Le manifestazioni del comico (in ambito teatrale e letterario)

Il presente saggio breve, anche se non incentrato su Georges Feydeau e il suo teatro, costituisce comunque un ottimo contributo per comprendere meglio le varie sfaccettature del comico in ambito teatrale e letterario. L’autore è Ettore Barelli. Il testo è tratto da Scrittori comici di ieri e di oggi, pagg. 197-206, Edizioni Scolastiche Mondadori, Milano 1982.

Le occasioni per ridere

PantaloneSe ci pensiamo un momento, ci renderemo conto che le occasioni di riso ci sono date principalmente: o da situazioni, o da parole, o da immagini (o anche semplicemente da suoni).

Vediamo innanzitutto le situazioni.

Le principali ci sembrano le seguenti:

1) Qualcuno o qualcosa è comico di per sé. Ciò può accadere per la volontà stessa del soggetto come nel caso del pagliaccio del circo, che ci fa ridere col trucco, gli abiti sgangherati, i gesti scomposti; oppure involontariamente, come nel caso di un difetto fisico: un grosso naso, per esempio. Così può essere comico di per sé un oggetto, come una bottiglia deforme, un cappello troppo largo o un animale, come quel cane di cui si diceva, dal muso somigliante al faccione dello zio.

A questo proposito facciamo subito una osservazione interessante: un animale o un oggetto generano comicità solo in quanto somigliano o riproducono aspetti e atteggiamenti dell’uomo. Il comico insomma è sempre legato al comportamento umano.

2) Qualcuno o qualcosa non sono comici di per sé, ma lo diventano (situazioni in movimento). Tipici sono i casi del passante che va a sbattere contro un lampione, del signore distinto che scivola, e così via. Analizziamo per tutti il primo caso: un signore cammina per strada leggendo il giornale, lo vediamo puntare contro un ostacolo. Pensiamo: “Ora va a sbatterci contro”. Se l’evento si compie, ridiamo; se all’ultimo momento il distratto vede il lampione e lo schiva, restiamo delusi. Lo stesso si può dire di altri casi analoghi.

Questo esempio ci suggerisce alcune annotazioni importanti:

a) Osservando l’evento che sta per accadere, attendiamo con una sorta di ansia che l’evento si compia, ci carichiamo cioè psicologicamente con la crudele speranza che il passante non si accorga dell’ostacolo. Gli studiosi chiamano questo stato d’animo tensione psicologica d’attesa.

b) Quando l’evento si compie, noi ridiamo come se ne fossimo soddisfatti. Un simile comportamento non fa onore alla natura umana, ma è innegabile. Ci eravamo caricati d’attesa. Ridendo, scarichiamo la tensione.

c) Perché alla tensione segua il riso è necessario che l’incidente non sia grave. Se infatti qualcuno, scivolando, sbatte la testa e resta stecchito sul marciapiedi, noi non ridiamo, o se ridiamo, mutiamo subito il riso in sgomento: il comico si muta immediatamente in tragico. Perché il comico resti tale, occorre dunque, in linea di massima, che l’incidente sia di scarsa gravità.

Avenue de l'Opéra

3) Situazioni non necessariamente di per sé comiche, che lo diventano intrecciandosi tra di loro (situazioni d’intreccio). È il caso soprattutto degli equivoci, delle beffe. Si crede di parlare con una persona e invece si sta parlando con un’altra; intere situazioni teatrali farsesche sono basate su questo genere di quiproquo. Oppure la serie delle beffe, tra cui è d’obbligo citare la novella di Calandrino del Boccaccio. Si pensi alla scena finale: Calandrino seduto a terra in un angolo della stanza, sfinito per le botte che ha dato alla moglie (primo elemento non comico di per sé), e la moglie seduta dall’altro canto, sfinita per le botte che ha preso (secondo elemento non comico); nel mezzo, il mucchio delle pietre (terzo elemento, che si fa comico e trasforma in comici i primi due), vero monumento di comicità alla dabbenaggine umana.

Il comico della parola

Oltre alle numerose situazioni comiche dei tre tipi ora analizzati, si possono scorgere anche frequenti usi di quelli che sono i fondamentali modi per far ridere con le parole: la barzelletta, il motto di spirito, la freddura.

