Georges Feydeau, la critica, le prove generali e Il biglietto di Joséphine

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Figaro del 7 marzo 1902. L’autore è Jean Jullianges. La traduzione è mia.

palcoscenicoNegli ultimi tempi, due pièce sono state causa di una ripresa delle ostilità contro la moda delle prove generali. Sia Maurice Bernhardt, dopo la messa in scena del suo dramma Ninì l’Assommeur alla Porte-Saint Martin, che Georges Feydeau, pochi giorni fa, a proposito del suo Biglietto di Joséphine al teatro della Gaîté, si sono lamentati del fatto che le loro opere sono state giudicate dai critici teatrali sulla base delle prove generali e non della prima rappresentazione.

Bisogna ammettere che le loro rimostranze sono pienamente fondate e che, tra le prove generali e la prima rappresentazione, una pièce può tranquillamente essere soggetta a modifiche di portata tale da cambiarne il destino.

Del resto, è altresì ovvio che, durante le prove generali, l’atmosfera della sala, con la sola presenza di amici e colleghi, non è affatto favorevole alla nascita di un successo. Un letterato, sbarcato giusto ieri a Parigi, che si avventura volentieri tra la popolazione nera della zona industriale a nord-ovest di Birmingham e tra gli zulù, mi ha detto terrorizzato, guardando e ascoltando i suoi vicini in una sala di spettacolo del boulevard: “Vi garantisco che i selvaggi sono molto più gentili; non vedo l’ora di ripartire. Certo, a volte vi mangiano anche, crudo e condito, ma sappiate che se questi signori, fin troppo civilizzati, che ci circondano, non fanno lo stesso è solo perché hanno intenzione di gustarci con una salsa diversa”.

Ecco dunque il problema delle “prove generali” che torna di nuovo a posarsi sul tappeto indistruttibile dell’attualità.

Georges Feydeau, in tutta tranquillità e con sorridente indifferenza, ha voluto espormi le sue lamentele contro l’abitudine di convocare due volte di fila i critici teatrali, sia durante le prove generali che durante la prima.

«Non crediate», mi ha detto l’autore di Champignol suo malgrado, «che la mia lamentela si riferisca a un caso particolare; il problema è generale e non va affatto sottovalutato. Le Figaro, molto gentilmente, ha accettato di ospitare una mia lettera contenente, questo è vero, alcune recriminazioni riguardanti Il biglietto di Joséphine. Alcuni critici ne sono rimasti stupiti. Uno di essi, a questo proposito, mi ha definito “un bambino viziato” e mi ha rimproverato di non saper accettare di buon grado il verdetto dei miei giudici. Ci tengo a rettificare: la mia protesta non era assolutamente rivolta a tale verdetto ma al modo in cui è stato emesso. Se i critici fossero venuti alla prima rappresentazione e avessero giudicato la mia pièce con maggiore severità, io lo avrei accettato senza problemi, incluse le più dure valutazioni. Ma tutti, o quasi tutti, si sono ben guardati dal farlo e hanno scritto il loro articolo basandosi sulla prova generale – che è stata pessima – mentre il giorno seguente, e durante le rappresentazioni successive, la pièce ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte del pubblico che ha riso di buon cuore e ininterrottamente. È molto facile verificare la veridicità di quanto sostengo. Gustave Larroumet, che ha assistito alla quinta replica, ha scritto quanto segue, nella sua cronaca teatrale di domenica scorsa: “La pièce ci guadagna molto dall’essere giudicata durante la rappresentazione, e in mezzo a coloro ai quali è destinata. Gli autori si lamentano di essere stati stroncati sulla base della prova generale. In linea di principio, la loro lagnanza è legittima. Questo modo di procedere frettoloso calpesta i loro diritti”.

teatro antico

Chi sono io per dissentire? Tuttavia bisognerebbe intendersi. La stampa è stata ammessa alle prove generali per facilitarne il lavoro, ma questo non la dispensava dal ripresentarsi, la sera della prima, per correggere eventualmente il proprio giudizio sulla base della visione di questa seconda prova. I direttori teatrali hanno acconsentito alla partecipazione dei critici alla prova generale, considerata una rappresentazione gratuita, alle condizioni di cui sopra. Ogni contratto di questo tipo è sinallagmatico; i direttori hanno mantenuto l’impegno; i critici, come a volte succede, sono venuti meno al loro. Il contratto è quindi nullo e deve essere rivisto.

Felix Duquesnel, che un tempo era nemico dichiarato di questa istituzione, un giorno, rivolgendosi all’agitatissimo pubblico di una prova generale, si mise a gridare con spiritosaggine: “Cosa volete che faccia? Non posso mica restituirvi i soldi!”. I direttori dei teatri, essendo obbligati ad allestire la prova generale, sono soggetti a ulteriori spese. Non sarebbe più corretto, visto che l’accettazione di questo incarico non gli porta alcun vantaggio, evitare almeno che la cosa gli arrechi danno? Tuttavia, a volte il danno si verifica. Il direttore del teatro della Gaîté, per esempio, lo ha appena subito. Fortunatamente, in Francia gli unici giudizi definitivi sono quelli emessi dalla folla, e capita spesso che quest’ultima contraddica, in ogni dettaglio, le sentenze delle piccole élite di intellettuali che, a volte, sono solo delle combriccole e delle cricche.

Non voglio mettere in discussione né la buona fede, né la sincerità dei critici. Tutt’al più mi limiterò a constatare che questa professione viene spesso esercitata da letterati o poeti di valore e di talento che tuttavia, in questo caso specifico, hanno il grave difetto di non amare il teatro e di ostentare a priori questa o quella teoria che li spinge a condannare in blocco e in anticipo questo o quel genere.

Parimenti, rimpiango il fatto che, nella critica, si stia riversando un tipo di linguaggio e di lessico fin qui riservati alla sola polemica. Quando si parla di un drammaturgo responsabile di un fiasco, si afferma, senza problemi, che è degno di pubblico disprezzo. Ma cosa si direbbe allora di un ladro o di un assassino? Probabilmente che non ha talento.

A questo aggiungeteci che i teatri devono difendersi dalla concorrenza dei circhi e dei music-hall e dalla pubblicità pagata dai caffè-concerto. Come potete constatare questa professione è diventata tutt’altro che facile. Ecco perché mi è sembrato deplorevole che i drammaturghi, anziché incontrare nei critici dei giudici imparziali, ma moderati, incontrino degli avversari il cui unico scopo sembra essere quello di cercare di prostrarli piuttosto che di metterli in risalto».

Georges Feydeau parla senza rabbia. La sua opinione è condivisa da troppi, e quindi non pochi, dei suoi colleghi; di conseguenza, non posso non ritenere che la sua sia una convinzione legittima e di lungo corso, anche se i suoi nemici vorrebbero farla passare per un’idea fondata solo sulle fragili fondamenta di un caso particolare e di un’amarezza passeggera.

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