Il germoglio di Georges Feydeau e la critica (positiva e negativa)

Le Bourgeon - locandinaLa presente rassegna stampa è tratta dal quotidiano Gil Blas, 07 marzo 1906, diretto da Auguste Dumont. La traduzione è mia.

Riportiamo qui di seguito, ritenendo possano rivelarsi di un certo interesse, alcuni estratti delle recensioni alla pièce Il germoglio di Georges Feydeau.

Georges Feydeau ha appena trovato una nuova strada da imboccare con l’originale talento, la buffonesca allegria e la briosa e stravagante fantasia. Questa nuova strada gli è valsa, ieri, uno straordinario successo, e non vi è dubbio che a questo ne seguiranno altri, pieni e duraturi. Le trovate esilaranti, e quella sorta di genialità burlesca che ha portato alla realizzazione della Signora di Chez Maxim, non vengono più catapultate sul palcoscenico un po’ a casaccio come se l’autore fosse un figliol prodigo, e non vanno più a costituire il nucleo incoerente della sua pièce; al contrario, egli valorizza una serie di caratteri reali, una situazione ardita ma verosimile, e con forte profondità comica mette in risalto un’opera che si contraddistingue per verità, satira e tenerezza. Certo, Georges Feydeau non si è di sicuro ammansito, e di questo bisogna essergliene grati. La sua comicità è ancora tanto sfrenata quanto i suoi vaudeville precedenti. Solo, invece di trovarci di fronte a dei personaggi clowneschi, vediamo sfilare davanti ai nostri occhi, con piacere ben superiore, l’umanità diversamente umoristica già ritratta a suo tempo da pittori e illustratori quali Honoré Daumier, Abel Faivre e Leonetto Cappiello, e assistiamo a un’azione viva e toccante, a volte un po’ spinta, di cui, dopo gli ultimi scoppi di risa, conserviamo un ricordo meditato e commosso.
(La Presse, Jane Catulle-Mendès)

Il successo è stato strepitoso. E il merito è tutto della società parigina, così perspicace, sensibile, pronta a emozionarsi quando assiste a un’opera d’arte. La stessa società avrebbe potuto manifestare stupore nei confronti di una pièce che, nel suo complesso, si distingue nettamente da tutte le altre. Ma come si fa a passare di volta in volta dalla farsa estrema alla commedia di carattere e al dramma passionale, per non dire religioso e quasi sacro? Ma come è possibile che una signora di Chez Maxim venga messa sullo stesso piano di Maria Maddalena? Per non parlare di un innocentino che sembra in parte uno sciocco, in parte un profeta! Un vaudeville evangelico che non smette di essere divertente; un vangelo umoristico che non smette di essere augusto. Vi è qualcosa di prodigioso in tutto questo. E tale prodigio avrebbe potuto suscitare scandalo. Invece no; quasi subito, il pubblico, completamente vinto, con estasi, dalla vivacità di spirito, la sincera tenerezza e anche l’evidente e autentico rispetto che Georges Feydeau ha messo nella sua opera, ha dimostrato di gradire molto questo insolito mélange, probabilmente unico nel suo genere, che coinvolge i personaggi, lo sviluppo dell’azione, il sacro e il profano, il ridicolo e l’austero. Non vi è dubbio che un buon numero di drammaturghi, allettati dal brillante e unanime successo di questa serata, cercheranno di comporre testi analoghi, ovvero testi nuovi che si contraddistingueranno per il raffronto e la fusione di generi in apparenza contraddittori. Questi autori faranno meglio a stare molto attenti! Per riuscire a realizzare una follia così bella ma così rischiosa bisogna possedere tutto il talento, piacevolmente rinnovato, di Georges Feydeau.
(Journal, Catulle Mendès)

