Occupe-toi d’Amélie (1949), un film di Claude-Autant Lara

Il presente articolo è tratto dal blog Chroniques du Cinéphile Stakhanoviste, gestito da Justin Kwedi, ed è stato pubblicato il 22 febbraio 2012. Si ringrazia Justin Kwedi per l’autorizzazione alla traduzione, a cura mia.

Danielle DarrieuxAmélie, una cocotte mantenuta da tale Milledieu, accetta di contrarre un matrimonio bianco allo scopo di aiutare Marcel, un amico del suo amante, a incassare una certa eredità. Tuttavia, tra i due falsi coniugi nasce un idillio.

Capolavoro, per lungo tempo invisibile, della commedia, Occupe-toi d’Amélie (1949) è uno dei film più brillanti di Claude Autant-Lara, che offre agli spettatori un giubilo ininterrotto. Grazie ad alcune circostanze peculiari, e un fruttuoso lavoro collettivo, questo adattamento di Feydeau si converte in un prodotto di grande effetto, moderno e inventivo, che non tradisce mai lo spirito della pièce. Autant-Lara realizzò, con questa pellicola, il suo terzo e ultimo adattamento tratto da un testo teatrale e collaborò, per la terza volta, con lo sceneggiatore Jean Aurenche, che lo aveva già assistito in film quali Le mariage de Chiffon (1942) e L’assassinio del corriere di Lione (1937). Il nuovo sodalizio tra i due determinò una sorta di apoteosi ricca di fantasia.

All’epoca il regista si trovava in difficoltà, ed era inattivo ormai da due anni a causa dei conflitti con il produttore Paul Graetz scoppiati durante le riprese del sulfureo Il diavolo in corpo. In seguito alla burrasca esplosa durante la realizzazione della pellicola, il produttore, al momento dell’uscita del film, si era completamente dissociato da Autant-Lara attribuendogli la fama di regista spendaccione e ingestibile. Questo episodio costò, dunque, un lungo periodo di inattività a Autant-Lara, ben deciso ad annullare questo spiacevole ricordo nell’istante di iniziare Occupe-toi d’Amélie. Sotto un’apparenza leggera e piroettante, il film si rivela un vero e proprio orologio svizzero, dalla costruzione perfetta e dal ritmo incalzante e sapientemente orchestrato, senza alcun tempo morto. Il merito di questo equilibrio perfetto va tutto al celebre duo di sceneggiatori Jean Aurenche e Pierre Bost. Il rigore di Bost associato alla delicata follia e al talento comico di Aurenche determina un risultato notevole, trasceso dalla virtuosa messa in scena e dal brio narrativo di Claude Autant-Lara.

La storia è una commedia di boulevard in quello stile sfrenato e vivace che il pubblico ha il diritto di aspettarsi. Amélie, cocotte frivola e spensierata, viene spronata dal miglior amico (Jean Desailly) del suo amante (André Bervil) ad accettare di contrarre un falso matrimonio affinché il primo possa incassare una certa eredità. Su questa premessa si innestano una serie inarrestabile di quiproquo e una sfilza di personaggi, gli uni più scentrati degli altri sia che si tratti di un ridicolo amante principesco (Grégoire Aslan, magnificamente sopra le righe nel ruolo del principe slavo), o di uno zio belga dall’accento marcato (Victor Guyau, motore della narrazione) o ancora di Julien Carette (fedelissimo di Autant-Lara) assolutamente irresistibile nella parte del padre beffardo di Amélie.

Occupe-toi d'Amélie (fotogramma)

Pur restando nell’ambito del vaudeville classico, il tutto è arricchito da una dimensione ulteriore che va a integrarsi al gioco narrativo ludico concepito dagli autori. Fin dalla sequenza di apertura si acquisisce la consapevolezza di stare assistendo a una pièce, grazie a Victor Guyau che lo spettatore vede irrompere dietro le quinte, truccarsi da zio belga, provare il suo accento e annunciare il tono dello show a venire ad alcuni amici spettatori un po’ sussiegosi. Cresciuto nel mondo dello spettacolo (sua madre era membro della Comédie-Française), Claude Autant-Lara si diverte da matti in questa descrizione gioiosa della frenesia che si respira dietro le quinte.

I passaggi da un universo all’altro avvengono con una costante inventiva, sia attraverso la natura volontariamente fittizia delle scenografie (vedesi ad esempio Victor Guyau che arriva in una stazione di cartapesta) sia grazie agli ampi movimenti di macchina che, inaspettatamente, svelano i tendaggi di uno scenario a tutti gli effetti reale che però ospita una sala teatrale dove viene adottato il punto di vista dello spettatore. Le incredibili transizioni (l’annuncio dell’epidemia scoppiata in caserma che introduce il secondo atto) lasciano ben presto il posto a un tono sempre più sfrenato dove, con il progredire della narrazione, i personaggi della pièce prendono in trappola gli spettatori indignati e si rifiutano di liberarli fino alla fine; questi ultimi intervengono nel racconto anche nel finale, di fronte alla condotta decisamente troppo immorale degli eroi.

Tutte queste idee trovano completa realizzazione grazie a degli attori in sintonia; in particolare una straordinaria Danielle Darrieux. Affascinante e carica di umorismo, l’attrice alterna con brio atteggiamenti sofisticati ed esilarante autenticità (la grande spontaneità del suo “ci puoi scommettere!” che si lascia scappare quando le propongono un’alleanza lucrosa è da sbellicarsi dalle risa). Bella come un quadro, avvolta in abiti splendidi, e volgare quando accentua i suoi ancheggiamenti, Danielle Darrieux, sotto la comicità, distilla in un baleno un’emozione inattesa nel finale e nell’atteggiamento che assume quando scopre che le sue nozze sono finte. Il gioco perenne tra il vero e il falso, l’intrico delle narrazioni e dei brogli di ciascuno è una gioia costante, soprattutto la lunga sequenza del matrimonio che fa ridere fragorosamente.

Occupe-toi d'Amélie (fotogramma)

Occupe-toi d’Amélie apre la strada a una moltitudine di esercizi, più tardivi, dello stesso tipo; i più famosi dei quali sono La rosa purpurea del Cairo, di Woody Allen, ma anche i deliri del trio di cineasti ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker) o di Mel Brooks; un ottimo esempio di questo è il passaggio in cui i tecnici teatrali finiscono di allestire le scenografie sotto i nostri occhi, durante l’inizio del secondo atto, con Danielle Darrieux e Jean Desailly nella stanza. All’uscita della pellicola, tuttavia, questo successo a tutto tondo subirà un crudele colpo di arresto. Caduti da molto tempo nel dimenticatoio, i testi di Feydeau torneranno di moda grazie alla ripresa de Il tacchino alla Comédie-Française. Gli eredi dell’autore firmeranno, dunque, un contratto in esclusiva con quest’ultima, e l’adattamento di Claude Autant-Lara, in seguito a questo accordo, suonerà come una nota stonata. Non potendo vietare la pellicola, gli eredi decideranno di limitarne la diffusione grazie a un processo; i futuri problemi di diritti (il film è stato prodotto da un ente francese della casa cinematografica italiana Lux che andrà in fallimento nei primi anni Sessanta) finiranno per renderla invisibile. Fortunatamente, visto che le opere di Feydeau sono ormai di dominio pubblico, gli spettatori hanno ora la possibilità di godere di questo delizioso momento.

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2 risposte a “Occupe-toi d’Amélie (1949), un film di Claude-Autant Lara

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