Georges Feydeau citato da Leonardo Sciascia

Il presente frammento è tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia Il cavaliere e la morte (1988). In questo passaggio l’autore cita l’atto unico di Georges Feydeau Mais n’te promène donc pas toute nue! interpretato, nel 1956, da Franca Rame. Il passo è tratto dal volume Leonardo Sciascia opere (1984-1989), a cura di Claude Ambroise e edito da Bompiani nel 1991, pag. 455, come riportato nell’archivio Franca Rame.

Il cavaliere e la morteSuonò il campanello: note da carillon, lontane; che gli davano ai nervi sempre, più acutamente ora. Lei venne ad aprirgli, come d’abitudine, dopo qualche minuto, in vestaglia: indossata, sapeva, in quel momento, per venire ad aprire la porta. Non andartene in giro tutta nuda. Ricordò, di molti anni prima, in un piccolo teatro di Roma (in via Santo Stefano del Cacco, dove c’era anche il suo ufficio e quello del commissario Ingravallo, don Ciccio Ingravallo: poiché gli pareva, tanta era la verità delle pagine di Gadda, di averlo conosciuto in quegli uffici e non in quelle pagine), ricordò Franca Rame camminare per la scena non nuda, ma in non trasparente camicia da notte: ché allora anche la trasparenza, e figurarsi la nudità, poteva essere ragione che un qualche suo collega, cingendosi di fascia tricolore, imponesse di calare il sipario. Oggi non più: ci si spoglia facilmente oggi, nel teatro come nella realtà: e nella sua infanzia lo spogliarsi era considerato il vertice della follia. “Si spogliò nudo”: ragione sufficiente, se nudo si faceva vedere, alla camicia di forza, all’ambulanza, al manicomio.

In casa, lei se ne andava in giro tutta nuda. Cosa che, indubbiamente, come nella commedia di Feydeau, deliziava i dirimpettai, ma a lui aveva dato momenti di divampante gelosia. Dentro di sé, ora, ne rideva: e perciò gli venne alla memoria una scenetta (ancora il teatro) dei fratelli De Rege: uno che si presentava con la testa bendata, un braccio ingessato, zoppicante; e ne dava causa alla gelosia. E tra i due il dialogo andava avanti sull’equivoco della gelosia della moglie, finché non veniva in chiaro che non di un sentimento quelle lesioni erano effetto, ma della caduta dall’alto di un’imposta, di una gelosia, di una persiana: infisso forse escogitato ad alleviare quell’omonimo e tormentoso sentimento, ma che con quel sentimento non aveva nulla a che fare. Sentimento che pareva, negli ultimi anni, abolito; ma forse stava tornando. Non più carico di tragedia, pareva; di asettiche preoccupazioni, piuttosto.

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