Georges Feydeau visto da Corrado Augias

Il presente frammento è tratto dall’introduzione a Occupati d’Amelia, Giulio Einaudi Editore, Torino 1972, p. 5 e poi 9-10. L’autore è Corrado Augias, curatore e traduttore del volume.

La cantatrice chauve (Ionesco)A cinquant’anni dalla morte (05 giugno 1921) nessuno dubita più che Georges Feydeau sia stato il maggior esponente del teatro comico-moralistico francese dopo Molière. Per chi era stato accompagnato alla tomba dal titolo, elogiativo solo a metà, di “Re del vaudeville”, si è trattato di una reinterpretazione rassodata lentamente dalla constatazione che il tempo non ha intaccato commedie che ai contemporanei poterono sembrare soltanto la più perfezionata espressione di un teatro destinato a far ridere. “Il 1900 – ha scritto una volta Cocteau – era sinonimo di ridicolo”, giudizio severo per un’epoca dispettosamente chiamata “bella” e nella quale si verificarono invece scoperte fondamentali: nel 1902 la prima del Pelléas et Melisande, tre anni più tardi l’esposizione dei “fauves” al Salon d’automne e poi ancora il Sacre di Strawinsky, la pubblicazione del primo volume della Recherche. Tuttavia non furono questi avvenimenti ad imprimere una fisionomia complessiva a quegli anni, piuttosto le leggerezze e le smanie del teatro di boulevard, del vaudeville e, insieme, di tutti quei personaggi faceti, insolenti o malinconici, strepitosi conversatori e spadaccini, instancabili frequentatori di caffè e di salotti che ne erano stati i protagonisti. Uno di questi era Feydeau e la conseguenza è stata che solo di recente la critica ha scoperto (a parte altre ammissioni di valore) la diretta provenienza dalle sue commedie di una parte del “teatro dell’assurdo” con Ionesco in testa.

Nella Cantatrice calva la scena in cui il signore e la signora Martin si incontrano in un salotto e scoprono a poco a poco (“com’è curioso, com’è bizzarro, Dio che coincidenza”) di abitare nello stesso appartamento, di dormire nella stessa stanza, di avere fatto dei figli insieme, insomma di essere marito e moglie, discende direttamente, come ha scritto Henri Jeanson, da una stanza dell’Hotel du Libre Échange o da una qualsiasi altra stanza in cui Feydeau abbandona i suoi personaggi ai loro implacabili appuntamenti. […]

Il mondo di Feydeau fu simile a quello dei suoi genitori se si tralasciano le diversità legate al passaggio dagli anni fragorosi del secondo impero a quelli già più sinistri e presaghi della terza repubblica: i boulevard, la rive droite, i caffè, i teatri, gli alberghi. In uno di questi, il “Terminus” vicino alla stazione di Saint-Lazare, Feydeau abitò per sette anni dopo aver lasciato la moglie e i quattro figli. Chi visitò la sua stanza la descrive come un misterioso incrocio tra lo studio di un bohémien e il lugubre ritiro di Des Esseintes nel romanzo di Huysmans: “Pile di libri dappertutto, sugli scaffali, sul pavimento; le duecentocinquanta bottiglie della sua collezione privata di profumi; le centocinquanta spille da cravatta; i quadri incorniciati e no, addossati alle pareti. C’erano tra quelle tele tutti i contemporanei dagli impressionisti a Utrillo. Feydeau li amava moltissimo, si alzava addirittura di notte per ammirarli. In un angolo un’armatura…”.
Vie Parisienne (locandina)Come tutto, anche il teatro in quegli anni stava cambiando furiosamente. Quando Feydeau aveva venticinque anni, nel 1887, Antoine aveva aperto quel tempio del naturalismo che fu il “Théâtre Libre”. Nel 1913 Jacques Copeau inaugura il suo “Vieux Colombier” una sala nuda, severa, imbiancata, di corrucciato gusto calvinista (e infatti “Les folies – Calvin” la ribattezzarono subito gli spiritosi da caffè), soprattutto lontana dal frastuono dei boulevard e di Pigalle attorno ai quali avevano ruotato tutte le spensieratezze della capitale da Offenbach a Mistinguette. In quell’anno Feydeau aveva praticamente già scritto tutto. L’anno successivo la Francia entra in guerra e Feydeau ha il secondo dei due unici soprassalti politici della sua vita. La prima volta era successo nel 1898 quando si era talmente entusiasmato al J’accuse da passare in piedi due giorni e due notti per poter incontrare Zola. La seconda volta fu appunto nel 1914 quando fece domanda come volontario nonostante i suoi cinquantadue anni e i mediocri trascorsi come militare di leva (caporale infermiere). La guerra, che non fece, servì comunque a far sparire il mondo che il suo teatro aveva ritratto con la crudeltà puntigliosa di uno specchio deformante.

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