Feydeau e il cinema (III) – Champignol suo malgrado

Cartolina d'epocaL’articolo qui presentato è stato pubblicato il 27 ottobre 1933 sul quotidiano L’Echo de Paris. L’autore è Didier Daix, la traduzione è mia.

La verve di Georges Feydeau sa resistere anche agli attacchi del cinema. La comicità dell’autore è garantita al punto da riuscire a resuscitare sul grande schermo – appesantita, certo, e insaporita in salsa cinematografica – sempre intensa, viva e fiera. È ancora in grado di provocare delle risate e di allontanare il malumore generato dallo spettacolo di un capolavoro impoverito.

Se Champignol suo malgrado non è un buon film, non si può attribuire la responsabilità al regista Ellis. Georges Feydeau era troppo uomo di teatro perché le sue opere potessero essere impunemente consegnate nelle mani dei cineasti. L’autore le aveva presentate, allestite e sviluppate come andava fatto e ogni tentativo di presentarle, allestirle e svilupparle diversamente è destinato al fallimento. Di questo ne prendiamo pienamente coscienza in Champignol suo malgrado dove, nonostante qualche variante, seguiamo lo scorrere della vicenda nei diversi atti, scena per scena. Sarebbe necessario un virtuosismo fuori dal comune, e un talento immaginativo comparabile almeno a quello dell’autore drammatico, per riuscire a fare del vero cinema con delle pièces così strutturate senza danneggiarne la leggerezza originaria.

È comunque importante valutare lo sforzo del regista della pellicola, Ellis, con indulgenza ragionata. Il film non è mai noioso. E non disdegna né la destrezza né la goffaggine, ma ce li presenta entrambi. Il complesso, però, è grazioso. Si ride spesso e, quando ci si diverte, tutto il resto passa in secondo piano.

Alla pari del film, l’interpretazione è un po’ pesante. Ma anche in questo caso, la colpa non è degli attori. Sotto la superficie delle loro azioni si nota ciò che non è stato fatto.

L’aspetto sportivo e disinvolto di Aimé Simon-Girard avrebbe funzionato meglio con un montaggio più veloce. Tutti gli effetti della pellicola, d’altronde, ci avrebbero guadagnato se fossero stati meno sottolineati. Ciò non toglie che Simon-Girard sia un gradevole spasimante moderno, che Dranem sia sempre straordinario nella sua comicità, che Urban interpreti un Champignol incredibilmente tonto e che Robert Hasti ben si immedesimi nel ruolo di un capitano pienamente conforme alla tradizione.

Janine Guise è una ben piacevole conquista per un attor giovane, e Robert Lepers un novello sposo divertente. Suzette O’Nil, infine – poiché non mi soffermerò su tutti gli interpreti del film – nel ruolo fin troppo breve di una vivandiera, è deliziosa e sorridente al punto giusto.

Ma perché mai i registi cinematografici, o per meglio dire le case di produzione, si accaniscono sulle pièces teatrali in generale e sui vaudeville in particolare? Eppure è stato più volte dimostrato che il successo privilegia maggiormente la sceneggiatura originale. Il beneficio commerciale che si crede di poter trarre da un successo teatrale si è rivelato troppo spesso nullo per addurlo come giustificazione. Ed è molto più facile fare del buon cinema con un’opera concepita apposta per il grande schermo, che dispensa il regista da vari problemi, che ormai non ci dovrebbero essere più dubbi. Checché se ne dica, sono ancora i buoni film a generare i maggiori incassi. Ma, ahimè, il naufrago continua a chiedere soccorso alla tavola di legno marcio. Più si adattano vaudeville per il grande schermo, a scapito di coloro che si servono della loro gloria passata, più ci si aggrappa a essi. Sembra la storia del piccolo risparmiatore che, rimasto scottato da una Marthe Hanau qualsiasi corre a offrire quanto gli è rimasto alle speculazioni di un nuovo Albert Oustric.

Note:

Marthe Hanau (1890-1935) era una donna d’affari francese che negli anni ’20 e ’30 fu coinvolta in un grave scandalo finanziario.
Albert Oustric (1887-1935) era un importante banchiere francese che aveva fatto della speculazione in Borsa la sua principale fonte di reddito.

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