando di entrare nella parte con maggiore attenzione di quanta ne abbia dimostrata in altre occasioni.

La sua controparte maschile, il giovane libertino Marcel, è invece interpretata da Juanjo Menéndez che, come spesso accade quando calca le scene, si trova a lottare tra la sua distinta personalità di attore e il personaggio a cui dà vita. Quando si adegua al tono generale della messinscena, riesce ad arrivare al pubblico con facilità grazie al suo noto talento.

Il resto del cast è formato da Miguel de Grandy (sobriamente efficace), Perla Cristal, Pepe Ruiz, Marisol Ayuso, Rafael Guerrero, Pepe Alvarez e Isabel Prinz (precisa e spumeggiante nel ruolo della cameriera), che interpretano i ruoli secondari di maggior rilievo, Enrique Ciurana – nella parte di un “Ettienne” forse troppo serio – José Cela e Alberto Magallanes, che vanno a integrarsi con una certa scioltezza al gruppo delle belle ragazze formato da Raquel Ledesma, Patricia Ciurana, Elena Cores e Julia Blanco (che diventa ogni giorno più brava). La regia e le scenografie sono invece di Ramón Gómez Ballestero.

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