Nell’uso quotidiano, la barzelletta si distingue per la brevità e l’incisività della narrazione, quella che gli studiosi chiamano la “condensazione” dei concetti. Nonostante si tratti di un gioco effimero, di corto respiro, la barzelletta è molto ricercata e può costituire persino oggetto di una professione esercitata nell’avanspettacolo, nel cabaret, alla TV. Può cogliere un tema generale oppure ispirarsi all’attualità. Quando viene annunciata, scatta il fenomeno che già conosciamo: tra gli ascoltatori si genera una “tensione d’attesa” che può divenire spasmodica, finché si scarica nella risata. Chi ride ha come l’impressione di liberarsi di qualcosa, di sciogliere un nodo che gli si era formato dentro. Chi non ha capito ci resta male e si sente come ingannato, defraudato. L’arte di raccontare barzellette è molto difficile perché è tutta affidata alla forma (giochi di parole, allusioni, doppi sensi, ecc…). Una barzelletta raccontata malamente, che richieda spiegazioni e aggiunte, non fa più ridere.

La barzelletta esige un suo pubblico; non la si può raccontare a se stessi. Questa esigenza mette in luce un altro fatto importante: che il comico va in genere goduto insieme, è insomma un fenomeno sociale.

Così è per il motto di spirito, che consiste nella battuta graffiante con la quale, in un gruppo di persone, si può coprire di ridicolo uno dei presenti, ribattere un’offesa, risolvere una situazione di imbarazzo in una franca risata corale. Il motto di spirito non si racconta come una barzelletta, ma, per così dire, si spara all’improvviso, improvvisato dall’autore che fino a un momento prima non ci pensava nemmeno. È quindi più estroso della barzelletta, più “condensato” e soprattutto è valido soltanto nel momento e nell’ambiente che gli hanno dato vita.

Per intenderci meglio, riferiamo un motto di spirito citato da Freud. Napoleone Bonaparte, durante un ballo di corte, disse a una signora italiana presente: “Come ballano male questi italiani”. E la signora pronta: “Non tutti, ma buona parte”. Il motto è notevolmente felice. Giocando sulla somiglianza tra “Bonaparte” e “buona parte”, la signora rintuzzò abilmente l’inopportuna osservazione del grand’uomo. Probabilmente non avrebbe mai osato dirgli che lui ballava male; così invece, con molto spirito, trovò il modo di passare al contrattacco e di vincere la partita.

Quadro di PissarroTra i motti di spirito ha un suo posto anche la cosiddetta freddura, un gioco di parole che più che far ridere fa dire all’ascoltatore: “Brrr, che freddo” da cui appunto il nome. È una spiritosaggine che vorrebbe giungere al livello del comico, ma non ci riesce o ci riesce a metà. Per darne un esempio, all’epoca del fascismo, quando il regime impose l’uso del “voi” al posto del “lei”, c’era gente che riusciva a ridere storpiando il nome di Galileo Galilei in Galileo Galivoi.

Il celebre comico Ettore Petrolini, recitando un suo grottesco personaggio, quello di Gastone, diceva che sua madre lo chiamava Tone per risparmiare il gas.

Diversamente dal motto di spirito, che nasce per improvvisazione, le freddure sono pensate generalmente a freddo; ma hanno un loro seguito di estimatori.

Il motto di spirito, la freddura, ma soprattutto la barzelletta si prestano in modo particolare alla satira di costume e alla satira politica, e nei teatri (ma anche tra la gente) vengono spesso utilizzati a questo fine.

Il comico delle immagini e dei suoni

Un disegno, una pittura, una scultura, una fotografia, persino la facciata di un palazzo possono muovere il riso, quando, voluti a un certo fine, ne ottengono un altro, più meschino, o esagerato, deformato.

Caratteristici sono la “vignetta senza parole” e soprattutto il ritratto caricaturale, che consiste nel caricare, cioè esagerare, i tratti distintivi di un viso, di un atteggiamento, fino alla loro deformazione: il naso per esempio, di per sé piuttosto grande, che diventa enorme; o le labbra, o il mento. Ne risulta una mostruosità, ma perfettamente riconoscibile e carica di ironia.