Le Bourgeon - bozzetto

Le Bourgeon – bozzetto

Georges Feydeau, a cui dobbiamo tanti vaudeville così abilmente e allegramente complicati, ha avuto l’ardire di portare sulla scena un soggetto alquanto delicato il cui sviluppo logico gli avrebbe imposto diverse situazioni piuttosto scabrose. L’autore ha saputo affrontarle con una misura e un tatto che risulterebbero perfetti senza quelle due o tre battute inutili, e comunque facili da eliminare. La sua pièce possiede una virtù che ne comprende tante altre: il buonumore, un buonumore spontaneo, libero e sincero. Per analizzare, con delicatezza, un caso difficile, Feydeau non ha avuto bisogno di assumere i panni uggiosi, o gravi, dello psicologo; è una maschera che non sarebbe affatto servita allo scopo dello spiritoso autore di Champignol suo malgrado e della Signora di Chez Maxim. Egli è rimasto fedele al genere teatrale che gli è sempre brillantemente riuscito. Mescolando, con incredibile destrezza, il vaudeville e la commedia, e compensando con effetti di immediata buffoneria tutto ciò che, in un tono più serio, avrebbe potuto causare più di un malessere, ha abilmente mantenuto la sua pièce su una nota luminosa e allegra in grado di dissipare in anticipo le obiezioni o le riserve dei moralisti, ed è dunque da una risata perennemente provocata piuttosto che da un intreccio spesso spinto che ha saputo trarre il successo vivo e legittimo del Germoglio.
(Le Figaro, Emmanuel Arène)

Accusare l’autore del Germoglio di opportunismo sarebbe sbagliato. La sua pièce, che in altre circostanze sarebbe risultata semplicemente sgradevole e inopportuna, diventa, in questo specifico contesto, penosa e rivoltante. Feydeau, e di questo ne sono convinto, non era “consapevole” di quello che faceva; ciò non toglie che il fatto sussista e spinga le persone, anche quelle più indifferenti, a un vero e proprio sollevamento di coscienza.
Ci sono argomenti di una complessità così delicata da non consentire una loro trattazione attraverso la comicità; questo perché la loro rispettabilità non deve venire meno. Il celibato dei preti e il voto di castità rientrano in questa categoria, e non possono essere dibattuti, sotto forma di vaudeville, davanti a un concilio di poltrone teatrali. L’autore ha superato le difficoltà con talento, questo lo ammetto, ma nel suo caso sarebbe stato più prudente non intraprendere nemmeno l’impresa; credo che egli stesso si sia reso conto del disagio del pubblico di fronte ad alcune scene di dolorosa comicità, o di fronte a situazioni scabrose che la buona fede e l’abilità di esecuzione non sono riuscite a riscattare. Queste scene non hanno estasiato nessuno ma, al contrario, hanno offeso la maggior parte degli spettatori. Io stesso mi trovo in difficoltà nell’analizzare, sulle pagine del presente giornale, una pièce così poco conforme agli usi e costumi dei miei lettori. Ci proverò, con tutte le riserve che un simile soggetto può comportare.
(Le Gaulois, Félix Duquesmel)

Ieri sera, per un istante, quando ho visto apparire sul palcoscenico del Teatro del Vaudeville la tonaca dell’abate Bourset seguita a ruota da quella del seminarista Maurice de Plounidec, ho temuto che avremmo avuto il dispiacere di veder trattare, con leggerezza, un abito religioso e una serie di convinzioni che la stupidità di alcuni persecutori rendono, giorno dopo giorno, più sacri e più cari, anche agli scettici più perseveranti. Per fortuna, non ho assistito a niente di tutto questo, e se l’abito ecclesiastico esposto ai fuochi della rampa impressiona sempre, con un certo grado di spiacevolezza, i più ostinati tradizionalisti, questi ultimi sono costretti ad ammettere che Georges Feydeau ha saputo maneggiare il suo pericoloso soggetto con dita abili e rispettose. Questa pièce, o sarebbe meglio dire questo mélange di commedia di carattere e personaggi buffoneschi, senza contrasti né dissonanze, in cui a volte il coup de théâtre rivela inaspettate sorprese, o in cui, un po’ più avanti, il sorriso dell’analisi sentimentale lascia quasi il posto alle lacrime, dà l’idea di una forma drammaturgica nuova, o rinnovata, che la critica deve notare per la sua originalità e l’artista lodare per l’autonomia e la delicatezza decisamente superiori. Sono convinto che l’enorme successo di ieri sera proseguirà e si affermerà, e anzi lo auguro tanto a un teatro che, dall’inizio della stagione, non ha avuto tutte le opportunità che la troupe, gli allestimenti e perfino alcune pièces meritavano.
(Echo de Paris, François de Nion)

