Ingmar Bergman e Feydeau

Ingmar Bergman[…] Quella notte, Bergman mi parlò del suo primo viaggio a Parigi, nel 1949. Mi parlò di Jouvet, che definì l’ultimo grande regista classico nonché un grande innovatore (confermando quanto raccontatomi da Antoine Vitez un paio di anni prima). Mi parlò del Misantropo che aveva visto alla Comédie-Française, con Jean Meyer nel ruolo di Alceste. Mi parlò del ritmo di Molière, degli alessandrini di Molière, un ritmo praticamente impossibile da riprodurre in un’altra lingua, mi parlò della crudeltà, del profondo senso dell’umorismo, humour nero, di alcuni interpreti francesi di Molière. Mi parlò di una straordinaria Arlesiana che aveva visto all’Odéon e, soprattutto, di qualcosa di incredibile e affascinante: un Feydeau per i soci della Comédie-Française. Mi disse che, in vecchiaia, gli sarebbe piaciuto dirigere un’opera di Feydeau. “Perché in vecchiaia?”, gli chiesi. “Perché per mettere in scena un’opera di Feydeau bisogna essere incredibilmente saggi, e conoscere tutti i trucchi”, rispose.
[…] Bergman morì senza avere la possibilità di dirigere La vita è sogno di Calderón de la Barca, ma forse un Feydeau è riuscito a dirigerlo. Perché è sempre stato un bambino molto saggio, che conosceva tutti i trucchi.

(Joan de Sagarra, citazione tratta dall’articolo Ingmar Bergman, pubblicato sul quotidiano La Vanguardia domenica 5 agosto 2007, la traduzione è mia)

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