La celebrità del signor Moutier: Feydeau e il processo per La signora di Chez Maxim

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa di sabato 8 agosto 1908, edizione numero 219. L’autore è Virginio Gayda.

Cartolina di Parigi 1900C’è ancora qualcuno che sdegna la celebrità, sfugge la luce dei riflettori e la voce dei giornali che creano – purché si voglia – la fama e cerca invece l’ombra e vuole sul suo nome il silenzio. In verità io non avrei mai immaginato che un tal uomo ancora esistesse nel mondo, dopo che una lunga esperienza quotidiana m’ha insegnato che a nessuna conquista umana d’ogni gradazione – dai favori d’una bella signora al portafoglio di un ministro – si può giungere se non si grida con voce sonora, anche a chi non vuole sentirti, il proprio nome e le proprie virtù, se non si batte con pugni solidi sul tavolo e sulla spalle del vicino che c’ingombra, se non si organizza tutto un sistema di réclame attorno a se stessi: qualche cosa di clamoroso e di stupefacente che valga a commuovere l’indifferenza gelida del volgo.

Un breve processo parigino – che è forse passato inosservato ai più – ci ha rivelato quest’uomo raro nella persona del dottor Moutier, terapeutico elettricista. Ecco il fatto. Nella divertente Signora di Chez Maxim, che ha fatto un po’ per tutti i teatri la delizia della signore maritate e l’aspirazione delle signorine da marito, v’è fra le altre – chi non la ricorda? – la trovata della poltrona magica che concilia il sonno a tutti quelli che vi si siedono. “È la poltrona estatica del dottor Moutier!”, spiega il buon Mongicourt. E il pubblico invariabilmente ride di Moutier e della sua poltrona. Ma un giorno fra il pubblico si trova anche un autentico dottore che ha proprio nome Moutier, di professione per giunta terapeutico elettricista: qualche cosa di troppo simile allo spirito burlone che Georges Feydeau aveva immaginato per la gioia del suo pubblico. L’autentico Moutier se ne ha a male; trova che lo scherzo involontario non s’addica alla sua dignità di terapeutico patentato: il pensiero che il suo nome venerato si mescoli a quello di una crevette e stimoli il riso nella moltitudine lo atterrisce; ed egli col soccorso della giustizia, che deve tutelare fra l’altro anche la serietà degli uomini, invia all’autore imprevidente e all’impresario del teatro una carta bollata, pretendendo la soppressione del suo nome onesto da tutti i copioni del vaudeville e un’indennità di 10.000 franchi. Ma l’autore e l’impresario, che trovano alquanto eccessiva la richiesta, mentre credevano di rendere in ogni caso un servizio alle facoltà inventive del signor Moutier, ricorrono in tribunale. E così s’imbastisce un piccolo processo con l’intervento oltre che dei tre interessati anche di tre avvocati; si discute con molta cortesia; la difesa del signor Moutier sostiene che la giurisprudenza autorizza di solito gli autori drammatici ad usar solo nomi conosciuti d’uso corrente – Napoleone ad esempio – mentre il nome del dottor Moutier non ha questa caratteristica… tanto che il signor Feydeau ne aveva appreso l’esistenza solo a mezzo di una citazione e di una domanda d’indennità di 10.000 franchi; il Tribunale s’impressiona alquanto della somiglianza di nome e di professione tra l’eroe della pochade e quello della serietà e propone un componimento che viene accolto da tutti con lieto animo – la soppressione del nome di Moutier ed un’indennità di venticinque luigi.

Parigi antica

Così il nome del dottor Moutier d’ora innanzi non comparirà più nella gaia invenzione della poltrona, il pubblico non riderà più del suo spirito ed il buon signor Moutier avrà finalmente pace, poiché sulla sua persona si saran fatti il silenzio e l’oblio ch’essa merita. Tra poco nessuno più penserà al breve episodio che ha portato in Tribunale il riso spensierato della pochade.

Ma questa semplice storia m’ha fatto un poco pensare ed io non saprei lasciarla passare senza trarne quella piccola morale che ogni fatto reca in sé, sempre. E mi domando anzitutto: che cosa s’è proposto il dottor Moutier chiamando a raccolta i suoi giudici? La tutela del suo nome, la sua tranquillità sdegnosa di indiscrete voci mondane, o non piuttosto una réclame di nuovo genere, che sotto le apparenze di un bel gesto avesse virtù di render nota a Parigi l’esistenza di un ignorato terapeutico elettricista? In verità io non riesco bene a comprenderlo: certo però, bisogna convenirne, qualunque cosa abbia pensato, il suo “gesto” è stato alquanto infelice. Gli è mancata l’esatta percezione della realtà.

E infatti: s’egli veramente si preoccupava della sua dignità d’uomo per bene e voleva conservare con cura gelosa la sua pace, avrebbe dovuto contenersi ancora in quello sdegnoso silenzio nel quale sembra compiacersi tanto. Nessuno certo, ridendo in teatro, avrebbe pensato a lui, poiché nessuno sinora lo conosceva, e d’altra parte il suo decoro di terapeutico elettricista non faceva troppo meschina figura nella farsa parigina, dove semmai i suoi meriti erano anche esagerati, perché m’è permesso di credere che, fuori del palcoscenico, egli non abbia saputo inventar nulla di meglio di una poltrona magica con tanta virtù di sonno.