All’effetto comico può giungere analogamente anche un brano musicale o un semplice suono, magari con risultati di spregio, di satira. La gamma dei casi va dalla musica della cosiddetta opera lirica “buffa”, fino alla canzonetta satirica, fino al puro suono del “pernacchio” di Eduardo De Filippo nel film Napoli milionaria.

I mezzi per ridere

S’è detto del ritratto caricaturale. Ma la caricatura è un mezzo per provocare il riso non soltanto nel campo del disegno. Essa è utilizzata in tutti i campi del comico, quindi anche nella letteratura comica e umoristica. Tutto, infatti, si presta a essere messo in caricatura e i comici di professione ne approfittano in ogni momento. Con questo mezzo si può far ridere piangendo smodatamente, trasformando un difetto fisico, come lo zoppicare, che di per sé non fa ridere nessuno, in una camminata goffa e sgangherata, o la balbuzie in una serie buffa di grugniti. Un ubriaco non fa ridere, fa anzi pena; ma un attore comico che ne faccia la caricatura può sollevare grandissima ilarità. Così ci ripugna lo spettacolo di due violenti che si prendano a pugni, ma se a farlo sono due cow-boy che a seggiolate sfasciano un intero saloon senza farsi sostanzialmente alcun male, noi ridiamo di gusto.

Altri mezzi per far ridere, oltre la caricatura, sono la ripetizione ossessiva di gesti, usata soprattutto nel cinema comico (Charlie Chaplin, per esempio, alla catena di montaggio nel film Tempi moderni, quando avvita freneticamente i bulloni che un nastro meccanico gli trasporta davanti l’uno dietro l’altro; o quando nelle sue comiche, alle rimostranze dell’omone barbuto cui ha appena dato una pedata nel sedere, risponde con un’altra pedata); l’imperturbabilità, cioè l’affermare o il fare qualcosa di ridicolo con la più imperturbabile faccia seria (si pensi al grande comico del cinema Buster Keaton); la meccanizzazione dei gesti, cioè il trasformarsi in una sorta di pupazzo meccanico, o, viceversa, il vedere un pupazzo meccanico comportarsi come un essere vivente; la sorpresa assolutamente impreveduta (si pensi alle torte in faccia di tanto cinema, ai colpi in testa imprevisti, ecc…). E se ne potrebbero elencare ancora, come, ad esempio, l’uso delle “parolacce” e “l’assurdo” che meritano un discorso a parte.

I fratelli Marx

Parolacce e storpiature

L’uso della parola poco pulita, o “proibita” è molto diffuso nel comico. La commedia antica se ne avvaleva abbondantemente, come pure di gesti osceni o di situazioni scabrose. Allo stesso modo se ne avvalgono il teatro e il cinema di oggi. Questo non significa che la parola “sporca” sia di per sé comica. Spesso non lo è affatto. Lo diventa in certi casi: quasi sempre quando è usata senza che chi la usa si renda conto dell’effetto “scandaloso” di ciò che dice, come il bambinetto che ingenuamente esprime i suoi bisogni corporali in mezzo a un gruppo serio di adulti, o lo straniero che per scarsa conoscenza della lingua usa la parola poco pulita al posto di quella corretta. Oppure quando essa sia usata come elemento di provocazione, con intenzioni però di scherzo; altrimenti non è comica, ma offensiva.

Effetti analoghi si ottengono storpiando le parole, mescolando elementi dialettali con altri della lingua, o elementi di lingue diverse, o inventando i suoni più buffi. L’espediente è piuttosto grossolano, ma quasi sempre irresistibile.

L’assurdo

Un altro mezzo per raggiungere l’effetto comico è quello dell’assurdo. Mentre la caricatura deforma il reale, la comicità dell’assurdo lo respinge e lo supera, agisce al di là del reale, ad un livello di pura fantasia, dove tutto ciò che normalmente è impossibile diventa possibile. L’abilità del comico, sia esso scrittore o attore, consiste nel saper accostare tra loro, in questa atmosfera al di sopra del reale, le cose più insensate. Esempio classico è quello di Alice nel paese delle meraviglie, dove finalmente i sogni capricciosi e irrealizzabili della bambina si realizzano con grande naturalezza. È un genere di comicità difficile, non per tutti i gusti, non compreso da tutti, particolarmente diffuso nella produzione comica moderna.