Le Bourgeon - bozzetto di scena

Le Bourgeon – bozzetto di scena

Georges Feydeau ha appena messo in scena un soggetto molto spinoso. La sua commedia, Il germoglio, analizza i turbamenti amorosi di un seminarista. La tematica è scabrosa. Per la maggior parte è trattata con estrema delicatezza e, a volte, con notevole buffoneria. Questo mélange di arguta commedia e di vaudeville sconcerta un po’ gli spettatori. Tuttavia, è opportuno osservare che Georges Feydeau non aveva mai composto un’opera più forte di questa. I due primi atti – il primo in particolare – sono stati oggetto di applausi scroscianti. Dispiace che un epilogo un po’ artificioso abbia parzialmente compromesso il successo della serata. È probabile che questa commedia sollevi intense discussioni e susciti una collera tremenda, ma tutti sapranno rendere giustizia all’abilità e alla franchezza di Georges Feydeau, alla ricchezza della sua inventiva e alla gaiezza del suo dialogo. Questo malinconico episodio di vita è esposto con allegria. Gli argomenti più gravi e più delicati sono affrontati in punta di penna, eppure la sala scoppia a ridere. È uno spettacolo estremamente gustoso.
(Le Matin, Guy Launay)

L’autore di La palla al piede, Il Signore va a caccia, L’albergo del libero scambio e tante altre celebri farse non ha mai scritto nulla di più vaudevillesco, folle ed eccessivo di questa presunta commedia dove non c’è la benché minima traccia di spirito di osservazione e in cui, dall’inizio alla fine, la convenzione e la falsità più totale la fanno da padroni. Constato spassionatamente che, da queste situazioni di un’inverosimiglianza rimarchevole, Georges Feydeau, con la sua abilità di uomo di teatro, ha saputo trarre degli effetti comici straordinari. Tuttavia, dispiace il fatto che, avendo optato per un soggetto scabroso e penoso, anziché occuparsene con tocco leggero l’autore si sia abbandonato con compiacenza alla più pesante e brutale salacità. Quest’ultima può avere i suoi lati positivi, ma ci sono casi in cui è particolarmente sgarbata. Se il successo del Germoglio è fuori da ogni dubbio, la pièce, al contrario, qualche dubbio lo suscita. Da essa scaturisce un che di scandaloso alquanto inopportuno visti i tempi che corrono. Il Monsieur Homais della Madame Bovary di Flaubert se ne farebbe beffe, mentre il Monsieur Cardinal di Ludovic Halévy non mancherebbe di portarci le figlie.
(L’Eclair, Paul Souday)

Le BourgeonLa commedia è ormai il rifugio dei vaudevillisti pentiti. Dopo Léon Gandillot, anche Feydeau abiura e si consacra al “teatro di qualità”. In quest’arte, abbastanza nuova per lui, mantiene ancora un pizzico della sua vigorosa allegria; il dialogo, a volte troppo elevato, scende, in alcuni passaggi, a un livello fin troppo familiare; probabilmente ciò dipende dal fatto che Feydeau si è sforzato di conciliare il misticismo con la salacità. Grazie a questa inaspettata fusione di generi, la pièce assume un carattere molto insolito, ed è probabile che questa commedia, scritta in stile vaudeville, susciti diverse polemiche. Ad ogni modo, non passerà di certo inosservata.
(New York Herald, Pierre Veber)

Tengo in serbo per la rubrica interna il dettaglio psicologico – a volte scabroso, sempre inconsueto e di un raro merito esecutivo – di questa pièce in cui Georges Feydeau ha compiuto un vero e proprio sforzo letterario, poiché la sua formula non è semplice e la commedia, nel senso stretto del termine, vi svolge un ruolo tanto preponderante quanto quello del vaudeville. L’intera parte della cocotte Etiennette, per fare un esempio, è serissima, quasi grave; e se l’utilizzo di una sorta di cherubino in tonaca comporta degli effetti comici nel primo atto, alla fine si assiste al suo cedere agli slanci passionali, in uno spettacolo non senza interesse, ma senza allegria, che espone la prima crisi morale dell’efebo.
(Le Siècle, C. Le Senne)

Il punto di partenza di questa commedia è, come risulta evidente, abbastanza scabroso, e la presenza, all’interno di un simile dibattito psicologico, di due tonache – quella dell’abate Bourset e del giovane seminarista – provoca un autentico malessere negli spettatori. Tuttavia, bisogna ammettere che Georges Feydeau ha fatto tutto il possibile per rendere accettabile, con il suo talento e il suo spirito arguto, una situazione che rischiava di suscitare scandalo o di turbare almeno una parte degli spettatori. L’autore ha utilizzato molto tatto e leggerezza, e una sorta di grazia che evita, almeno in parte, gli inconvenienti di un simile soggetto. Per riuscire a portare a termine un’impresa del genere era necessaria tutta l’abilità di un autentico uomo di teatro.
(La Libre Parole, Jean Drault)

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