E non è qui tutto il suo errore. Il signor Moutier, che nella sua qualità di dottore deve essere certo un poco osservatore e un poco filosofo, avrebbe dovuto sentire quanto la sua mossa impulsiva era poco adatta a conseguir lo scopo che si proponeva. Con un semplice ragionamento.

Cartolina di Parigi

Il nostro è tempo di grandiosa auto-réclame. Tutti, chi più chi meno, secondo i loro mezzi e la loro furberia, si spingono innanzi per toccare, anche un attimo solo, la celebrità – che è il loro cielo – col dito.

E in questa corsa al nuovo idolo dei piccoli e dei grandi, dei ministri e delle signore, degli imberbi e dei canuti, la fantasia umana non ha limiti concepibili e s’afferma in nuove ed inattese creazioni, tutte intese a comporre la piccola aureola del santo, del martire, del conquistatore, del genio, attorno alle teste lucide o chiomate, dipinte o grezze degli uomini. È questa la gran legge del mondo e, dato che tutti in un pensiero comune corrono per una via, non si capisce perché qualche solitario ami andar a ritroso della grande corrente dell’umanità. Potrebbe, è vero, essere anche un aristocratico del pensiero, un’anima sdegnosa raccolta tutta in sé, ma queste sono, secondo le opinioni del mondo – ed è il mondo che fissa la legge morale – le difese degli idioti e degli incapaci.

Ecco perché io non so comprendere l’atto del signor Moutier. Egli avrebbe dovuto far quello che ogni uomo fa: e con ciò nessuno si sarebbe curato di lui. Perché ormai noi abbiamo tanta abitudine a queste voci ed a questi gesti frenetici della nuova réclame che non ne facciamo più caso e non ce ne accorgiamo neppure. Invece, non fosse altro che per lanciare la nostra accusa ed il nostro disprezzo, ci accorgiamo di tutti quelli che non sono con noi. Non ci avvediamo di un individuo che ci preme il gomito, in una folla; ma vediamo l’uomo solitario che si affaccia dal finestrino di una cantina o di una soffitta. In un salotto non ci accorgiamo delle signore che parlano dei loro trionfi femministi, dell’emancipazione sessuale e del nuovo abito tailleur non pagato, ma sentiamo subito la piccola dama timida, nascosta nell’ombra, in un canto, che non parla né di sé, né degli altri. Tanto più poi ci accorgiamo di tutto ciò che si nasconde. Anzi, si potrebbe dire che noi vediamo solo tutto quello che non è o che non vorrebbe essere. Basta vedere i capelli ossigenati di una signora, biondi come l’oro dei vent’anni, per sentire in un intuito infallibile che la signora ha passato la quarantina. Basta che una dama, presso di noi, ritiri a un tratto, sotto l’onda delle trine, il piccolo piede nervoso, prima scoperto, perché noi ce ne avvediamo subito – e le signore lo sanno molto bene…

Questo perché la nostra sensazione resta scossa solo da quello che è diverso da tutto quanto ci è attorno. Se tutti gridano e se tutti si mettono in mostra, è evidente che la nostra sensazione sarà colpita da chi tace e da chi si ritira. Ed è questo il caso dell’ottimo signor Moutier. Egli è divenuto celebre per non volerlo essere.

Expo 1900

Mi immagino, nonostante tutto, che il signor Moutier abbia tanto spirito per comprendere questa semplice verità d’esperienza comune e che il suo gesto sia stato appunto diretto a conquistare – nel tempo delle quotidiane invenzioni brevettate – una celebrità per sé e per gli “articoli” che escono dalle sue abili mani di terapeutico elettricista. In fondo gli uomini sono sempre più furbi e scaltri di quanto non sembri. Però anche in questo caso il dottor Moutier non è stato molto felice. Egli ha voluto chiudersi con molta imprudenza in questo dilemma: o permettere che il suo nome corresse sulla bocca di tutti, senza che alcuno s’accorgesse ch’egli esisteva nel mondo, o presentar la sua persona, con una domanda d’indennità di 10.000 franchi col divieto di pronunciare il suo nome, come quello di Dio. Ha preferito la seconda soluzione. Il suo nome è comparso sulle carte bollate e sui giornali e per un giorno molti han parlato di lui. Ma la sua fama ha avuto la vita d’un giorno come quella dei fogli che gliel’hanno creata. Il mondo ha una grande virtù d’oblio: dimentica presto le sciagure e le celebrità; ha troppa fretta ed è spinto dalle nuove fame che domandano anch’esse un riconoscimento. Rimangono, è vero, le carte bollate, ma quelle nessuno le legge e i piccoli topi, che hanno per missione di far scomparire dal mondo tutte le aberrazioni intellettuali dell’umanità, se le roderanno in breve a piccole dosi. Così tra poco nessuno più ricorderà la gloria del dottore.

Il signor Moutier aveva un mezzo ben più semplice ed efficace per conquistar una fama durevole: render noto al pubblico che il dottore, di cui si apprezzava ogni sera la stupefacente invenzione della poltrona, era proprio lui, via X… numero Y… E il pubblico gli avrebbe creduto e, lasciando il teatro, avrebbe inondato i suoi magazzini, recandogli fama e fortuna. E la sua sorte sarebbe così stata decisa. Ma il buon dottore ha perduto quello che si chiama il “senso pratico” della vita e nel suo gesto improvvido, ha distrutto in un attimo, con le sue mani, una celebrità che molti gli avrebbero invidiato.

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