Caratteri comuni

Da tutto quanto s’è detto, ci sembra che risulti evidente che uno dei caratteri comuni a tutte le manifestazioni del comico è il contrasto con la norma, cioè il contrasto tra ciò che ci aspettiamo di vedere e ciò che vediamo; tra ciò che dovrebbe accadere, secondo le normali sequenze di un avvenimento, e ciò che invece accade; tra la parola che normalmente ci aspetteremmo di udire e quella provocatoria, o assurda, o insensata che invece udiamo.

L’altro carattere comune, che forse ci è sfuggito, ma che a una analisi più attenta è invece evidente e per di più importantissimo, è quello che si dice della degradazione. L’oggetto del nostro riso ci fa ridere nel momento in cui o per una beffa subìta o per un motto di spirito, o per un comportamento goffo, viene degradato all’improvviso ai nostri occhi. Contemporaneamente, noi ci sentiamo più in gamba di lui. L’esempio del signore distinto che scivola sulla buccia di banana è esemplare. Il suo comportamento, di norma compassato e sostenuto, degrada a quello di un monello di strada.

La degradazione, tuttavia, perché ci faccia ridere, deve essere, come già s’è visto, non grave e definitiva, ma leggera e superabile.

Piantina del Theatre-Francais

Le ragioni del riso

Giunti a questo punto, possiamo tentare una spiegazione del meccanismo psicologico che provoca in noi la risata. S’è insistito sull’importanza che in tale meccanismo hanno il “contrasto con la norma” e la “degradazione”. Noi tutti abbiamo paura in genere di contrastare con le leggi normali di comportamento, di fare ciò che non sta bene e di esserne in qualche modo “puniti”; allo stesso modo temiamo spesso di subire una degradazione, di essere presi in giro, di perdere i nostri beni o la nostra reputazione di fronte agli altri. E allora ogni qualvolta si preannunci un atto di ribellione alla norma o la degradazione di qualcuno, noi sentiamo come una oscura apprensione di ciò che sta per accadere (quasi come se dovesse o potesse accadere a noi) e nello stesso tempo cominciamo ad avvertire il malizioso piacere che la faccenda e il guaio per intanto tocchino a un altro e non a noi e che noi, di conseguenza, siamo evidentemente migliori o più fortunati. È un piacere così malizioso che spesso diventa acuto desiderio che l’evento si verifichi. Così apprensione e desiderio ci caricano di tensione psicologica proprio come si carica una molla d’orologio. In una frazione di secondo portano la carica alla massima tensione possibile. Poi l’evento si compie; e allora se l’infrazione alla norma e la degradazione non sono gravi e ci fanno pensare che se coinvolgessero noi non sarebbe poi la fine del mondo, il sollievo e il piacere si esprimono clamorosamente con un gran senso di liberazione, con una scarica di riso liberatoria. “Meno male”, pensiamo, “per questa volta l’abbiamo scampata”; e ci sentiamo felici.

Conclusione

Un’ultima osservazione conclusiva. Per godere appieno di una situazione comica occorre una certa disposizione di spirito. Le persone apprensive, profondamente coscienti della propria apprensione, cioè consapevoli delle ragioni da cui essa è generata, difficilmente ridono. Il timore della degradazione è cosa troppo seria perché pensino di potersene liberare. Le persone invece apprensive, ma non consapevoli, come sono spesso gli sciocchi, ridono continuamente e ad ogni occasione senza sapere il perché. Chi viceversa ride francamente e di gusto e mostra chiaramente di saperne il perché, afferma una sicurezza, quasi una supremazia sugli altri, essendo evidente che egli ha superato le sue paure e gli altri no. A questo proposito, il Leopardi annotava in uno dei suoi Pensieri: “Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso. Chi ha coraggio di ridere è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire”.

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